TUTTI GLI EFFETTI DI UNA POTENTE MEDICINA, IL VOLONTARIATO

Mala tempora currunt. Viviamo tensioni quotidiane continue, sopraffatti da angosce e paure alimentate talvolta della nuove tecnologie che ci rendono più consapevoli ed esposti, ma al tempo stesso più fragili e insicuri. Questo significa essere connessi nell’era delle fake news e del trionfo del “tutto e niente”, e fare scelte oggettive, per sé e per gli altri, appare impresa ardua. Le preoccupazioni che ci assalgono e ci dividono riguardano spesso responsabilità che non sempre sappiamo (o vogliamo) cogliere: dai vaccini per i nostri figli alla ricerca di ricette miracolose per un sano stile di vita. Tutto scandito dall’incertezza sulle prospettive del lavoro, dalle paure e dalle ipocondrie, dall’instabilità emotiva e affettiva lacerante.

Nonostante questo quadro cupo che parla di individualismo, paure e fobie, occuparsi degli altri, nelle più diverse forme di volontariato, di filantropia o di beneficenza che esistono, può essere un’ottima strada per sentirsi ancora parte attiva del mondo e non semplici spettatori.

Si tratta di domandarsi cosa può far una persona per vivere pienamente il suo tempo, per sentirsi ancora utile in un mondo in rapida trasformazione dove spesso gli anziani lamentano di sentirsi esclusi, di faticare a stare al passo con i ritmi iper-tecnologici che la contemporaneità impone.

Secondo gli ultimi dati ISTAT l’Italia è sempre più un paese di volontari: 6,63 milioni (12,6%) di persone si impegnano gratuitamente per gli altri o per il bene comune: 4,14 milioni (7,9%) degli italiani lo fanno all’interno di organizzazioni e 3 milioni (5,8%) individualmente. Le istituzioni No Profit sono oltre 336 mila, con una presenza più consistente in regioni come Lombardia e Lazio.

Va detto però che l’appartenenza a un gruppo sociale piuttosto che a un altro condiziona l’intensità e le modalità con cui si partecipa all’associazionismo. Infatti in un contesto economico-sociale precario, in cui quasi sette giovani under 35 su dieci vive nella famiglia d’origine, l’impegno sociale sembra essere diventato un lusso per chi se lo può permettere.

Secondo il Rapporto pubblicato da “Volontari e attività volontarie in Italia. Antecedenti, impatti, esplorazioni” (Il Mulino, 2016) ci sono differenti profili di impegno: si va dai volontari organizzati, quelli che fanno muovere il Terzo Settore, ai profili dei volontari individuali.

La ricerca in realtà smentisce l’opinione comune che il volontariato sia un’attività riservata ai soli ricchi. Essa attesta infatti che “non sono le risorse economiche la variabile determinante per accrescere le probabilità che una persona faccia volontariato, bensì le risorse socio-culturali”: titolo di studio, abilità digitali, partecipazione culturale. Maggiori risorse socio-culturali si traducono in via lineare in una maggiore propensione al fare volontariato. Per cui, più aumenta il numero di laureati e il numero di persone ricettive alla cultura e più aumenta il tasso di volontariato e il numero di cittadini che aiutano il prossimo e investono nel bene comune. Da qui deriva una precisa indicazione politica: per far crescere la solidarietà e l’impegno civico è di primaria importanza investire nell’educazione, nell’istruzione universitaria e nella cultura (cfr Repubblica.it).

Non si tratta di buonismo: se si fa il bene per ottenere qualcosa (la coscienza pulita, la salvezza nel regno dei cieli…), quasi sempre si resterà delusi e lo si farà male, perché in quei gesti apparentemente altruistici manca la spontaneità. Nessun obbligo autoimposto. “Tutto questo fa molto bene al cervello, lo rinnova e gli restituisce sprint e vitalità” sostiene la Psicologia (vedi articolo su Riza.it) . Insomma, come dice il titolo di questo articolo, “siate altruisti, fatelo per voi stessi”: perché non provare?

 

Fabio Dell’Olio