E’ uno scenario preoccupante quello tracciato dal Cergas Bocconi nel “Rapporto Oasi 2015” sullo stato della Sanità pubblica in Italia, che segnala forti riduzioni dei servizi e delle prestazioni sanitarie, con le stesse ASL che presentano uno stato patrimoniale in deficit con debiti miliardari.  Effetto dei tagli alla spesa pubblica sanitaria sono i 33 miliardi che gli italiani spendono di tasca propria per assicurarsi l’accesso alle cure al di fuori degli ospedali, dove sono quasi sempre gratis.

Quello dei tagli alla Sanità pubblica è un dato in controtendenza rispetto ai trend di salute, di aspettativa di vita (viviamo in media fino a 82 anni) e ai segnali di crescita generale del sistema. In nome dell’efficientamento del Sistema Sanitario nazionale, abbiamo ridotto del 40% Asl e ospedali-azienda e dal 1990 tagliato oltre 130 mila posti letto. In nome dei “conti in ordine” si è esternalizzato il 35% del Fondo Sanitario con prestazioni acquistate da privati, colpendo così i trasferimenti alle terze economie, ma abbassando al contempo l’asticella delle prestazioni.  Dunque il messaggio della lotta alle inefficienze prevale sul tema dell’equità – spiega il prof. Francesco Longo, responsabile scientifico del rapporto. Con i manager sanitari chiamati a ricoprire il ruolo di meri “esecutori materiali” delle manovre, con l’obiettivo (sacrosanto) di razionalizzare e ridurre sprechi ed inefficienze. Fino ad operare tagli pesanti ai servizi ed alle prestazioni sanitarie.

A farne le spese sono soprattuto le regioni del Sud, con il risultato che curarsi fuori dagli ospedali è quasi impossibile da Roma in giù. Gli autori del rapporto Cergas Bocconi propone delle strategie per uscire dal ginepraio, come quella di integrare meglio quei 33 miliardi l’anno di spesa privata e attuare un mix di politiche per il personale per affrontare la mancanza di medici e il loro invecchiamento. Dando magari più opportunità di lavoro per i giovani.