A partire dagli ultimi decenni dello scorso millennio si è registrato un crescente interesse a livello mondiale per il tema della salute, concepita non più in una dimensione di responsabilità individuale, ma come diritto-dovere che chiama in causa la collettività. La promozione della salute non richiede solo il coinvolgimento consapevole del singolo, ma soprattutto interventi organici e coerenti da parte di politiche pubbliche lungimiranti.

E’ in questa ottica che l’OMS, in continuità con un percorso iniziato alla fine degli anni 70, ha lanciato, nel gennaio 2004, la Strategia Globale per la Dieta, l’Attività Fisica e la Salute, sollecitando il coinvolgimento dei governi del mondo in unazione coordinata per la salvaguardia della salute e del benessere di tutti gli abitanti del pianeta Terra. L’iniziativa viene considerata dalla Commissione Europea come elemento chiave in una strategia dell’UE volta ad affrontare l’aumento dell’obesità negli Stati membri, in particolare tra i bambini.

Nonostante i progressi ottenuti nella prevenzione e nella gestione, le malattie croniche stanno aumentando. Entro il 2030, le stime indicano che nell’Unione europea 52 milioni di persone moriranno a causa di una malattia cronica. Come possiamo invertire questa “tendenza”?

Ciascuno può cominciare aiutando se stesso.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ciascuno di noi può ridurre fino all’80% l’insorgenza di ictus e diabete di tipo 2 evitando i fattori di rischio (tabacco, alcol e cibo spazzatura), e praticando 30 minuti di esercizio fisico ogni giorno. Sì, ma come si incoraggiano le persone ad adottare scelte di vita più sane? L’idea di collegare le prestazioni dei servizi sanitari sulla base di “comportamenti sani” da sempre oggetto di dibattito. Valutare i comportamenti infatti tutt’altro che semplice. Il primo problema il monitoraggio e i parametri. Se si accetta un’autocertificazione, che peso hanno l’ambiente in cui si vive e il contesto sociale? Se non si accettano le autocertificazioni, si rischia di incorrere in una violazione della privacy e della libertà personale.

 Altro punto di discussione è il tema della responsabilità. Il singolo deve essere più responsabile circa le proprie scelte di vita oppure sono i governi a dover attuare misure opportune? Alcuni governi in Europa sono già intervenuti, per esempio vietando il fumo nei locali pubblici, o applicando oneri fiscali pesanti su tabacco e alcolici. Altri hanno preso provvedimenti riguardo le informazioni nutrizionali presenti sulle confezioni degli alimenti lavorati. Austria, Ungheria, Islanda, Norvegia e Svizzera hanno seguito l’esempio della Danimarca, che nel 2003 è stato il primo paese al mondo a vietare i grassi insaturi.
I progetti per influenzare le scelte del pubblico verso stili di vita sani in questi anni si stanno dunque moltiplicando. Ma da soli i cittadini non possono farcela. Occorrono parternariati tra istituzioni pubbliche, private e del terzo settore per creare società più sane e affrontare le grandi questioni sociali. A partire dagli inquinanti ambientali (insetticidi, pesticidi, fertilizzanti); dagli additivi artificiali utilizzati in campo alimentare, (zucchero raffinato e acidi grassi insaturi); e dall’inquinamento atmosferico, che è responsabile di 400.000 morti premature in Europa ogni anno.