Quante ore passiamo in media, al giorno, con lo smartphone in mano? Tra Facebook, Whatsapp e telefonate sicuramente tante, forse troppe. A volte non ce ne accorgiamo nemmeno, ma sblocchiamo lo schermo decine di volte al giorno anche solo per vedere se ci sono notifiche. Per alcune persone, il telefono è una vera e propria ossessione. Ogni tanto ci vorrebbe un periodo di digital detox, anche se spesso non ci rendiamo nemmeno conto di quanto siamo schiavi dei nostri devices tecnologici.

Ad aiutarci a vivere in maniera più equilibrata il rapporto con la tecnologia, ci pensa Google: un aiuto insperato, quasi paradossale.

Il gigante di Mountain View ha lanciato infatti tre nuove applicazioni pensate per far usare di meno lo smartphone, favorendo così il digital detox.

La prima si chiama Envelope – attualmente disponibile solo per il Google Pixel 3a – e aiuta proprio nella disintossicazione, “impacchettando” il telefono: consiste infatti in alcuni Pdf contenenti delle cover di carta che l’utente può stampare e avvolgere intorno allo smartphone, così da limitarne le funzionalità. Una cover consente solo effettuare e ricevere chiamate, un’altra permette di usare la fotocamera per fare foto e video ma senza poter vedere lo schermo, così l’utente può concentrarsi sul soggetto. Lo smartphone diventa così una sorta di telefono “anni ’90”.

Le altre due app hanno l’obiettivo di rendere le persone più consapevoli del tempo che trascorrono attaccate allo smartphone.

Con Screen Stopwatch si apre una schermata che a caratteri cubitali mostra le ore, i minuti e i secondi che si trascorrono con il telefono in mano. Activity Bubbles invece, ogni volta che sblocchiamo lo schermo, apre una schermata con una bolla, che diventa sempre più grande, mano a mano che passa il tempo che trascorriamo utilizzando il dispositivo.

Le tre app si inseriscono nella Digital Wellbeing Initiative, l’iniziativa promossa da Google per il benessere digitale “una raccolta di idee e strumenti per aiutare le persone a trovare un equilibrio migliore con la tecnologia”.

Inoltre, integrata in tutti i sistemi Android, c’è anche l’app Benessere Digitale, che ha diverse funzioni che indicano quanto tempo trascorriamo sui social, ci aiutano a limitare le notifiche in alcune ore della giornata e ci prepara al riposo notturno.

Bruciore oculare, sensazione di corpo estraneo, arrossamento degli occhi e fastidio alla luce, difficoltà ad aprire le palpebre (specialmente al risveglio) e annebbiamento della vista: sono i
sintomi della sindrome dell’occhio secco, un’alterazione dell’equilibrio che regola la secrezione e la distribuzione del film lacrimale. Quando la qualità delle lacrime peggiora, o se ne altera la quantità, infatti, l’occhio tende a seccarsi. Milioni di persone, soprattutto donne, soffrono della sindrome dell’occhio secco, che è stata definita dall’Oms “tra i più ignorati e sottovalutati disturbi della società moderna”. La maggior parte delle persone, infatti, si limita a sopportarla, senza intervenire; sbagliando, perché quando è “secco” l’occhio è più vulnerabile ed esposto all’aggressione di germi e batteri.

Le cause possono essere davvero moltissime: lo smog, l’esposizione eccessiva all’aria calda o all’aria condizionata, l’utilizzo prolungato di computer e smartphone, ma anche blefariti, congiuntiviti (anche allergiche), trattamenti specifici per il glaucoma, o un deficit di vitamina A, (che può ridurre il numero di cellule caliciformi che producono lo strato mucoso del film lacrimale).
Dietro all’occhio secco può esserci persino una malattia generale autoimmune (come l’artrite reumatoide, il lupus eritematoso sistemico, la sclerodermia o la sindrome di Sjögren).
Una ricerca della società scientifica Tear Film & Ocular Surface Society (Tfos) II, presentata recentemente a Roma, ha messo sotto accusa anche i prodotti cosmetici e i trattamenti estetici: pare infatti che l’utilizzo del make up sugli occhi, l’iniezione di tossine botuliniche e gli interventi chirurgici sulle palpebre mettano a dura prova la salute degli occhi, causando anche la secchezza
oculare.

Come ha sottolineato Amy Gallant Sullivan, Executive Director di Tfos, “è importante notare le ricerche che hanno dimostrato un’aumentata incidenza di reazioni avverse ai cosmetici per gli
occhi, tra cui irritazione oculare, reazioni allergiche, dermatite da contatto, blefarite e malattia dell’ occhio secco”.

Già, perché un semplice mascara, dopo solo tre mesi di utilizzo, è un vero e proprio covo di microbi, anche se utilizzato esclusivamente da una persona: cellule morte, batteri e acari si
accumulano sull’applicatore, contaminando tutto il prodotto, e possono alterare il delicato film idrolipidico che ricopre la superficie oculare. Attenzione anche all’eyeliner: secondo una ricerca
dell’Università di Waterloo, il 15-30% del prodotto applicato all’interno delle palpebre arriva sulla superficie dell’ occhio già dopo 5 minuti dall’ applicazione.

Infine, persino alcuni componenti delle creme anti-età – i retinoidi – possono contribuire alla secchezza degli occhi, interferendo con le funzioni delle Ghiandole di Meibomio.

“La maggiore prevalenza della malattia dell’occhio secco tra le donne e l’uso diffuso di cosmetici per gli occhi – ha aggiunto Amy Gallant Sullivan – richiedono oggi un’attenta ricerca per valutare
l’efficacia clinica dei trattamenti nelle donne che si truccano e una progressiva diminuzione degli ingredienti che possono interferire con la salute oculare”.

Ci sono tante piccole accortezze che si possono seguire per evitare che l’occhio si secchi: umidificare l’ambiente dove si trascorre buona parte della giornata, bere tanta acqua, non esagerare
con smartphone e pc (o almeno, fare spesso una pausa). Ancora, struccare bene gli occhi prima di andare a dormire, non abusare delle lenti a contatto, e, all’aperto, proteggere gli occhi con degli
occhiali da sole.

Non sempre è possibile curare alla radice la secchezza oculare (ad esempio, nel caso delle malattie autoimmuni), ma si può comunque attenuarne i sintomi e aiutare la lubrificazione e la protezione
della superficie oculare. Il rimedio più diffuso sono le lacrime artificiali, ma anche un gel oftalmico può aiutare, soprattutto nei casi più gravi.
Se anche seguendo questi accorgimenti il problema della secchezza non si risolve, è necessario rivolgersi all’oculista.

Mangiare sano migliora la qualità della vita. Si, lo sappiamo che oramai questa frase l’abbiamo sentita fin troppe volte, tanto dal sembrarci a volte stucchevole, e sappiamo che per quanto possiamo utilizzarla un pomodoro fresco non ci sembrerà mai gustoso come una vaschetta di patatine fritte. Non è detto però che mangiare sano voglia dire necessariamente abolire definitivamente dei cibi “sfiziosi”, bensì inserire nella nostra dieta piccoli accorgimenti salutari, ci permetterà di goderci a cuore un po’ più leggero gli “sgarri”.

L’healthy food è fondamentale non “solo” per essere in forma, ma anche perché mangiare cibi sani, che ben si adattano al nostro organismo, è scientificamente testato che possa essere un formidabile alleato per il miglioramento del nostro umore. Senza contare che una dieta equilibrata e la rinuncia alle cattive abitudini come fumo e troppo caffè aiutano a superare l’insonnia e altri disturbi.

Vi proponiamo 10 consigli utili per una dieta più equilibrata e healthy:

1. Assumi tante fibre

Avete mai sentito dire che l’intestino è un po’ il nostro secondo cervello? Beh questo assunto dipende dal fatto che da esso dipendano molte delle nostre difese immunitarie. Non è un caso che chi è stressato o ansioso soffre spesso di colon irritabile. Un corretto funzionamento del nostro intestino invece ci permette un concreto catalizzatore salutare a tutto l’organismo. Possiamo trovare fibre nelle verdure fresche, nella pasta e nel riso. Ma l’apporto sostanzialmente più utile per il nostro organismo arriva effettivamente dalle verdure fresche di stagione (specialmente quelle a foglia verde) perché ricchissime di vitamine e sali minerali.

2. Meno zuccheri

Questa vi suonerà strana, chi non ha divorato un barattolo di Nutella dopo una rottura amorosa? Chi non si sentirebbe più felice davanti ad un enorme torta?

Nonostante i dolci aumentino effettivamente i livelli di serotonina ed appiano un influsso diretto positivo sull’umore, troppi zuccheri possono provocare dipendenza. Mangiando troppo spesso i dolci per compensare stati emotivi negativi come tristezza o stress si rischia infatti di avere un risultato inverso. Un eccesso di zuccheri è nemico di qualunque dieta, intesa non come regime dimagrante ma come insieme di buone abitudini alimentari da adottare giorno per giorno.

3. Più vitamina D

La vitamina D è responsabile della riattivazione della serotonina, l’ormone della felicità citata pocanzi. Si sintetizza anche attraverso l’esposizione al sole, ma è importante aumentarne la presenza nel corpo attraverso cibi specifici, come le uova, i formaggi freschi o il pesce, come il salmone.

4. Meno caffè

Un eccessivo apporto di caffeina nel nostro organismo può portare ad uno stato di sovra-eccitazione che può sfociare in ansia, irritazione e disturbi del sonno. Per questo si consiglia di non prendere più di 2 caffè al giorno, e possibilmente entro il primo pomeriggio.

5. Varietà a tavola

Più eterogenea è la nostra alimentazione, tanto più il nostro organismo avrà un corretto apporto di ogni tipo di nutriente utile. Pasta, carne, pesce, pane, formaggi, frutta, verdura…nessun cibo fa male in se, nessun cibo è un toccasana miracoloso. La vera soluzione per un’alimentazione sana è l’inserimento e l’equilibrio di tutti questi cibi, in maniera corretta. Se hai bisogno di dimagrire, non affidarti a quelle diete settimanali drastiche che indeboliscono e danno risultati immediati solo di breve periodo.

6. Piccoli spuntini con frutta secca

Mandorle, nocciole, noci e semi contengono oligoelementi e fibre che regolano la glicemia, contrastando eventuali picchi o cali da cui dipendono improvvisi cambi di umore. La frutta e i semi secchi, come quelli di zucca o di chia, contengono sali, vitamine e acidi grassi come gli Omega-3, che migliorano la salute del cuore.

7. Una banana al giorno toglie il…dolce di torno

Le banane sono “portatrici sane” di zuccheri complessi, gli stessi che ingeriamo con i dolci e che tanto ci appagano quando li gustiamo. Mangiando una volta al giorno questo frutto tropicale oramai comune sulle nostre tavole, possiamo annullare il desiderio di ingerire dolci “complessi” oltre ad apportare al nostro organismo potassio, magnesio e minerali che fanno bene a cuore e tessuti muscolari.

8. Anche le spezie sono un cibo sano

Ci sono spezie che possiamo chiamare superfood, per il grande apporto di nutrienti che danno all’organismo. Zenzero, pepe, curcuma, cannella, cumino e peperoncino stimolano le endorfine, gli ormoni del buonumore, oltre ad essere dei perfetti anti-infiammatori e antiossidanti che combattono l’invecchiamento cellulare.

9. Mangia cioccolato, ma fondente

Rispetto agli altri tipi di cioccolato, quello fondente non contiene zucchero e grassi. In più, stimola la produzione di serotonina, che regola sonno e attività sessuale e della feniletilammina, la sostanza chimica che il cervello produce quando ci innamoriamo.

10. Spremute di agrumi meglio dei cocktail

Una birra fresca, uno spritz, un bel cocktail fresco sono sicuramente una goduria quando ci si vuole rilassare, ed uno o due non sono neanche da vietarsi. L’importante è non esagerare, e ricordarci che spesso delle spremute di agrumi come arance, limoni e pompelmo possono essere altrettanto “goduriosi” oltre che apportare al nostro organismo tanta vitamina C.

Scopri il libro in download gratuito

Le stime più recenti indicano che nel 2017 quasi 11 milioni di persone nel mondo hanno perso la vita per malattie causate da una dieta inadeguata. Soprattutto a causa di malattie cardiovascolari e, in misura minore, per tumori, diabete e patologie renali. In Italia la percentuale di bambini e adolescenti obesi è quasi triplicata negli ultimi 45 anni: un bambino su 10 è obeso e uno su 5 è in sovrappeso (uno su tre in Europa). Senza dimenticare che più di un terzo degli italiani adulti pesa troppo. Il volume «Alimentazione e salute» (scaricabile gratuitamente nell’area download del sito di Fondazione Umberto Veronesi) informa in modo autorevole sui sani e corretti stili di vita legati alle abitudini alimentari e all’attività fisica. Redatto usando la formula «domande e risposte» fornisce in modo semplice informazioni concrete, sfata falsi miti e credenze e risponde ai quesiti più diffusi.

E pensare che si potrebbero evitare 3 tumori su 10 con una corretta alimentazione

«Sappiamo che esiste una precisa relazione tra dieta e malattie cardiovascolari o tumori. La realizzazione di questo testo mira a informare la società civile in maniera rigorosa basandosi su dati ed evidenze scientifiche – dice Paolo Veronesi, presidente di Fondazione Umberto Veronesi -. Con la giusta alimentazione si può prevenire almeno il 30 per cento delle neoplasie e se in Italia è la dieta mediterranea ad essere un valido strumento a favore di longevità e salute, esistono altri regimi alimentari, nel mondo, che costituiscono un modello nutrizionale altrettanto efficace. Quel che è certo è che non esistono cibi miracolosi, e il libro spiega quali sono le false promesse nascoste dietro abili campagne di marketing, né diete salvavita: l’alimentazione corretta deve essere inserita in una strategia generale sugli stili di vita che includa l’attività fisica e l’abolizione del fumo».

In questi giorni al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, noto come MIUR, sono stati siglati dei protocolli per promuovere la diffusione del benessere e dei corretti stili di vita tra gli studenti di qualsiasi età.

Gli obiettivi previsti nei protocolli sono molteplici, scopriamoli:

  • Promuovere la cultura della salute e del benessere nell’ambiente scolastico.
  • Prevenire forme di disagio e di malessere psico-fisico.
  • Avviare azioni di formazione di docenti, genitori e studenti per affrontare in maniera adeguata temi come i corretti stili di vita e la prevenzione di comportamenti a rischio per la salute.
  • Preparare gli insegnanti alla somministrazione di farmaci agli alunni con patologie specifiche.

Il documento è stato firmato, tra gli altri, dal ministro Marco Bussetti che ha dichiarato:

“Abbiamo siglato due importanti collaborazioni per l’educazione e la crescita sana dei ragazzi che vedono coinvolti istituti scolastici, famiglie, territori, esperti. Stiamo costruendo una vera e propria rete di sostegno. Dobbiamo essere soddisfatti: la scuola non è solo il luogo in cui si apprendono conoscenze e si sviluppano competenze. È anche spazio di cittadinanza attiva. In cui si formano giovani consapevoli. I corretti stili di vita, la prevenzione dei rischi e di forme di malessere sono aspetti da curare tanto quanto lo studio dell’Italiano, della Storia e della Matematica. Grazie a chi mette la propria professionalità a servizio dei nostri bambini e ragazzi”.

È stato inoltre presentato un progetto pilota intitolato “Benessere a scuola”. Sarà realizzato in attuazione dei due Protocolli e riguarderà in una prima fase tre Regioni: Liguria, Abruzzo, Calabria. Coinvolgerà 60 scuole (20 per ciascuna delle tre Regioni) primarie e secondarie di I e II grado, circa 31.000 studenti e 3.900 docenti.

Sarà rivolto a studenti, docenti e famigliari e avrà tra gli obiettivi quelli di incrementare l’attenzione dei ragazzi alla cura del proprio corpo, delle proprie abitudini di vita e della propria affettività, migliorare la vivibilità e il clima sociale all’interno delle scuole, costruire collaborazioni costanti e durature con le famiglie, prevenire casi di disagio e di abbandono scolastico, fornire indicazioni socio-sanitarie ai docenti e formarli sulla somministrazione di alcuni farmaci che i giovani potrebbero dover assumere in caso di patologie specifiche (parliamo solamente di medicinali utili per emergenze da allergia, epilessia, asma ecc), dare assistenza medica e primo soccorso per migliorare la sicurezza a scuola.

Scandalo in Premier League

In queste ore sta tenendo banco una notizia che sta facendo parecchio clamore nel mondo del calcio ma non solo. Il The Sun, testata giornalistica inglese di spicco, ha pubblicato un video risalente all’agosto scorso, in cui si mostrano alcuni tra i più importanti giocatori dell’Arsenal (squadra calcistica di Premier League), banchettare ad un festino con alcool e hippy crack.

Nel video, girato qualche giorno prima dell’inizio della Premier League nel Tape Club a Londra e alla presenza di una settantina di ragazze, si vedono i calciatori provare quella che viene chiamata “la droga di chi non si droga”. Non è infatti una vera sostanza stupefacente che lascia tracce nel sangue ma il gas esilarante (o ossido di azoto) usate anche come calmante per le anestesie: in Inghilterra il possesso non è illegale  ma è vietata la vendita ai minori di 18 anni se c’è il rischio che lo inalino.

Il vero problema è la combinazione tra l’inalazione di questo gas e gli alcolici (al party erano presenti anche vodka, scotch, champagne…): entrambi sono vasocostrittori e un’esposizione prolungata può provocare ipertensione o infarti.

Ma cos’è l’Hippy Crack?

Come già accennato in precedenza l’hippy crack bisogna chiarire che non è riconosciuta come sostanza dopante o illegale. Quindi non è stato commesso nessun reato, ma è certamente una sostanza che può creare reali problematiche alla salute.

Hippy Crack è il termine usato per l’eccesso di ossido di azoto, o gas esilarante. Di solito viene somministrato prendendo le piccole capsule di metallo usate nei vecchi contenitori di crema e perforando la parte superiore con un “cracker” e prendendo tutto il gas per riempire un grande palloncino. Il pallone a gas viene quindi inalato e tenuto in alto. L’effetto di stordimento dura solo per un minuto o meno, ma crea una pericolosa sensazione di assuefazione, che porta spesso a fare delle ulteriori inalazioni. Di qui l’associazione con Crack.

Sesso, droga, rock n roll e..?

Sesso, droga e rock n roll. L’adagio più famoso accostato al mondo della musica trasgressiva, ha sempre funzionato, anche perchè spesso suffragato da fatti reali che ne provano l’effettività. Queste tre semplici parole vennero usate per la prima volta insieme negli ultimi anni 60, ma fu nel 77 che ebbero un incredibile consacrazione, quando il musicista britannico Ian Dury pubblicò il brano dall’omonimo titolo, ad oggi il suo singolo più famoso. Qualche anno dopo però nell’immaginario di alcuni se ne aggiunse una quarta, molto meno divertente, l’HIV. Era la fine degli anni 80 e quando un emaciato e magrissimo Rock Hudson apparve alla televisione annunciando di aver preso la malattia, l’ex idolo delle donne ai tempi del cinema anni 50 e 60, un “vero macho” come si era proposto per decenni, ammise anche di essere omosessuale. Cominciò così a venire a galla “la peste” del XX secolo che in poco tempo avrebbe mietuto migliaia di vite. Più che la malattia dei gay come in un primo tempo si era additato, era la malattia del sesso libero, perché avrebbe colpito anche gli etero, tutti coloro che avevano rapporti con molteplici persone diverse. Era l’eredità della liberazione sessuale predicata e applicata dagli anni 70.

A lungo Mercury aveva tenuto nascosta la sua omosessualità, era stato anche sposato con una donna, Mary Austin, che gli rimase accanto anche quando frequentava altri uomini: «Nonostante la sua omosessualità, Freddie la definiva l’amore della sua vita, erano molto in sintonia». A lei lasciò in eredità la sua villa di Londra e molti dei suoi soldi. «Era un uomo pieno di contraddizioni, estroverso e timido, travolgente e sensibile. Prima ancora di cominciare si era costruito un’immagine piena di colori e sicurezza. Era già una rockstar prima ancora di incidere un disco. Era come un pavone: riusciva a tradurre in realtà la sua fantasia» racconta ancora May. Chi era davvero Freddie Mercury, oltre a essere stato uno dei più dotati cantanti della storia del rock? Per May «Forse tutti noi musicisti dentro siamo fragili. Giriamo il mondo con la chitarra per compensare». Gli rimane un unico rimpianto: se fosse sopravvissuto ancora un pò, dice, forse si sarebbe salvato per via delle nuove cure.

Ma oggi l’HIV può dirsi davvero debellato?

Oggi in Italia sono in terapia più di 100mila pazienti con HIV. Secondo l’ultimo bollettino del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità i cui dati si riferiscono al 2016, poco meno di 4000 sono le nuove diagnosi di infezione che vengono fatte ogni anno, con una incidenza di circa 5,7 su 100mila abitanti“Un elemento, quest’ultimo, da non sottovalutare – spiega il Prof. Massimo Andreoni – perché equivale a un grosso fallimento: non siamo stati in grado di interrompere la trasmissione di questa malattia”Le fasce d’età più a rischio sono quelle più giovani, tra i 25 e i 29 anniNel 50% dei casi si tratta di maschi che fanno sesso con maschi; rimane costante, invece, il numero di donne con nuova diagnosi di HIV (30%). Nel 2016 sono state segnalate 796 nuove diagnosi di HIV in donne, delle quali 488 (61,3%) in donne straniere e 297 (38,7%) in donne italiane.

La modalità di contagio prevalente è quella sessuale, mentre la trasmissione tramite tossicodipendenza riguarda una quota minimale, pari a pochi punti percentuali. Si osserva, anche, un rilevante numero di stranieri con una nuova diagnosi di HIV. E’ stato stimato, inoltre, che il 40% delle persone alla prima diagnosi risulta essere inconsapevole di essersi esposta all’HIV. La trasmissione per uso iniettivo di sostanze, la trasmissione eterosessuale, l’essere residenti nel Nord Italia, il genere femminile, nonché l’età più avanzata sono risultati fattori di rischio associati alla inconsapevolezza del rischio di HIV.

Il primo passo per debellare la malattia, è come sempre, fare sesso protetto, check up regolari ed informarsi. Oggi salvarsi si può, ma la malattia deve essere scoperta in tempo utile. Chissà se Freddie Mercury fosse nato 10 anni più tardi, se oggi sarebbe ancora vivo e quanta meravigliosa musica ci avrebbe donato. Una cosa è certa, “Freddie” non si è mai vergognato di se stesso: nella vita privata era come quando era sul palco: l’icona di chi vuole godere fino in fondo della vita, anche fino alla morte.

Quanto posso bere al giorno senza nuocere alla mia salute?

Per rispondere a questa domanda prima di tutto bisogna fornire un accenno chimico della composizione degli alcolici che abitualmente ingeriamo. Le bevande alcoliche sono generalmente costituite per la maggior parte da acqua, e per la restante parte da alcol etilico (altresì detto etanolo), la restante minima parte è rappresentata da altre sostanze come composti aromatici, coloranti, vitamine ecc.

L’etanolo, che si trova in parte consistente negli alcolici, è una sostanza estranea al nostro organismo, ed in grosse quantità tossica. Il corpo umano è in grado di sopportare l’etanolo in piccole dosi, ma se queste crescono eccessivamente, non è più in grado di smaltirlo efficacemente.

Generalmente per misurare gli alcolici si usa l’unità di misura “UA” (Unità alcolica appunto). Il limite è dato da massimo 2/3 Unità per un uomo adulto, 1/2 per una donna e non più di 1 per una persona anziana.

A quanto corrispondono queste unità alcoliche?

Una Unità Alcolica (U.A.) corrisponde a circa 12 grammi di etanolo; una tale quantità è contenuta in un bicchiere piccolo (125 ml) di vino di media gradazione, o in una lattina di birra (330 ml) di media gradazione o in una dose da bar (40 ml) di superalcolico. L’equivalente calorico di un grammo di alcol è pari a 7 kcal.

Unità alcoliche per bevanda:

Vino da pasto (11 gradi, un bicchiere da 125ml): 1 U.A

Vino da pasto (13,5 gradi, un bicchiere da 125ml): 1,1 U.A

Birra (4,5 gradi, una lattina da 330ml): 1 U.A

Birra doppio malto (8 gradi, un boccale da 200ml): 1 U.A

Aperitivi alcolici (20 gradi, un bicchierino da 75ml): 1 U.A

Cognac, Grappa, Vodka (40 gradi, un bicchierinoda 40ml): 1,1 U.A

 

Fonte dati: www.fondazioneveronesi.it

In Italia continua a salire la spesa sanitaria pubblica pro capite (+ 0,38% tra il 2015 e il 2016) attestandosi a 1.845 euro. A riferirlo è il recente Rapporto Osservasalute, che evidenzia come la spesa sanitaria privata raggiunge, nel 2015, la quota di 588,10 euro con un trend crescente dal 2002 a un tasso annuo medio dell’1,8%.

Tutte le Regioni registrano un tasso medio di crescita degli esborsi che oscilla dallo 0,6% delle Lombardia al 3,7% della Basilicata. Nel 2015, in valori assoluti, la spesa privata pro capite più alta si registra in Valle d’Aosta con 948 euro, mentre la più bassa è in Sicilia con 414 euro.

Tuttavia secondo gli esperti al Sud si muore di più. Il tasso di mortalità per tumori e malattie croniche è infatti maggiore di una percentuale che va dal 5 al 28% e la Campania è la Regione con il dato più allarmante (+28% di mortalità rispetto alla media nazionale del 2,3%). In contro tendenza il dato secondo cui nel nostro Paese, si muore meno per tumori e malattie croniche ma solo dove la prevenzione funziona, ovvero principalmente nelle Regioni settentrionali. Il report prende in esame la cosiddetta mortalità precoce, dai 30 ai 69 anni, per varie patologie come tumori, diabete e malattie croniche e cardiovascolari.

 

In questo quadro preoccupante, una buona notizia riguarda i progressi dell’Italia in fatto di welfare aziendale, che conquista molte PMI, considerato non come uno strumento di filantropia, ma come un investimento che incide sui risultati aziendali: il 32,5% delle piccole e medie imprese investono in benessere e il 52,7% prevede un incremento delle misure di welfare nei prossimi 2-3 anni. E’ quanto riportato dai dati della ricerca Welfare Index Pmi.

Le priorità su cui le aziende concentrano maggiore attenzione sono la salute, l’assistenza e il work-life balance.  Seguendo questa tendenza, anche il Gruppo Health Italia si rivolge al mercato con un approccio completo al welfare aziendale, integrando l’offerta di piani sanitari e servizi assistenziali con programmi di flexible benefits. Il servizio viene erogato attraverso BenefitOnline, la piattaforma di fornitura e gestione del programma.

Tornando al Rapporto Osservasalute, “sempre nel Mezzogiorno una persona su cinque dichiara di non aver soldi per pagarsi le cure”. La Campania e ancor di più la Calabria sono le Regioni che nel quadro complessivo mostrano il profilo peggiore. Si evidenziano dunque, si legge nel documento, “situazioni di buona copertura dei sistemi sanitari nelle regioni del Centro-Nord, mentre per il Meridione appare urgente un forte intervento in grado di evitare discriminazioni sul piano dell’accesso alle cure e dell’efficienza del sistema”.

 

Anche per dare una risposta chiara e credibile a questa domanda di assistenza sanitaria nei contronti di oltre 11 milioni di italiani che non hanno accesso alle cure mediche, da un anno Scegliere Salute, startup e-health del Gruppo Health Italia, ha lanciato il progetto di “Banca delle Visite” per offrire una visita medica gratuita a chi non può permettersi di pagare.

Finora varie decine di persone sono state aiutate da questa campagna sociale. E’ possibile donare liberamente collegandosi al portale www.bancadellevisite.it

 

Fabio Dell’Olio

Sembra essersi affievolita la polemica intorno ai vaccini. La legge che li ha resi obbligatori per l’accesso alle scuole ha creato non poco rumore, con conseguenti polemiche e persone in piazza protestanti e rivendicando un concetto in particolare: la libertà di scegliere (se vaccinarsi o meno). E’ assolutamente legittimo pretendere di poter scegliere come e se curarsi, quello che spesso si dimentica da parte dei no vax è che la loro scelta può danneggiare il prossimo.

I dati parlano chiaro. I vaccini nel corso della storia hanno debellato ed arginato malattie terribili, ed ancor oggi non hanno smesso di avere numeri altissimi di vantaggi. Dall’inizio del millennio ad oggi, le vaccinazioni contro il morbillo hanno salvato 20,4 milioni di vite: a testimoniare, cifre alla mano, l’importanza assoluta dell’immunizzazione contro questa malattia – i cui effetti vanno ben al di là di uno sfogo cutaneo – è un’analisi dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC) americani.

Nel 2000, morivano di morbillo 550 mila persone ogni anno. Nel 2016, i decessi sono stati 90 mila: un numero ancora troppo alto, ma i progressi sono stati enormi, e dovuti a un programma di eradicazione globale supportato dall’OMS.

Per dimostrare gli effetti della vaccinazione, i CDC hanno calcolato il numero di vittime odierne dell’infezione, e di quelle che ci sarebbero state senza la massiccia campagna vaccinale messa in campo dall’OMS. Senza l’immunizzazione contro il morbillo, nel 2000 la conta annuale di morti per la malattia sarebbe stata di 1,3 milioni di persone. Nel 2016, senza il programma vaccinale, le  vittime sarebbero arrivate a oltre 1,5 milioni all’anno. In totale, secondo le stime dei ricercatori, le vite salvate sono state 20,4 milioni.

Veniamo al bel paese. Solo quest’anno si sono registrati 4.775 casi di cui 4 decessi (dati dell’Epicentro dell’Istituto superiore di sanità aggiornati al 29 ottobre 2017). L’88% dei pazienti contagiati non era vaccinato, e il 6% aveva ricevuto soltanto una dose su due del vaccino.

Ora, ad ognuno la sua libertà, ma leggere un pò di dati non farà di certo male nella “scelta finale”.

Fonte: Focus.it