Esistono ospedali che credono nel valore terapeutico delle bellezza. Certo, non potranno aiutarci a sconfiggere mali incurabili o alleviare le pene di una lunga e difficile degenza, ma almeno ci donano una speranza e risollevano il nostro umore dai turbamenti della malattia.

Negli ultimi anni le corsie di molti ospedali italiani si sono trasformate in piccoli musei e gallerie d’arte dove esporre opere creative e regalare una parentesi di bellezza ai pazienti ricoverati. E’ il caso, per esempio, dell’Ospedale Maggiore di Parma,  che ha inaugurato pochi giorni fa “Arte Hospitale” che raccoglie preziosi dipinti della collezione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria tra cui una “Madonna col Bambino”, stucco policromo della bottega di Antonio Rossellino.

Oppure ci sono artisti che allestiscono mostre personali come Luciano Tumiet, artista di Isola della Scala, con la propria Personale “Equilibri cromatici” nella Sala Mostre del Polo Confortini nell’ambito della fortunata rassegna L’Arte in Ospedale, che durerà fino al 14 maggio.

Anche all’Ospedale di Biella è stata allestita nei giorni scorsi una mostra intitolata Due ruote e una vetta e curata dal Team Dahu e dal Cai, che intende sottolineare il potere terapeutico della montagna e dell’esercizio fisico.

Infine, altro magnifico colpo d’occhio, è a Salerno nel bunker del reparto di Radioterapia Pediatrica presso l’azienda ospedaliera-universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. Qui è stato dipinto un acquario realizzato con il preciso scopo di regalare, almeno, una bella visione ai piccoli pazienti in terapia. Il grande murale a tema marino ricopre tutti i 200 mq del bunker ed è stato realizzato dall’artista Silvio Irilli.

Perchè gli ospedali non siano più luoghi infelici e bui, ma colorati e creativi, per donare speranza ai suoi abitanti.

Dopo aver praticato a lungo il salto dal piatto al salotto, per milioni di italiani, dopo i pranzi delle feste natalizie, è tempo di fare i conti con la propria coscienza. E con la bilancia! E nel mese di gennaio si registra un picco di iscrizioni in palestra, con sedute dimagranti e numerosi corsi che promettono effetti miracolosi. L’incantesimo del buon atleta dura però al massimo un paio di mesi perchè già a marzo si registra il primo esodo dai corsi e dall’attività fisica.

Eppure non passa giorno che medici esperti e nutrizionisti non ricordino i benefici di praticare l’attività sportiva. La scarsa attività fisica è implicata nell’insorgenza di alcuni tra i disturbi e le malattie oggi più frequenti: diabete di tipo 2, malattie cardiocircolatori (infarto, miocardico, ictus, insufficienza cardiaca), tumori. Un rapporto del Ministero della Salute fa notare che “in Italia il 30% degli adulti tra 18 e 69 anni svolge, nella vita quotidiana, meno attività fisica di quanto è raccomandato e può essere definito sedentario. In particolare, il rischio di sedentarietà aumenta con il progredire dell’età, ed è maggiore tra le persone con basso livello d’istruzione e difficoltà economiche. La situazione è migliore nelle regioni del nord Italia, ma peggiora nelle regioni meridionali”.

Trascorrere molto tempo stando seduti, come avviene quando si svolgono lavori d’ufficio o si spendono tante ore davanti alla tv, può pregiudicare la salute generale dell’organismo rendendo più vulnerabili a una serie di patologie croniche e degenerative, dal diabete alle malattie cardiache fino al cancro. Purtroppo l’attività fisica da sola non riesce a compensare i danni di una vita prettamente sedentaria. Secondo uno studio condotto da un’équipe di ricercatori dello University Health Network (UHN), 30 minuti di esercizio fisico al giorno non bastano a limitare l’impatto sulla salute di 23 ore e mezza di vita sedentaria.

I ricercatori spiegano che in una giornata tipo di 12 ore, per prevenire il rischio di malattie e morte prematura l’ideale sarebbe ridurre di due o tre ore il tempo totale trascorso da seduti. I benefici di uno stile di vita meno sedentario saranno evidenti a breve e a lungo termine, con un notevole miglioramento delle condizioni di salute generali e un minore rischio di malattie gravi.

Secondo un altro studio, con 20 minuti di camminata o pedalata in bici ogni giorno il rischio di morire per conseguenze legate al tumore alla prostata diminuirebbe del 39% rispetto a coloro che ne praticano per una durata inferiore, mentre la mortalità generale scenderebbe di quasi un terzo (-30%).

A conti fatti sembra che i costi di una palestra o più in generale di uno stile di vita dinamico siano assai più ridotti degli eventuali effetti collaterali che la sedentarietà comporta, ai pazienti e al Sistema Sanitario Nazionale.

Un motivo in più per non rimandare a domani l’attività sportiva che potreste svolgere oggi.

Siamo tra i popoli più longevi d’Europa (il 22% ha superato i 65 anni), ma con un tasso di natalità (8xmille) più basso tra quelli dell’UE. In questo contesto è cresciuta esponenzialmente la domanda di prestazioni sanitarie, rimasta disattesa a causa dei tagli alla Sanità (passata da 93,3 miliardi nel 2000 a 148,1 nel 2015), che di certo non aiutano ad accorciare i tempi biblici delle liste d’attesa (500 giorni per una mammografia!). Contemporaneamente è aumentato anche il costo dei ticket sanitari a carico dei cittadini, che hanno preferito quindi altre forme private di tutela sanitaria. Oppure, come spesso succede, hanno rinunciato completamente alle cure mediche.

Secondo l’ultima indagine dell’Istat (2013), infatti, sono circa due milioni e mezzo le persone che hanno rinunciato per motivi economici, un milione e 200mila erano donne, 800mila dai 40 ai 64 anni, proprio nell’età in cui è più necessario fare prevenzione. In questo 9,5% della popolazione che non ha potuto fruire di prestazioni che dovrebbero essere garantite dal servizio sanitario pubblico, a pagare di più gli effetti di questa grande recessione economica (iniziata nel 2008 e mai finita) sono soprattutto i giovani: l’11% dei ragazzi sotto i 18 anni vivono in famiglie povere.

Se è vero che “la salute è la più grande forza di un popolo civile”, il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) ha però dimostato la sua incapacità di mantenere adeguati livelli di copertura sanitaria pubblica per tutti i cittadini. Per far fronte alle molteplici carenze del SSN, i pazienti hanno fatto più frequentemente ricorso ad Enti della Sanità Integrativa (Fondi Sanitari, Casse di assistenza sanitaria e soprattutto a Società di Mutuo Soccorso) come per esempio il Gruppo Health Italia. Secondo il Censis, il 57,1% degli italiani è a favore del cosiddetto “secondo pilastro”, e sono 26,5 milioni gli italiani che si dicono propensi ad aderirvi.

Al tempo della Sanità digitale, non è più avveniristico permettere ai pazienti-utenti di prenotare online le visite specialistiche beneficiando magari di tariffe convenzionate. E’ l’idea coltivata da tempo dal team di ScegliereSalute e fondata sul valore dell’accesso universale alle cure mediche.

La nostra idea di Sanità – ci dice Giuseppe Lorusso, co-fondatore del sito ScegliereSalute.it – è quella di garantire nuove forme di accesso ai servizi sanitari e offire una valida alternativa ai rigidi schemi del SSN”. Nato per recensire e condividere informazioni su centri sanitari e specialisti, ScegliereSalute è pronto a offrire un nuovo servizio, facile e veloce, di prenotazione online di prestazioni sanitarie. Per ampliare la gamma di servizi offerti, ScegliereSalute in totale trasparenza ha scelto di ospitare le prestazioni di centri diagnostici e professionisti convenzionati, gratuitamente, senza alcuna fee di ingresso, ma con l’impegno a mantenere calmierati i prezzi delle prestazioni in modo da consentire facile accesso a tutti.

Con questo nuovo servizio di booking online sarà possibile acquistare oltre che visite mediche anche prestazioni diagnostiche per via delle convenzioni con grandi gruppi sanitari privati (ad esempio Gruppo Kos) con tariffe più basse di almeno il 10% rispetto a quelle offerte direttamente dai centri stessi.

Sono oltre 11 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno fatto ricorso alla Sanità privata, considerata ormai un’opportunità per colmare le lacune del servizio pubblico e per rispondere alla domanda di salute degli italiani. Celermente ed efficacemente.

Spesso si parla di lavori “stressanti” o attività quotidiane da svolgere “sotto stress”. Con gli anni sono diventate nuove skill essenziali per stare al passo coi tempi (precari) che corrono e soprattutto con il mercato fortemente competitivo. Ma che cosa significa veramente “soffrire di stress sul lavoro”? Giovedì 28 aprile l’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha scelto il tema “stress lavoro correlato” per la Giornata Mondiale per la Salute e della Sicurezza sul Lavoro”.

stressa lavoro classificaSecondo i dati di una ricerca pubblicata dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA), il livello dei rischi psicosociali nei luoghi di lavoro europei è elevato: il 77% delle imprese segnala la presenza di almeno un fattore di rischio come il dover gestire clienti, pazienti o allievi difficili (58%), avere ritmi pressanti (43%); nelle aziende dell’Ue con 20 o più impiegati, solo il 33% segnala di essersi dotato di un piano d’azione per la prevenzione dello stress lavoro-correlato. Alcuni esempi di condizioni di lavoro che comportano rischi psicosociali sono: carichi di lavoro eccessivi; richieste contrastanti e mancanza di chiarezza sui ruoli; scarso coinvolgimento nei processi decisionali e mancanza di influenza sul modo in cui il lavoro viene svolto; gestione inadeguata dei cambiamenti organizzativi, precarietà; comunicazione inefficace, mancanza di sostegno da parte dei colleghi o dei superiori; molestie psicologiche e sessuali, violenza da parte di terzi.

Secondo l’Ilo: “a causa dei cambiamenti importanti nelle relazioni industriali e dell’attuale recessione economica, i lavoratori si confrontano con i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e con le ristrutturazioni, la diminuzione delle opportunità lavorative, l’aumento della precarietà, la paura di perdere il lavoro, i licenziamenti massicci e la disoccupazione, la diminuzione della stabilità finanziaria, con serie conseguenze per la loro salute mentale e per il loro benessere” (Fonte AdnKronos Salute).

In un contesto così complesso, l’ambiente di lavoro rappresenta un’importante fonte di rischio psicosociale, ma è anche il luogo ideale per affrontare tali rischi in modo da proteggere la salute e il benessere dei lavoratori.

 

 

Più di 3 milioni di persone in Italia, in gran parte adolescenti nella fascia 18-24 anni, sono adusi ad un consumo smodato di alcool. Secondo le stime della Relazione annuale inviata dal Ministero della Sanità al Parlamento Italiano, sono in aumento le “abbuffate di alcool” a stomaco vuoto già all’età di 11 anni.

Nella relazione si legge che il 10% degli uomini e il 2,5% delle donne con più di 11 anni hanno dichiarato di aver consumato 6 o più bicchieri di bevande alcoliche in una sola occasione e che sono poco più dell’11% coloro che lo hanno fatto tra gli 11 e i 15 anni; ma la percentuale sale a 7,4% per i ragazzi e 4,6% per le ragazze tra i 15 e i 17 anni che si sono ubriacati durante l’ultimo anno e ammontano a 21% i maschi e 7% le femmine tra i 18-24 anni.

Il Ministero della Salute persevera nel ribadire la pericolosità dell’alcool per la salute, che costituisce “ un serio problema di sanità pubblica” che sottopone agravi rischi per la salute e la sicurezza non solo del singolo bevitore ma anche all’intera società”.

alcol2C’è poi la categoria dello “sballo del sabato sera” con l’uso combinato di sostanze stupefacenti illegali (dalla cannabis fino alle smart drugs). Il fenomeno cosiddetto del “binge drinking“, ovvero bere tanti alcolici in poco tempo, è la principale casusa del rischio di ipertensione tra i giovanissimi.

“Il consumo di bevande alcoliche in grandi quantità costituisce di per sé un rischio per la salute, ma aumenta anche il rischio di diventare obesi”, osserva Italia Salute . “Il motivo non risiede solo nel grande contenuto calorico degli alcolici, ma sta soprattutto nei cambiamenti che avvengono nel cervello e più precisamente nelle sedi del “sistema di ricompensa cerebrale”.

 

I dati europei: 120 mila decessi prematuri all’anno dovuti al consumo eccessivo di alcol

Nei paesi dell’Unione europea l’alcol è ritenuto responsabile di circa 120 mila morti premature all’anno: una su 7 tra gli uomini e una su 13 tra le donne di età 15-64 anni.
I dati confermano inoltre che sono gli abitanti della UE a detenere il triste primato del consumo di alcol pro capite a livello globale: i cittadini comunitari (Croazia inclusa) bevono 10,2 litri di alcol puro l’anno pro capite. Una quantità che, se consideriamo anche la Norvegia, la Svizzera e gli altri stati candidati ad entrare nella UE scende di poco (9,4 litri annui pro capite). Il trend degli ultimi 20 anni, a fronte di una media leggermente in calo, registra infatti un aumento sensibile delconsumo pro capite nell’Europa centrale ed orientale, lieve nel nord, una diminuzione moderata nella zona occidentale e marcata al sud (area che comprende l’Italia).

 

Ambiente killer per 12,6 milioni di persone nel mondo, decedute a causa dell’inquinamento ambientale, inteso come inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, esposizioni chimiche, cambiamenti climatici e radiazioni ultraviolette.

In Europa, nel 2012, l’esposizione a fattori di rischio ambientale è costata la vita a 1,4 milioni di persone. E’ quanto emerge dal Rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sull’impatto dell’inquinamento ambientale, secondo cui questi elementi contribuiscono all’insorgenza di più di 100 malattie e danni alla salute.

Secondo Flavia Bustreo, vicedirettore generale dell’Oms per la Salute della famiglia, delle donne e dei bambini,
“Un ambiente sano è alla base di una popolazione sana e se i Paesi non intraprendono al più presto azioni volte a ridurre l’inquinamento e migliorare le condizioni dell’ambiente in cui si vive e si lavora, in milioni continueranno ad ammalarsi e a morire prematuramente”.

Il nuovo rapporto Oms, che arriva a 10 anni di distanza dalla prima edizione, delinea azioni concrete che i Paesi possono mettere in atto per invertire la tendenza al rialzo registrata in termini di malattie e morti legate all’inquinamento ambientale.

Tra i principali rimedi per ridurre i rischi di inquinamento ambientale contemplati dal Rapporto OMS, c’è la riduzione dell’uso di combustibili solidi per cucinare o l’utilizzo di tecnologie energetiche a bassa emissione di carbonio. “E’ necessario agire in fretta – fa notare la Bustreo – e investire in strategie efficaci per ridurre i rischi ambientali nelle nostre città, case e luoghi di lavoro. Investimenti mirati possono aiutarridurre a livello globale e in modo significativo il crescente numero di malattie cardiovascolari e respiratorie, così come anche di tumori, e al tempo stesso a ridurre i costi del sistema sanitario”.

Nel rapporto emerge che i più esposti ai fattori di rischi ambientali sono i bambini al di sotto dei cinque anni e gli adulti fra i 50 e i 75 anni. Ogni anno 1,7 milioni di bimbi al di sotto dei cinque anni e 4,9 milioni di adulti tra i 50 ei 75 perdono la vita per cause che potrebbero essere evitate grazie a una migliore gestione dell’ambiente. Sono infatti i più piccoli a essere maggiormente colpiti da infezioni delle basse vie respiratorie e dalle malattie diarroiche, mentre le persone anziane sono le più esposte a patologie non trasmissibili.

Osservando oltre 100 categorie di patologie e di danni alla salute, la stragrande maggioranza dei decessi correlati ai rischi ambientali sono dovuti a malattie cardiovascolari, come ictus e cardiopatie ischemiche (ictus 2,5 milioni di morti ogni anno; cardiopatie ischemiche 2,3 milioni); lesioni involontarie come morti per incidenti stradali (1,7 mln); tumori (1,7 mln); malattie respiratorie croniche (1,4 milioni); malattie diarroiche (846.000); infezioni delle vie respiratorie (567.000); condizioni neonatali (270.000); malaria (259.000); lesioni volontarie come suicidi (246.000).

Il Corriere della Sera riferisce che “riguardo allo specifico inquinamento dell’aria, l’Italia a novembre era risultato il Paese dell’Unione europea con più morti prematuri secondo il Rapporto dell’Agenzia per l’ambiente europea. Nel nostro Paese nel 2012 59.500 decessi erano attribuibili al particolato fine (PM 2.5), 3.300 all’ozono (O3) e 21.600 al biossido di azoto (NO2). L’Italia guidava la classifica europea delle morti da biossido di azoto, dovute agli scarichi delle auto, in particolare ai veicoli diesel. Anche sull’ozono eravamo primi in Europa, mentre sulle polveri sottili, emesse anche dalla combustione delle biomasse, eravamo primi insieme alla Germania”.
Il nuovo rapporto dell’Oms indica le strategie per migliorare l’ambiente e per prevenire le malattie legate all’inquinamento ambientale. L’utilizzo per esempio di tecnologie e combustibili puliti per le attività di tipo domestico come cucinare, o per il riscaldamento e l’illuminazione delle case, permetterebbe di ridurre le infezioni respiratorie acute, le malattie respiratorie croniche, le malattie cardiovascolari e le ustioni. Aumentare l’accesso all’acqua potabile e a servizi igienici adeguati o la promozione di semplici azioni, quali ad esempio lavarsi le mani regolarmente, ridurrebbe ulteriormente l’incidenza delle malattie diarroiche.
Anche la legislazione ha un ruolo chiave, come il miglioramento della circolazione nelle città e una buona pianificazione dell’assetto urbano, abbinati alla costruzione di abitazioni dotate di un efficiente sistema energetico. A Curitiba, nello Stato del Paranà in Brasile, ad esempio l’amministrazione ha fatto numerosi investimenti per rendere più vivibili i quartieri particolarmente disagiati, prevedendo il riciclo dei rifiuti, la creazione di spazi verdi e la costruzione di piste pedonali e ciclistiche.

I numeri hanno dimostrato gli effetti positivi di misure semplici, ma al tempo stesso efficaci: nonostante un aumento della popolazione 5 volte maggiore negli ultimi 50 anni, i livelli di inquinamento dell’aria sono relativamente inferiori rispetto a molte altre città in rapida crescita e l’aspettativa di vita è risultata essere di due anni superiore rispetto alla media nazionale. Durante la prossima Assemblea mondiale della sanità a maggio, l’Oms presenterà una road map per guidare la risposta globale da parte del settore sanitario nel ridurre gli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico sulla salute.

Il diritto alla salute rappresenta anche per i detenuti il primo dei diritti. Innanzitutto perchè la popolazione detenuta rappresenta un gruppo ad alta vulnerabilità, il cui livello di salute, ancor prima dell’entrata in carcere, è mediamente inferiore a quello della popolazione generale. Inoltre, il principio della pari opportunità (tra liberi e detenuti) all’accesso al bene salute da un lato incontra ostacoli nelle esigenze di sicurezza. Quindi il diritto alla salute in carcere non si esaurisce nell’offerta di prestazioni sanitarie adeguate: particolare attenzione deve essere prestata alle componenti ambientali, assicurando alle persone ristrette condizioni di vita e regimi carcerari accettabili, come recita la Costituzione italiana (art.32, 1° comma) che definisce la salute come “fondamentale diritto dell’individuo” e come “interesse della collettività“.

Con specifico riferimento alle persone recluse, viene in rilievo l’esigenza della “sicurezza”, e dunque il problema centrale è quello dell’estensione del limite di questa esigenza di sicurezza, potenzialmente idoneo ad incidere anche sulle altre espressioni del diritto alla salute e in special modo sul diritto ai trattamenti sanitari, che si traduce nella pretesa all’ottenimento dei trattamenti di miglior livello che, nelle circostanze date, gli operatori sono in grado di fornire, sul rifiuto dei trattamenti sanitari non imposti dalla legge, che discende dall’art. 32, sul diritto a lasciarsi morire, sul divieto di accanimento terapeutico e sul diritto all’ambiente salubre.

Perciò, problemi quali il sovraffollamento, l’inadeguatezza delle condizioni igieniche, la carenza di opportunità di lavoro e di studio, la permanenza per gran parte della giornata in cella, la difficoltà a mantenere relazioni affettive e contatti con il mondo esterno, sono da considerarsi ostacoli determinanti nell’esercizio del diritto alla salute.

Riguardo le carenze del sistema carcerario, il Comitato Nazionale di Bioetica in passato si è già espresso in merito ai gravi problemi di chi vive costretto “dentro le mura”.

La prigione è un luogo di contraddizioni: contraddizione fra il principio della parità dei diritti dentro e fuori le mura (eccetto la libertà di movimento), e le esigenze di sicurezza che tendono a limitarli; fra le norme secondo cui le istituzioni devono garantire “la salubrità degli ambienti di vita” e “gli standard igienico sanitari previsti dalla normativa vigente”, e le reali condizioni di vita nelle celle sovraffollate; fra il significato della pena, basato sulla responsabilità individuale, e la concentrazione in carcere di un numero crescente di persone che appartengono agli strati più deprivati della popolazione; fra il deficit di salute di chi entra negli istituti penitenziari e un carcere che produce sofferenza e malattia.
Sono queste alcune delle ragioni che chiamano alla responsabilità etica nei confronti dei detenuti, in quanto gruppo ad alta vulnerabilità bio-psico-sociale (La Salute “dentro le mura”, CNB, 2013).

La OMS ci informa che i principali disturbi in carcere sono di natura psichica, infettiva e gastroenterica. Alcuni comportamenti poco salutari, come il consumo di tabacco e l’abuso di alcol, associati alla malnutrizione e alla mancanza di attività fisica, possono aggravare gravi patologie croniche come il diabete e l’ipertensione, che hanno prevalenza più elevata rispetto alla popolazione non istituzionalizzata.

Nell’insieme, il carcere si conferma come ambiente a rischio: è a rischio il 13% della popolazione carceraria contro il 7% della popolazione generale. La sproporzione è particolarmente evidente per alcuni disturbi: la dipendenza da droghe raggiunge il 21,5% fra i detenuti contro il 2,1% della popolazione generale; il 15,3% dei detenuti ha problemi dentali (contro il 4,5 fra la p-g.); il 13,5% presenta malattie osteoarticolari e post traumatiche (contro l’11,9 fra la p.g.); il 2,08% soffre di infezione da HIV (contro lo 0,2 della p.g.).

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Ma come funziona l’assistenza sanitaria in carcere? 

Negli istituti penitenziari la suddetta esigenza è soddisfatta assicurando la presenza di un servizio medico e farmaceutico rispondente alle esigenze profilattiche e di cura della salute dei detenuti (art. 11, 1° comma, O.P.), ferma restando la possibilità del “trasferimento”, disposto dal magistrato di sorveglianza, dei condannati e degli internati in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura ove siano necessarie cure o accertamenti diagnostici che non possono essere apprestati dai servizi interni (art. 11, 2° comma, O.P.). I detenuti sono sottoposti a visita medica generale all’atto dell’ingresso in istituto e a periodici riscontri, indipendentemente dalle richieste degli interessati (art. 11, 5° comma, O.P.). Inoltre è loro assicurata la possibilità di richiedere di essere visitati a proprie spese da un sanitario di fiducia (art. 11, 11° comma, O.P.).

L’art. 11 O.P. fissa anche il principio della collaborazione con i servizi pubblici sanitari locali, ospedalieri ed extra ospedalieri, per l’organizzazione e il funzionamento del servizio sanitario per i detenuti, consentendo di ritenere quest’ultimo, anche per effetto delle previsioni del regolamento penitenziario, “come una funzione a cui le risorse esterne direttamente e continuamente collaborano”.

Un altro aspetto della riforma sanitaria in carcere è la collocazione amministrativa del personale sanitario alle dipendenze del SSN e non più dell’Amministrazione Penitenziaria. Questo passaggio rappresenta una garanzia per l’autonomia del personale sanitario.

I detenuti sono esonerati dal sistema di compartecipazione alle spese sanitarie (ticket) e mantengono l’iscrizione al S.S.N., anche se stranieri, per tutto il periodo della detenzione. Inoltre, ogni A.S.L. deve adottare una “Carta dei servizi dei detenuti“, da predisporre consultando gli stessi detenuti e le associazioni di volontariato per la tutela dei diritti dei cittadini.

Le situazioni di “incompatibilità” con la detenzione.

Le situazioni d’incompatibilità possono essere “relative” o “assolute“. Nel primo caso può essere, ad esempio, disposto il ricovero presso un centro diagnostico terapeutico dell’amministrazione penitenziaria, nel secondo si proporrà l’alternativa tra il ricovero in un istituto di cura extra carcerario o la concessione degli arresti domiciliari. In sostanza, il differimento dell’esecuzione della pena potrà essere concesso solo in caso di grave infermità.

Infine, sul diritto del detenuto a non essere curato, con particolare riguardo allo “sciopero della fame”, vale la libertà di autodeterminazione per cui “la vera garanzia del diritto del detenuto a non farsi curare risiede proprio nella mancanza di una previsione legislativa che consenta l’alimentazione forzata in caso di sciopero della fame”.

La OMS sottolinea come condizioni di rischio comuni nelle prigioni il bullismo, il mobbing, la forzata inattività. Si raccomanda perciò di perseguire l’obiettivo di un carcere “sicuro”, sia sotto l’aspetto igienico sanitario che della sicurezza intesa come protezione dalla violenza e dal sopruso. Il rispetto dei diritti umani, insieme a condizioni accettabili di vita carceraria, costituiscono le fondamenta della promozione della salute poiché abbracciano tutti gli aspetti della vita del detenuto. 

 

L’annuncio è di quelli “ad effetto”, ma la scelta di pubblicare un “Libro bianco” sulla Sanità regionale e raccogliere suggerimenti e proposte da parte di tutti gli attori del mondo sociosanitario, dai cittadini agli operatori, va nella giusta direzione. E’ stato appena presentata a Genova la road map sulla riforma della sanità ligure, che porterà ad una legge regionale che si ispirerà a quella della Lombardia, concepita anche con il saggio contributo dell’oncologo Umberto Veronesi.  Il nostro obiettivo è una sanità a chilometro zero, più integrazione tra sanitario e sociale, maggiore coinvolgimento dei medici di medicina generale“- ha detto l’assessore ligure alla salute Sonia Viale presentando il “Libro bianco” sulla sanità ligure.

L’Assessore Viale ha poi dichiarato in un’intervista all’Ansa: “Basta ospedali realizzati in base al colore politico di chi è al governo in questo o quel territorio, guardiamo alle esigenze effettive di tutti i liguri.  Il vento è cambiato, significa che ora trattiamo tutti i territori, da Ventimiglia a Sarzana, alla stessa maniera”.

Tra le nuove misure per la riforma della Sanità ligure c’è il potenziamento degli investimenti per il fascicolo sanitario elettronico (FSE), cui gli utenti potranno accedere da pc o telefonino con referti condivisi online, e con prescrizioni gestite via Internet. Misure che porteranno a ridurre chiaramente la spesa sanitaria regionale.

Annarosa Racca, presidente nazionale Federfarma, che conta 600 farmacie in Liguria, con 3200 addetti, sottolinea i vantaggi di una maggior informatizzazione. «Una ricetta su tre in Liguria oggi è elettronica – ha detto la presidente di Federfarma -. Vogliamo arrivare a livelli più elevati, così come sul fronte della fatturazione elettronica. Si possono migliorare i servizi e l’efficienza del sistema sanitario puntando sul ritiro dei referti in farmacia, su piattaforme informatiche per la prescrizione di prodotti per diabetici, celiaci e ossigeno liquido. Tutto questo porta migliori e cure e risparmi per la Regione».

Dubbi e perplessità però non mancano, soprattutto da parte di M5S e PD che in questa riforma intravedono un tentativo di “privilegiare nettamente la sanità privata a quella pubblica, superando addirittura il tanto decantato modello lombardo e guardando, semmai, agli Stati Uniti, dove curarsi è un privilegio per pochi”.

Sarà vera rivoluzione digitale? Anche se è vero che una rondine non fa primavera, il Sistema Sanitario Nazionale adesso guarderà con attenzione agli sviluppi del processo di riforma in Liguria. Almeno così si spera!

 

Nasce per cercare il medico veterinario e la struttura più vicina all’utente proprietario di animali.  E offre gratuitamente ai professionisti e titolari delle strutture, la possibilità di fare rete, creare il proprio profilo e far conoscere ogni singolo servizio. Inoltre il portale e l’App “ScegliereSalute”, raccolgono e condividono le recensioni  dei pet owner su tutti gli ambulatori veterinari presenti in Italia, per orientarsi tra quelli più vicini e più competenti.

Un portale ed un’app che raccolgono l’intera offerta di professionisti e servizi veterinari sul territorio nazionale, un sistema di ricerca facile e veloce dove i proprietari dei “piccoli amici” possono scegliere il medico veterinario più vicino, scambiarsi in rete informazioni utili, lasciare e condividere recensioni sulle oltre 7.000 strutture veterinarie presenti in Italia.

L’obiettivo del portale ScegliereSalute, è quello di consentire ai pet owner di cercare in tempo reale la migliore offerta di servizi veterinari e dare a tutti la possibilità di esprimere un giudizio attraverso una recensione. Le valutazioni degli utenti risponderanno a sei standard di qualità: capacità d’ascolto, disponibilità, chiarezza, professionalità, tempi di attesa e cortesia.

Inoltre la piattaforma permette anche ai medici veterinari di creare gratuitamente il proprio profilo e inserire informazioni e contatti sulla struttura, nonché farsi consigliare e contattare direttamente dai clienti con un click.

Registrandosi sul sito con il proprio account personale, l’utente è in grado di selezionare la struttura e il professionista sanitario di suo interesse, ordinati per categoria, specializzazione, regione e provincia, leggere le recensioni degli altri utenti e scriverne una propria. Le recensioni, inoltre, sono condivise con le strutture veterinarie interessate, e queste invitate a interloquire con gli stessi utenti, chiarendo dubbi e offrendo loro informazioni.

Non solo medici veterinari: dal sito ScegliereSalute si accede a una banca dati di oltre 350 mila tra medici, professionisti sanitari, strutture sanitarie e centri diagnostici, pubblici e privati, presenti in Italia.

«La sanità animale ha un ruolo rilevante nel nostro sistema sanitario, – spiegano Giuseppe Lorusso e Angelo Marvulli, trentenni baresi fondatori di Scegliere Salute – e l’obiettivo di questo portale è quello di contribuire a migliorare la sensibilità comune verso la prevenzione e la cura del proprio animale, migliorando il grado di fiducia e la valutazione del professionista della salute animale».

Secondo l’ultima indagine Assalco-Zoomark gli italiani sono fermamente convinti dell’influenza positiva della presenza di un animale da compagnia in famiglia. Gli attribuiscono infatti la capacità di generare benessere e di favorire uno stile di vita sano e piacevole. Viverci insieme (lo sostiene il 67% degli italiani e il 74% dei proprietari) può far bene a fisico e psiche.

Quindi se il legame con il proprio pet per molti è considerato un legame sociale, di reciproco beneficio, talvolta “terapeutico”, la scelta dei medici veterinari è fondamentale perché oltre al loro lavoro clinico, diventano importanti osservatori dei riflessi affettivi e socio-economici di questa relazione con i proprietari dei 60 milioni di piccoli animali, di cui 14 milioni tra cani e gatti.

Scegliere Salute è disponibile come App gratuita anche su Apple Store e Google Play.

 

L’entrata in vigore del decreto 9 Dicembre 2015 (il cosiddetto “decreto Lorenzin”) sull’appropriatezza prescrittiva, nonostante lo scarso peso attribuitogli dalla stampa, segnerà una svolta epocale nel rapporto, già fragile, tra paziente e medico. Il provvedimento infatti contiene indicazioni di appropriatezza prescrittiva su prestazioni di dermatologia allergologica, esami di laboratorio, genetica, medicina nucleare, odontoiatria e radiologia diagnostica: dal 21 gennaio 2016 (data di entrata in vigore del provvedimento), il medico curante, nel momento in cui prescrive alcune tra le 203 prestazioni diagnostiche  contenute dal decreto, deve verificare la rispondenza del paziente ai criteri per cui la prestazione in questione può essere erogata in regime di gratuità dal Servizio Sanitario Nazionale.

Parliamo di prestazioni sanitarie molto comuni che da oggi in poi il medico curante potrà prescrivere solo se sono soddisfatte determinate condizioni del paziente: per esempio l’esame di laboratorio per la rilevazione dei trigliceridi presenti nel sangue potrà essere eseguito gratuitamente (salvo il pagamento del ticket) solo per i soggetti che con età superiore ai 40 anni (come screening) e nei “pazienti con malattia cardiovascolare o fattori di rischio cardiovascolare o familiarità per malattie dismetaboliche dislipidemia o eventi cardiovascolari precoci”. Inoltre specifica il provvedimento che in assenza di valori elevati, interventi terapeutici e cambiamenti nello stile di vita sarà possibile ripetere l’esame solo a distanza di 5 anni. L’esempio è emblematico del forte tasso di incertezza che caratterizzerà l’applicazione di queste norme: come fa il medico di famiglia a verificare che il soggetto con un alto livello di trigliceridi nel sangue modifichi il suo stile di vita?  (Ecco le prestazioni contenute nel decreto Elenco 1 Elenco 2)

La Fimmg (Federazione medici di medicina generale) in una nota definisce il decreto confuso perché mal definisce il sistema di attribuzione delle responsabilità ed equivoco in alcune limitazioni di erogabilità. Prosegue la Fimmg: «Si sta determinando un’incertezza che compromette l’attività professionale dei medici e la fiducia dei pazienti nelle loro scelte, inevitabili saranno le contestazioni da parte dei cittadini ai medici prescrittori, lasciati soli nel proprio studio a dover giustificare scelte che non condividono e che non capiscono». Secondo la Fimmg tutto questo comporterà un aumento della spesa sanitaria privata: quindi si riduce la spesa sanitaria pubblica aumentando di fatto la componente out of pocket del spesa.

Le politiche di contrasto all’inappropriatezza prescrittiva sono un utile strumento di contenimento della spesa pubblica a patto che non comportino squilibri nei rapporti tra medico e paziente: con l’applicazione del decreto il medico di famiglia prescrive “poco” onde evitare l’applicazioni di decisioni arbitrarie e sanzionatorie da parte della dirigenza della ASL di appartenenza, previste dallo stesso decreto.  I pazienti, dal canto loro, hanno diritto a meno prestazioni erogate in regime di gratuità e sono costretti a rivolgersi al privato per eseguire prestazioni fino all’altro ieri erogate gratuitamente dal pubblico e dal privato accreditato. Cambia radicalmente il rapporto tra paziente e medico di famiglia anche perché quest’ultimo avrà sempre meno tempo da dedicare alle visite perché oberato da lungaggini burocratiche previste dal decreto in questione.