Black Friday Solidale

Il Black Friday negli ultimi anni è entrato prepotentemente nelle nostre abitudini e nella nostra cultura, ereditato da un’usanza americana. Sappiamo bene che qualsiasi festività negli anni ha assunto sempre più un carattere consumistico, emblematico nelle nostre teste, tanto da diventare simboli, e date attese da tutte noi. Ma il black friday si fa apprezzare per la sua “sincerità”, sa di essere una “festa del consumo”, ed è fiera di esserlo.

In questo contesto però ci piace presentarvi la nascita di un piccolo ma importante segno di diversità: la nascita del Black Friday Solidale. Promosso da Mutua Mba e Banca delle Visite, si ripropone di fare un piccolo regalo di salute, a chi decide di donarla.

Mba è la più importante mutua sanitaria italiana che quotidianamente lavora per creare una rete di persone che si aiutano vicendevolmente condividendo salute tra i soci. Per sostenere il progetto Mutua Mba ha donato a Banca delle Visite 23 (come il 23 Novembre appunto) kit di Home Test per l’autodiagnosi della tiroide. Questi kit saranno messi in palio per le prime 23 persone che, dal giorno del black friday sino alla mezzanotte di domenica 25 Novembre, decideranno di fare una donazione per sostenere il progetto Banca delle Visite.

Cos’è e come funziona l’ Home Test per l’autodiagnosi della tiroide?

Controlla il livello dell’ormone tireostimolante – TSH – nel sangue per verificare se esista un’alterazione fisiologica tiroidea.
Indicato per lo screening del TSH dovrebbe essere effettuato annualmente da tutte le donne di età compresa tra i 35 e i 64 anni con un sano stile di vita.
L’ormone tireostimolante controlla l’attività secretiva degli ormoni della ghiandola tiroide, aumentando la produzione di tiroxina e triiodotironina. Il suo rilascio è controllato sia dall’ipotalamo che dall’ipofisi. Pertanto un elevato valore del livello di TSH indica una scarsa attività della tiroide.Controllare la normalità del valore del TSH è un ottimo strumento per verificare il proprio stato di salute ed eventualmente intraprendere le necessarie azioni preventive.

 

Modalità d’utilizzo
Il Test funziona con il principio della immunocromatografia correlato con il test di riferimento di laboratorio. Il cut-off è calibrato a 5 mcIU/ml in accordo con gli standard internazionali.
1. APRIRE
Aprire la busta di alluminio e prendere solo il pungidito e la pipetta. Buttare via la busta essiccante. Premere la piccola bacchetta arancione all’interno del pungidito fino a quando non si sente un click che indica che il pungidito si è attivato.
N.B.: Fare attenzione a non premere il grilletto altrimenti l’ago potrebbe uscire anticipatamente.
2. LANCETTA
Rimuovere la bacchetta arancione girandola o verso destra o verso sinistra. Pulire la punta del dito indice o del dito medio con un batuffolo imbevuto di alcool disinfettante. Massaggiare la punta del dito per incrementare il flusso di sangue.
3. PUNTURA
Premere fortemente l’estremità del pungidito contro la parte di dito che è stata pulita con il disinfettante, in modo tale da ottenere un buon contatto. Premere il grilletto. La punta si ritrae automaticamente in modo sicuro dopo l’uso.
4. SANGUE
Mantenendo la mano rivolta verso il basso massaggiare la punta del dito finché si formi una grande goccia di sangue.
5. PIPETTA
Prendere la pipetta senza premere il bulbo, e metterla in contatto con la goccia di sangue. Il sangue, entrerà per capillarità nella pipetta fino alla linea indicata sulla pipetta stessa. Eventualmente massaggiare ancora il dito per ottenere più sangue se la linea sulla pipetta non è stata ancora raggiunta, evitare, per quanto possibile, bolle d’aria.
6. TEST
Mettere il sangue raccolto con la pipetta nel pozzetto indicato sul dispositivo, premendo il bulbo della pipetta.
7. ATTENDERE
Aspettare che il sangue sia totalmente nel pozzetto e aggiungere, con il flaconcino contagocce, 5 gocce di diluente nel pozzetto. Leggere il risultato dopo 10 minuti esatti. Non leggere dopo 15 minuti. L’intensità del colore della linea non ha nessuna importanza per l’interpretazione del risultato del Test.
8. RISULTATO POSITIVO
Due linee colorate appaiono nella finestra di lettura in corrispondenza dei segni T (Test) e C (Controllo). L’intensità della linea T può essere più chiara rispetto alla linea C. Questo risultato significa che la concentrazione del TSH è superiore alla norma e quindi è necessario consultare un dottore.
Appare solo una linea colorata sotto il segno C (Controllo). Questo risultato significa il livello di TSH è normale.

Come posso donare a Banca delle Visite?

Per fare una donazione a Banca delle Visite basterà andare QUI e scegliere una prestazione da donare. Una volta selezionata la prestazione, cliccare su “Accedi e dona”, ed una volta fatta una brevissima login, procedere con la donazione. Per poter partecipare al concorso sarà necessario selezionare una prestazione tra le disponibili, o comunque donare un importo libero da almeno 20 euro. Le prime 23 persone che avranno effettuato la donazione saranno ricontattate via email (contatto preso dalla registrazione), per richiedere l’indirizzo e poter spedire il kit omaggio. In caso non si disponesse di una email, si può lasciare il proprio contatto telefonico tramite il pulsante whatsapp nella pagina.

 

 

Per tutti, arriva quel giorno nella vita in cui ti chiedi: “Ma è questa la mia strada?”

Seguire la nostra “vera vocazione” è un pensiero che si innesta in noi sin dal periodo adolescenziale, una vocina che ci ricorda che probabilmente non sta andando come vorremmo, spesso questa vocina la reprimiamo in un angolino della nostra psiche, spesse altre volte, questa vocina serve da catalizzatore per la realizzazione dei nostri obiettivi. Deve essere stata questa vocina che ha portato Jim Withers, dottore di Pittsburgh, a lasciare il comodo posto nel suo studio medico, per mettersi una tracolla sulla spalla con con medicinali e strumenti  essenziali ed andare in giro ad aiutare i senzatetto della città. 

Per il dottor Whiters era importante mettersi in gioco, trovare un obiettivo. Il suo era quello di sfruttare la sua laurea in medicina per aiutare chi alle cure mediche non avrebbe mai potuto accedere. In un sistema sanitario complicato come quello americano infatti, le cure spesso diventano un vero e proprio miraggio per le persone che non hanno un’adeguata copertura sanitaria. Neanche 30enne Whiters capì che fare qualcosa non era solo una scelta, per lui era un dovere. Un dolce obbligo che ha riempito la sua vita, pur non essendo facile all’inizio.
“Ero molto shockato dal numero di persone malate per le strade. Era come immergersi in un paese del terzo mondo” ha detto Withers. “Giovani, vecchi, persone con malattie mentali, donne in fuga dalle violenze domestiche, veterani. Ognuno ha la propria storia”.

Da  quel giorno di 26 anni fa, quattro notti a settimana gira per i quartieri della città per offrire il suo supporto a chi vive per strada. In questa avventura non è più solo però, i gesti d’amore sono contagiosi e da allora, sono decine i medici che si sono messi a disposizione per dargli una mano e girare con lui per i quartieri più poveri di Pittsburgh per aiutare chi ha bisogno.

E’ stata fondata anche la sua associazione, la prima di street medicine, termine coniato da dottor Jim. L’obiettivo è venire incontro a chi non ha una casa, non solamente con le cure mediche ma anche trovandola: adesso Operation Safety Net ha anche fondato un dormitorio, dando alloggio a più di 900 persone nella sola Pittsburgh. Ma non è tutto: in noventa paesi nel mondo sono stati gruppi di street medicine.

La fantastica storia del dottor Whiters ci ricorda ancora una volta, che non siamo mai troppo impegnati, stanchi o giustificati per fare qualcosa per il prossimo. In Italia il progetto Banca delle Visite sta facendo esattamente questo, avvicinare le persone in difficoltà economiche ai medici, e quindi alla salute. Già decine di italiani sono stati aiutati grazie alle donazioni di privati e medici che hanno offerto la propria professionalità pro bono. L’importante è accendere una miccia, poi il fuoco della solidarietà crescerà da sè.

Per maggiori informazioni sulla Banca delle Visite —> www.bancadellevisite.it

In Italia continua a salire la spesa sanitaria pubblica pro capite (+ 0,38% tra il 2015 e il 2016) attestandosi a 1.845 euro. A riferirlo è il recente Rapporto Osservasalute, che evidenzia come la spesa sanitaria privata raggiunge, nel 2015, la quota di 588,10 euro con un trend crescente dal 2002 a un tasso annuo medio dell’1,8%.

Tutte le Regioni registrano un tasso medio di crescita degli esborsi che oscilla dallo 0,6% delle Lombardia al 3,7% della Basilicata. Nel 2015, in valori assoluti, la spesa privata pro capite più alta si registra in Valle d’Aosta con 948 euro, mentre la più bassa è in Sicilia con 414 euro.

Tuttavia secondo gli esperti al Sud si muore di più. Il tasso di mortalità per tumori e malattie croniche è infatti maggiore di una percentuale che va dal 5 al 28% e la Campania è la Regione con il dato più allarmante (+28% di mortalità rispetto alla media nazionale del 2,3%). In contro tendenza il dato secondo cui nel nostro Paese, si muore meno per tumori e malattie croniche ma solo dove la prevenzione funziona, ovvero principalmente nelle Regioni settentrionali. Il report prende in esame la cosiddetta mortalità precoce, dai 30 ai 69 anni, per varie patologie come tumori, diabete e malattie croniche e cardiovascolari.

 

In questo quadro preoccupante, una buona notizia riguarda i progressi dell’Italia in fatto di welfare aziendale, che conquista molte PMI, considerato non come uno strumento di filantropia, ma come un investimento che incide sui risultati aziendali: il 32,5% delle piccole e medie imprese investono in benessere e il 52,7% prevede un incremento delle misure di welfare nei prossimi 2-3 anni. E’ quanto riportato dai dati della ricerca Welfare Index Pmi.

Le priorità su cui le aziende concentrano maggiore attenzione sono la salute, l’assistenza e il work-life balance.  Seguendo questa tendenza, anche il Gruppo Health Italia si rivolge al mercato con un approccio completo al welfare aziendale, integrando l’offerta di piani sanitari e servizi assistenziali con programmi di flexible benefits. Il servizio viene erogato attraverso BenefitOnline, la piattaforma di fornitura e gestione del programma.

Tornando al Rapporto Osservasalute, “sempre nel Mezzogiorno una persona su cinque dichiara di non aver soldi per pagarsi le cure”. La Campania e ancor di più la Calabria sono le Regioni che nel quadro complessivo mostrano il profilo peggiore. Si evidenziano dunque, si legge nel documento, “situazioni di buona copertura dei sistemi sanitari nelle regioni del Centro-Nord, mentre per il Meridione appare urgente un forte intervento in grado di evitare discriminazioni sul piano dell’accesso alle cure e dell’efficienza del sistema”.

 

Anche per dare una risposta chiara e credibile a questa domanda di assistenza sanitaria nei contronti di oltre 11 milioni di italiani che non hanno accesso alle cure mediche, da un anno Scegliere Salute, startup e-health del Gruppo Health Italia, ha lanciato il progetto di “Banca delle Visite” per offrire una visita medica gratuita a chi non può permettersi di pagare.

Finora varie decine di persone sono state aiutate da questa campagna sociale. E’ possibile donare liberamente collegandosi al portale www.bancadellevisite.it

 

Fabio Dell’Olio

Sembra essersi affievolita la polemica intorno ai vaccini. La legge che li ha resi obbligatori per l’accesso alle scuole ha creato non poco rumore, con conseguenti polemiche e persone in piazza protestanti e rivendicando un concetto in particolare: la libertà di scegliere (se vaccinarsi o meno). E’ assolutamente legittimo pretendere di poter scegliere come e se curarsi, quello che spesso si dimentica da parte dei no vax è che la loro scelta può danneggiare il prossimo.

I dati parlano chiaro. I vaccini nel corso della storia hanno debellato ed arginato malattie terribili, ed ancor oggi non hanno smesso di avere numeri altissimi di vantaggi. Dall’inizio del millennio ad oggi, le vaccinazioni contro il morbillo hanno salvato 20,4 milioni di vite: a testimoniare, cifre alla mano, l’importanza assoluta dell’immunizzazione contro questa malattia – i cui effetti vanno ben al di là di uno sfogo cutaneo – è un’analisi dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC) americani.

Nel 2000, morivano di morbillo 550 mila persone ogni anno. Nel 2016, i decessi sono stati 90 mila: un numero ancora troppo alto, ma i progressi sono stati enormi, e dovuti a un programma di eradicazione globale supportato dall’OMS.

Per dimostrare gli effetti della vaccinazione, i CDC hanno calcolato il numero di vittime odierne dell’infezione, e di quelle che ci sarebbero state senza la massiccia campagna vaccinale messa in campo dall’OMS. Senza l’immunizzazione contro il morbillo, nel 2000 la conta annuale di morti per la malattia sarebbe stata di 1,3 milioni di persone. Nel 2016, senza il programma vaccinale, le  vittime sarebbero arrivate a oltre 1,5 milioni all’anno. In totale, secondo le stime dei ricercatori, le vite salvate sono state 20,4 milioni.

Veniamo al bel paese. Solo quest’anno si sono registrati 4.775 casi di cui 4 decessi (dati dell’Epicentro dell’Istituto superiore di sanità aggiornati al 29 ottobre 2017). L’88% dei pazienti contagiati non era vaccinato, e il 6% aveva ricevuto soltanto una dose su due del vaccino.

Ora, ad ognuno la sua libertà, ma leggere un pò di dati non farà di certo male nella “scelta finale”.

Fonte: Focus.it

Gioite signori, gioite, per una volta non siamo nè i primi nè gli unici nella graduatoria di un disservizio ospedaliero. No…in realtà però non c’è (ancora) molto di cui gioire.

Secondo una ricerca condotta in tutta Europa sui tempi di attesa per accedere alle visite mediche, si è evinto che molti dei sistemi sanitari del vecchio continente non hanno saputo trovare i giusti accorgimenti per evolvere le pesanti burocrazie alla loro base. Ci sono però delle mosche bianche come Francia e Portogallo, che hanno saputo evolversi più in fretta, e dalle quali potremmo prendere importanti spunti per migliorare. Andiamo nello specifico a vedere com’è la situazione europea:

Regno Unito

Le procedure cardiologiche hanno visto aumentare i tempi di attesa e un paziente su dieci lamenta l’aumento dei tempi d’attesa per la cura dei tumori. Fino ad un terzo dei pazienti prevede di rivolgersi al settore privato.

Danimarca

Dal 1 ottobre 2007, se il tempo di attesa per il trattamento è superiore ad un mese, i pazienti danesi possono scegliere un ospedale privato in Danimarca o un ospedale all’estero.

Finlandia

Lunghe liste d’attesa per la chirurgia elettiva erano tipiche in Finlandia nel corso degli anni 2000. Una riforma dei tempi di attesa e’ in vigore dal marzo 2005, finalizzato a  garantire la parità di accesso e criteri di assistenza alle cure non-urgenti a tutti i cittadini.

Risultato: la considerazione per i gruppi di intervento chirurgico con lunghi tempi di attesa è stata prioritaria In alcuni gruppi il tempo medio di attesa è diminuito senza un aumento degli interventi. Pertanto, l’aumento del numero di interventi non era l’unico modo per ridurre il tempo di attesa. Il controllo delle liste di attesa e l’utilizzo di criteri più stretti per l’intervento chirurgico riduceva il numero dei pazienti in attesa
diminuendo quindi i tempi medi di attesa.

Austria

La mancanza di un sistema ufficiale di controllo dei tempi di attesa e la riluttanza degli ospedali a consentire l’accesso ai dati del paziente ha reso, in partenza l’ argomento molto complicato.

C’è troppo poco coordinamento e trasparenza per ottimizzare i tempi di attesa. Ad alcuni pazienti della nostra indagine sono stati offerti tempi di attesa più brevi in cambio di pagamenti informali o visite nello studio privato.

Ci sono grandi differenze nei tempi di attesa rispetto al tipo di operazione (chirurgia della cataratta, sostituzione dell’anca, sostituzione dell’articolazione del ginocchio) tra e all’interno delle regioni. Secondo tutte le aziende ospedaliere, esistono tempi di attesa per le operazioni alla cataratta, per interventi di chirurgia dell’anca e del ginocchio comuni.

Tuttavia, solo le aziende ospedaliere di Stiria e Alta Austria sono state in grado di fornire dati esatti.

Svezia

Le lunghe liste d’attesa sono il risultato più problematico, nel tentativo di contenere i costi. La Svezia ha adottato un nuovo sistema di assistenza sanitaria, che ha permesso la privatizzazione della sanità, consentendo ai medici e agli ospedali di avere più controllo sulle decisioni mediche, e garantire ai pazienti la possibilità di scegliere il proprio medico.

Attraverso la libera concorrenza di mercato, la Svezia sperava di diminuire le liste di attesa, pur contenendo i costi. I primi risultati sono stati positivi, le liste di attesa erano diminuite e la spesa teneva. Tuttavia, il libero mercato nel lungo periodo non ha funzionato in modo efficiente. Le liste d’attesa, insieme ai costi, hanno ricominciato a salire, riducendo la qualità delle cure che i pazienti potevano ricevere.

Secondo una legge sanitaria entrata in vigore nel luglio 2010, gli svedesi dovrebbero essere in grado:

  • di vedere un medico entro sette giorni in una clinica finanziata con mezzi pubblici;
  • non dovrebbero attendere più di 90 giorni per vedere uno specialista;
  • qualsiasi trattamento prescritto dovrebbe essere fissato entro 90 giorni dopo la
    visita dello specialista.

Spagna

E’ stato approvato in Parlamento un regio decreto che stabilisce che nessun paziente deve attendere più di 6 mesi per un intervento chirurgico.

Le operazioni specificamente menzionate nel decreto sono le procedure cardio-vascolari, cataratta, protesi d’anca e di ginocchio, che hanno tradizionalmente tempi più lunghi di attesa

Portogallo

Liste di attesa assenti.

Francia

Attualmente non esiste il problema delle liste d’attesa (ad eccezione degli interventi oftalmici). Il 70% degli interventi chirurgici e’ effettuato in strutture private. Il 90% dei cittadini e’ coperto da un’assicurazione privata.

Germania

Il Paese ha più del doppio di ospedali per 1000 abitanti degli USA. Le strutture sanitarie tedesche trattano ciascuna quasi il doppio dei pazienti degli ospedali degli USA.

Negli ospedali tedeschi per acuti i pazienti con assicurazioni cialis forum private hanno tempi di attesa significativamente più brevi dei pazienti con copertura sanitaria pubblica.

Dato che vi e’ poca trasparenza, non sappiamo se la discriminazione nei tempi di attesa porta anche a discriminazione nella qualità del trattamento.

Belgio

Non esistono vere e proprie liste d’attesa per un ricovero in Belgio, e questo soprattutto perché molti dei medici hanno un rapporto di lavoro autonomo ed hanno forte voce in capitolo nella gestione dell’ospedale. Il numero dei chirurghi è elevato.

Non c’è un vero e proprio “Sistema Sanitario Nazionale”, ma un Fondo nazionale della previdenza sociale che retribuisce il personale sanitario autonomo e dipendente allo stesso livello e per gli stessi importi. Per ogni atto sanitario il paziente deve pagare una quota di tasca propria corrispondente al 15% della tariffa, ma fino ad un importo
limitato.

Portogallo e Francia i due paesi virtuosi che hanno abbattuto questo fenomeno.

Analizziamo il modello adottato in Portogallo.

Per ridurre i tempi d’attesa negli ospedali, il Portogallo ha adottato un modello che funziona e che trasforma le liste d’attesa in tempi d’attesa con diritto per il malato a un voucher da utilizzare in qualunque struttura pubblica se non viene operato nei termini previsti. In questo modo ci guadagnano sia i pazienti che gli ospedali.

Il Portogallo, come l’Italia non ha molte risorse per finanziare il suo Servizio Sanitario Nazionale (spesa sanitaria pro-capite: €2.150 – €2.446  in Italia).

Negli ultimi decenni sono adottati numerosi provvedimenti, molti dei quali costosi ed inefficaci, con l’obiettivo specifico di ridurre le liste di attesa, nessuno però ha portato ai risultati sperati.

Nel 2004, però nasce una nuova prospettiva: il SIGIC (Sistema Integrado de Gestão de Inscritos para Cirurgia).

Un nuovo approccio che si avvale di un potente sistema informatizzato che raccoglie in maniera trasparente e sicura (in termini di privacy) tutti i dati su tempi di attesa,  volumi di prestazioni e performance degli ospedali pubblici e privati.

Il principio alla base del SIGIC è che se un paziente non è operato entro il tempo prefissato ha diritto ad un voucher con cui può essere trasferito ad un qualsiasi altro ospedale (pubblico o privato del Portogallo) ed essere operato (sempre gratuitamente)  nei tempi prestabiliti.

Il vantaggio per i pazienti è evidente: una volta raggiunto il 70% del tempo massimo di attesa per il loro intervento nel loro ospedale di riferimento, possono chiedere di essere trasferiti ad un’altra struttura pubblica o privata ed essere operati immediatamente.

Ma cosa ci guadagnano gli ospedali ad essere efficienti aldilà di una buona reputazione? 

La risposta è semplice: se un ospedale opera un paziente di sua pertinenza, questo viene rimborsato in base al DRG corrispondente.

Se un paziente non è operato entro un tempo prestabilito (che varia a seconda della procedura e delle condizioni del paziente), ha diritto a spostarsi e scegliere attraverso il sistema informatico un qualsiasi altro ospedale che ha una buona performance ed un tempo di attesa inferiore.

L’ospedale che accoglie il paziente trasferito guadagna i soldi del rimborso che non andranno più all’ospedale di pertinenza ma al nuovo ospedale in cui il paziente è stato operato.

I soldi “viaggiano” con il paziente trasferito che costituisce una fonte di guadagno extra per gli ospedali più efficienti e clinicamente efficaci.

Dal 2012, è stata introdotta una penale del 10% del rimborso per gli ospedali che non riescono a rispettare i “tempi giusti”, che diventa un incentivo in più per migliorare e “trattenere” i loro pazienti.

Un sistema che ha azzerato le liste d’attesa in Portogallo.

I risultati del SIGIC:

  • in cinque anni il tempo medio di attesa per una operazione chirurgica elettiva si è ridotto del 63%, da una media di otto mesi a soli tre mesi.
  • Il numero di interventi fatti nelle strutture pubbliche e private è aumentato del 40% senza conseguenze per la qualità della performance.
  • Nonostante un iniziale scetticismo nei confronti delle strutture pubbliche, si è osservato che non c’è mai stato, neanche agli inizi del programma, un esodo di massa dal pubblico al privato per i pazienti che avevano sforato i tempi di attesa.
  • Tutte le strutture sia pubbliche che private hanno risposto al SIGIC aumentando la produttività per i pazienti di pertinenza durante l’orario lavorativo regolare ed in più hanno accresciuto la capacità produttiva aumentando le ore extra di lavoro per i pazienti trasferiti (intra moenia).
  • Il privato ha assorbito il restante della domanda in eccesso.

Il cambiamento è alla portata e non di difficile realizzazione anche in Italia. Auspichiamo che anche da noi si possa assistere a questa svolta.

 

Fonte

Nursetime.it

 

Esistono ospedali che credono nel valore terapeutico delle bellezza. Certo, non potranno aiutarci a sconfiggere mali incurabili o alleviare le pene di una lunga e difficile degenza, ma almeno ci donano una speranza e risollevano il nostro umore dai turbamenti della malattia.

Negli ultimi anni le corsie di molti ospedali italiani si sono trasformate in piccoli musei e gallerie d’arte dove esporre opere creative e regalare una parentesi di bellezza ai pazienti ricoverati. E’ il caso, per esempio, dell’Ospedale Maggiore di Parma,  che ha inaugurato pochi giorni fa “Arte Hospitale” che raccoglie preziosi dipinti della collezione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria tra cui una “Madonna col Bambino”, stucco policromo della bottega di Antonio Rossellino.

Oppure ci sono artisti che allestiscono mostre personali come Luciano Tumiet, artista di Isola della Scala, con la propria Personale “Equilibri cromatici” nella Sala Mostre del Polo Confortini nell’ambito della fortunata rassegna L’Arte in Ospedale, che durerà fino al 14 maggio.

Anche all’Ospedale di Biella è stata allestita nei giorni scorsi una mostra intitolata Due ruote e una vetta e curata dal Team Dahu e dal Cai, che intende sottolineare il potere terapeutico della montagna e dell’esercizio fisico.

Infine, altro magnifico colpo d’occhio, è a Salerno nel bunker del reparto di Radioterapia Pediatrica presso l’azienda ospedaliera-universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. Qui è stato dipinto un acquario realizzato con il preciso scopo di regalare, almeno, una bella visione ai piccoli pazienti in terapia. Il grande murale a tema marino ricopre tutti i 200 mq del bunker ed è stato realizzato dall’artista Silvio Irilli.

Perchè gli ospedali non siano più luoghi infelici e bui, ma colorati e creativi, per donare speranza ai suoi abitanti.

Si celebra oggi, venerdì 28 aprile, la Giornata mondiale per la sicurezza e salute sul lavoro, promossa dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) con lo scopo di migliorare la prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. Secondo in dati Eurostat sugli infortuni mortali al lavoro (rilevazione anno 2014), i tassi di incidenza minori tra i Paesi dell’Unione Europea, si sono registrati nei Paesi Bassi (1,0 ogni 100 mila abitanti), in Grecia (1,2), in Finlandia (1,2), Germania (1,4) e Svezia (1,5). Mentre i più alti tassi di infortuni sul lavoro si sono rilevati in Romania (7,1), Lettonia (6,0), Lituania (5,6) e Bulgaria (5,4). A metà classifica si colloca l’Italia con tre morti sul lavoro ogni 100 mila abitanti.  Peggio dell’Italia vanno Spagna, Francia e Irlanda.

Secondo l’INAIL, i costi totali degli infortuni e delle malattie sul lavoro vengono spesso sottostimati perché alcuni costi sono esterni rispetto all’impresa, e perché alcuni costi interni sono difficili da quantificare o da riconoscere, come le ore perse, la perdita di produzione, la riduzione della capacità lavorativa e la diminuzione del tasso di attività. Si stima che i costi indiretti degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali possono essere da quattro a dieci volte superiori ai costi diretti. Secondo le stime dell’ILO, le ore di lavoro perse, il risarcimento dei lavoratori, l’interruzione della produzione e le spese mediche costano complessivamente il quattro percento del PIL globale (circa 2.800 miliardi di dollari). Di conseguenza, i costi umani e finanziari di questi incidenti quotidiani sono importanti e mettono in risalto il peso economico rappresento dall’inadeguatezza delle prassi relative alla salute e alla sicurezza sul lavoro.

Sono ancora tantissimi i casi di morte che riguardano il mondo del lavoro e uno tra i settori più colpiti, è senza dubbio quello agricolo. Una delle cause principali di questi incidenti, che spesso provocano la morte, va ricercata nel ribaltamento dei mezzi agricoli. L’investimento, la caduta dal trattore e l’accensione da terra, invece, hanno un’ incidenza meno alta, ma sempre importante. Di non secondaria importanza è l’inadeguatezza dei mezzi agricoli, spesso troppo vecchi e privi della giusta manutenzione.

In occasione del Workers’ Memorial Day, si tengono in tutte le piazze italiane e in molte scuole, iniziative dedicate al tema della prevenzione e della salute sui luoghi di lavoro.

 

 

 

 

 

Sobria, rispettosa e giusta. Sono questi i tre aggettivi che qualificano la mission di una rete di persone con esperienze e culture diverse, che hanno operato ed operano all’interno del mondo delle cure per la salute e che negli ultimi trent’anni hanno prodotto pensiero e ricerca sul sistema sanitario dal punto di vista organizzativo, strutturale, metodologico, economico, comunicativo.

Slow Medicine è un movimento fondato a Torino da professionisti ed operatori sanitari fedeli ad un’idea di cura basata sulla sostenibilità, sull’equità, sull’attenzione alla persona e all’ambiente. 

E i fondatori descrivono questo movimento così: “Slow Medicine ha l’obiettivo di coinvolgere professionisti sanitari, associazioni di professionisti, cittadini, associazioni di pazienti e di familiari in un laboratorio in progress di progettazione di buone pratiche di aiuto e di cura. In questo senso definiamo Slow Medicine una rete di idee in movimento, che si avvale della prospettiva sistemica, del counselling, della medicina narrativa, dei principi del design, dell’educazione degli adulti e degli strumenti per la qualità per attivare momenti di confronto, partecipazione e progettazione collaborativi fra operatori e cittadini interessati alla propria salute, e per realizzare in concreto una modalità di cura più sobria, più rispettosa, più giusta”.

Il prof. Marco Bobbio, cardiologo e autore del libro “Troppa Medicina” (Einaudi), si domanda: “Quanta medicina ci serve?”. E intervistato da Corrado Augias nella trasmissione Quante Storie (Rai Tre), spiega che “non ci sono terapie universali valide per tutti i pazienti, ma un buon medico deve mettersi in ascolto del paziente e scegliere la terapia più ideonea per la sua sensibilità, ansia, patologie…senza esagerare con la prescrizione di farmaci ed esami perchè possono far male”.

“Il rischio con gli esami – aggiunge il prof. Bobbio – è che ci si lasci prendere la mano e avviluppare nella cosiddetta Sindrome di Ulisse, e si comincia a navigare e navigare prima di arrivare ad Itaca e sentirsi sani”.

L’evidenza clinica dimostra che la mitologia del check up, del controllo costante dei parametri della salute media oltre i quali inizia il patologico, ingenera ansia, alimenta l’angoscia circa il proprio reale stato di salute, produce rischi materiali e infine, determina quella progressiva erosione della fiducia nella medicina e nella diagnostica che ci porta a consultare diversi specialisti e a fare esami su esami.

Come ha commentato la giornalista Daniela Ranieri recensendo il libro del prof. Bobbio sul Fatto Quotidiano: “Abbiamo creato una società medicalizzata e ospedalizzata in cui, mentre i servizi viagra pas cher esenziali urgenti sono sempre più scadenti, si diffonde una specia di caccia al tesoro di sintomi di malattie che non sono tali ma costituiscono variazioni naturali rispetto alla norma”.

 

 

 

 

Il bando della Regione Lazio per assumere due ginecologi non obiettori di coscienza, è diventato un caso nazionale. E ha attirato gli strali della CEI e della Ministra alla Sanità, Beatrice Lorenzin, che ritengono si tratti di una “forzatura abortista” in contrasto con lo spirito della legge 194 del 1978. Questa legge – ricordiamolo – “garantisce alle donne la possibilità di abortire gratuitamente in tutti gli ospedali italiani“, entro i primi 90 giorni oppure entro il quinto mese se si tratta di un aborto terapeutico.

Senza scendere nel vivo delle polemiche che rischiano di riproporre antichi schemi ideologici, soffermiamoci a ricordare i fatti. E i numeri. Che descrivono il fenomeno in tutta la sua preoccupante gravità: nell’ultimo anno si sono registrati in Italia oltre 50.000 aborti illegali a causa degli obiettori di coscienza.

La comunità scientifica nazionale sta assistendo ad una drammatica involuzione dei servizi medici prestati alle giovani donne italiane. L’Italia si è ammalata di obiezione di coscienza: più dell’80% dei ginecologi è obiettore. “La regione con più alto numero di obiettori è il Molise con l’85,7% di medici obiettori, seguito dalla Basilicata dove sono l’85,2%, quindi dalla Campania con l’83,9% e dalla Sicilia con l’80,6%. In tutto il paese la percentuale non scende mai al di sotto del 50%, tranne per la Valle d’Aosta dove gli obiettori sono il 16,7%. A Bari gli ultimi due medici che facevano interruzioni di gravidanza hanno deciso di abbandonare il reparto, a Napoli il servizio viene assicurato soltanto da un ospedale in tutta la città”, secondo dati ufficiali ripresi dal Blog di divulgazione scientifica, La Medicina in uno Scatto.

Il risultato è che oggi in molti ospedali italiani a causa dell’assenza di ginecologi non obiettori, molti reparti per l’interruzione volontaria di gravidanza sono stati smantellati. Nel caso delle minorenni, la legge le tutela affermando che possono abortire ma con il consenso del giudice tutelare e facendosi accompagnare dai genitori.

È inquietante il modo in cui la gente si aspetta che le donne debbano affrontare questa esperienza. Il messaggio è chiaro: se il bambino muore, dovete soffrire in silenzio” – ha dichiarato qualche tempo fa la giornalista britannica Janet Murray in una video testimonianza diffusa dal The Guardian, che ha fatto il giro del mondo.

Dall’altra parte dell’Oceano, invece, il presiedente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel suo terzo giorno di presidenza, ha firmato una serie di ordini esecutivi tra cui quello volto a ripristinare la cosiddetta Mexico City Policy, impedendo così alle organizzazioni internazionali non governative impegnate nel fornire servizi alle donne che decidono di abortire, di ricevere finanziamenti dal governo degli Stati Uniti.

L’aborto non in sicurezza rimane la principale causa di morte delle donne in età fertile nel mondo. Secondo le stime sono oltre 43mila le donne morte così nel mondo nel 2013, pari al 14,9% di tutte le morti materne. Ecco perché un network di 1.800 gruppi e associazioni di 115 Paesi ha avviato una campagna per chiedere alle Nazioni Unite di riconoscere il 28 settembre come data ufficiale per il diritto all’aborto sicuro, con una lettera al segretario generale Ban Kii-Mon.

 

 

Il 2016 è stato per il nostro Paese un anno molto positivo per quanto riguarda il numero dei trapianti e delle donazioni di organi effettuate. Si acheter viagra calcola che i pazienti trapiantati lo scorso anno hanno toccato quota 3.736, circa 400 in più dell’anno precedente.

La cifra più elevata mai registrata a livello nazionale e del maggiore incremento mai osservato (+13%). I dati emersi dalle indagini del Centro nazionale trapianti (Cnt) confermano un trend incoraggiante: nell’ultimo anni sono stati eseguiti 3.268 trapianti, contro i 3.002 del 2015 e il totale dei donatori d’organi è stato di 1.260, contro i 1.165 dello scorso anno. La principale novità riguarda le donazioni da vivente, che già nel 2015 avevano registrato un incremento del 20,4% rispetto all’anno precedente. In particolare quelle di rene da vivente hanno raggiunto un altro record, superando per la prima volta la soglia dei 300 prelievi.

Tra le buone pratiche spicca la collaborazione tra AIDO e Comune di Milano: nel capoluogo lombardo sono 25 mila i milanesi maggiorenni che hanno detto sì alla donazione degli organi. Una decisione molto importante che ogni cittadino prende al momento del rinnovo della carta d’identità, esprimendo la propria volontà sul tema della donazione.

La volontà espressa in vita sui propri organi è il più grande principio di autodeterminazione che un individuo possa compiere, è il maggiore rispetto e diritto civile possibile. “A sessant’anni da quando Don Gnocchi, contro ogni legge, scelse di donare le cornee alla sua morte, oggi i medici hanno finalmente la possibilità di eseguire le volontà di una persona che si è espressa in merito con una forte delega all’azione” – ricorda il coordinatore Regionale Trapianti della Lombardia, Giuseppe Piccolo.

La regione italiana con il maggior numero di donatori di organi è l’Emilia Romagna (86 mila consensi) seguita in seconda posizione dalla Lombardia (84mila). In tutta Italia le adesioni si attestano sulle 415 mila a fronte di 3.000 trapianti effettuati annualmente e a fronte di una lista di attesa di 9.000 malati, di cui 500 ogni anno muoiono prima che l’organo di cui hanno bisogno sia disponibile.

Non ci sono limiti di età alla donazione: in alcuni casi gli organi possono essere prelevati anche a una persona con più di 80 anni. Due sono le uniche certezze che regolano la donazione: il rispetto della volontà dell’individuo, la sua libera scelta consapevole, e l’avvenuto decesso. In Italia, il programma terapeutico dell’espianto di organi è uno dei migliori in tutta Europa e conferma un trend positivo di questo tipo di operazioni. La percentuale di sopravvivenza, a 5 anni dal trapiano, varia tra l’80% e il 90% con un sensibile miglioramento del ritorno alla vita normale del paziente trapiantato.