Siamo tra i popoli più longevi d’Europa (il 22% ha superato i 65 anni), ma con un tasso di natalità (8xmille) più basso tra quelli dell’UE. In questo contesto è cresciuta esponenzialmente la domanda di prestazioni sanitarie, rimasta disattesa a causa dei tagli alla Sanità (passata da 93,3 miliardi nel 2000 a 148,1 nel 2015), che di certo non aiutano ad accorciare i tempi biblici delle liste d’attesa (500 giorni per una mammografia!). Contemporaneamente è aumentato anche il costo dei ticket sanitari a carico dei cittadini, che hanno preferito quindi altre forme private di tutela sanitaria. Oppure, come spesso succede, hanno rinunciato completamente alle cure mediche.

Secondo l’ultima indagine dell’Istat (2013), infatti, sono circa due milioni e mezzo le persone che hanno rinunciato per motivi economici, un milione e 200mila erano donne, 800mila dai 40 ai 64 anni, proprio nell’età in cui è più necessario fare prevenzione. In questo 9,5% della popolazione che non ha potuto fruire di prestazioni che dovrebbero essere garantite dal servizio sanitario pubblico, a pagare di più gli effetti di questa grande recessione economica (iniziata nel 2008 e mai finita) sono soprattutto i giovani: l’11% dei ragazzi sotto i 18 anni vivono in famiglie povere.

Se è vero che “la salute è la più grande forza di un popolo civile”, il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) ha però dimostato la sua incapacità di mantenere adeguati livelli di copertura sanitaria pubblica per tutti i cittadini. Per far fronte alle molteplici carenze del SSN, i pazienti hanno fatto più frequentemente ricorso ad Enti della Sanità Integrativa (Fondi Sanitari, Casse di assistenza sanitaria e soprattutto a Società di Mutuo Soccorso) come per esempio il Gruppo Health Italia. Secondo il Censis, il 57,1% degli italiani è a favore del cosiddetto “secondo pilastro”, e sono 26,5 milioni gli italiani che si dicono propensi ad aderirvi.

Al tempo della Sanità digitale, non è più avveniristico permettere ai pazienti-utenti di prenotare online le visite specialistiche beneficiando magari di tariffe convenzionate. E’ l’idea coltivata da tempo dal team di ScegliereSalute e fondata sul valore dell’accesso universale alle cure mediche.

La nostra idea di Sanità – ci dice Giuseppe Lorusso, co-fondatore del sito ScegliereSalute.it – è quella di garantire nuove forme di accesso ai servizi sanitari e offire una valida alternativa ai rigidi schemi del SSN”. Nato per recensire e condividere informazioni su centri sanitari e specialisti, ScegliereSalute è pronto a offrire un nuovo servizio, facile e veloce, di prenotazione online di prestazioni sanitarie. Per ampliare la gamma di servizi offerti, ScegliereSalute in totale trasparenza ha scelto di ospitare le prestazioni di centri diagnostici e professionisti convenzionati, gratuitamente, senza alcuna fee di ingresso, ma con l’impegno a mantenere calmierati i prezzi delle prestazioni in modo da consentire facile accesso a tutti.

Con questo nuovo servizio di booking online sarà possibile acquistare oltre che visite mediche anche prestazioni diagnostiche per via delle convenzioni con grandi gruppi sanitari privati (ad esempio Gruppo Kos) con tariffe più basse di almeno il 10% rispetto a quelle offerte direttamente dai centri stessi.

Sono oltre 11 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno fatto ricorso alla Sanità privata, considerata ormai un’opportunità per colmare le lacune del servizio pubblico e per rispondere alla domanda di salute degli italiani. Celermente ed efficacemente.

Più di 3 milioni di persone in Italia, in gran parte adolescenti nella fascia 18-24 anni, sono adusi ad un consumo smodato di alcool. Secondo le stime della Relazione annuale inviata dal Ministero della Sanità al Parlamento Italiano, sono in aumento le “abbuffate di alcool” a stomaco vuoto già all’età di 11 anni.

Nella relazione si legge che il 10% degli uomini e il 2,5% delle donne con più di 11 anni hanno dichiarato di aver consumato 6 o più bicchieri di bevande alcoliche in una sola occasione e che sono poco più dell’11% coloro che lo hanno fatto tra gli 11 e i 15 anni; ma la percentuale sale a 7,4% per i ragazzi e 4,6% per le ragazze tra i 15 e i 17 anni che si sono ubriacati durante l’ultimo anno e ammontano a 21% i maschi e 7% le femmine tra i 18-24 anni.

Il Ministero della Salute persevera nel ribadire la pericolosità dell’alcool per la salute, che costituisce “ un serio problema di sanità pubblica” che sottopone agravi rischi per la salute e la sicurezza non solo del singolo bevitore ma anche all’intera società”.

alcol2C’è poi la categoria dello “sballo del sabato sera” con l’uso combinato di sostanze stupefacenti illegali (dalla cannabis fino alle smart drugs). Il fenomeno cosiddetto del “binge drinking“, ovvero bere tanti alcolici in poco tempo, è la principale casusa del rischio di ipertensione tra i giovanissimi.

“Il consumo di bevande alcoliche in grandi quantità costituisce di per sé un rischio per la salute, ma aumenta anche il rischio di diventare obesi”, osserva Italia Salute . “Il motivo non risiede solo nel grande contenuto calorico degli alcolici, ma sta soprattutto nei cambiamenti che avvengono nel cervello e più precisamente nelle sedi del “sistema di ricompensa cerebrale”.

 

I dati europei: 120 mila decessi prematuri all’anno dovuti al consumo eccessivo di alcol

Nei paesi dell’Unione europea l’alcol è ritenuto responsabile di circa 120 mila morti premature all’anno: una su 7 tra gli uomini e una su 13 tra le donne di età 15-64 anni.
I dati confermano inoltre che sono gli abitanti della UE a detenere il triste primato del consumo di alcol pro capite a livello globale: i cittadini comunitari (Croazia inclusa) bevono 10,2 litri di alcol puro l’anno pro capite. Una quantità che, se consideriamo anche la Norvegia, la Svizzera e gli altri stati candidati ad entrare nella UE scende di poco (9,4 litri annui pro capite). Il trend degli ultimi 20 anni, a fronte di una media leggermente in calo, registra infatti un aumento sensibile delconsumo pro capite nell’Europa centrale ed orientale, lieve nel nord, una diminuzione moderata nella zona occidentale e marcata al sud (area che comprende l’Italia).

 

In Italia sono circa 3 milioni i giovani che soffrono di disturbi del comportamento alimentare (Dca), di cui il 95,9% sono donne e il 4,1% uomini. Il numero di decessi in un anno per anoressia nervosa si aggirano tra il 5,86 e 6,2%, tra 1,57 e 1,93% per bulimia nervosa e per gli altri disturbi tra 1,81 e 1,92%. I dato sono stati presentati dall’AdiAssociazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica – in occasione della “V Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla” dedicata alla sensibilizzazione e alla prevenzione dei disturbi del comportamento alimentare.

Si stima che l’anoressia, ad esempio, sia la prima causa di morte fra le ragazze dai 15 ai 25 anni e l’età d’esordio del disturbo si stia abbassando coinvolgendo sempre più maschi.

I disturbi del comportamento alimentare possono compromettere seriamente la salute di tutti gli organi e apparati del corpo (cardiovascolare, gastrointestinale, endocrino, ematologico, scheletrico, sistema nervoso centrale, dermatologico ecc.) e portare alla morte. Per questo in Italia è nato a Roma, presso il complesso ospedaliero del San Giovanni Addolorata, la prima struttura del genere in Italia destinata  ad assistere pazienti in coma o in pericolo di vita a causa di disturbi alimentari.

Alcune storie di giovani pazienti che lottano contro anoressia nervosa e altri disturbi alimentari, sono stati raccolti da Stefano Vicari e Ilaria Caprioglio, autori del libro “Corpi senza peso” (Ed. Erickson), che mette in evidenza l’impegno di un’equipe ospedaliera e gli stati d’animo di cinque giovani pazienti.

Secondo i dati, negli ultimi anni l’età di insorgenza dell’anoressia nervosa, indicata tra i 15-19 anni, si è abbassata molto. Perché? «La prima spiegazione è che nei paesi occidentali la pubertà è sempre più precoce: il primo ciclo per le ragazze arriva presto e sono proprio loro ad essere le più colpite.

Nel libro di Vicari e Caprioglio si sostiene che “in Italia oggi fa più paura una malattia mentale che il cancro, perché il disturbo psichiatrico viene collegato all’isolamento sociale”.

 

 

Non solo smartphone e device avveniristici a Barcellona per la nuova edizione del Mobile World Congress, la più importante fiera mondiale sul mondo mobile. In particolare nel campo dell’e-health in questi giorni è stato presentato un’innovativa piattaforma aperta per facilitare lo scambio di informazioni tra medico e paziente in tempo reale. Si chiama “DoctorLink” ed è una piattaforma nata per consentire al paziente la continuità delle cure anche dopo che quest’ultimo è tornato a casa.

“Questa piattaforma rappresenta un modello tangibile di comunicazione contestuale, soprattutto se si pensa alle sue proprietà di chat e file transfer e all’integrazione con il Fascicolo sanitario elettronico”, specifica Federico Descalzo, Chief Marketing & Technology Officer di Italtel, che sottolinea “l’importanza di averla sviluppata come Italtel, presente da anni nel segmento della sanità digitale”.

Il progetto “DoctorLink” ha alle spalle due anni di lavoro sulle tecnologie IoT e WebRtc, può essere utilizzato anche come strumento di gestione della terapia farmacologica e riabilitativa, per raccogliere e gestire in tempo reale i parametri biometrici ed ambientali che provengono da sensori, contribuendo a monitorare il benessere del paziente.

 

Il diritto alla salute rappresenta anche per i detenuti il primo dei diritti. Innanzitutto perchè la popolazione detenuta rappresenta un gruppo ad alta vulnerabilità, il cui livello di salute, ancor prima dell’entrata in carcere, è mediamente inferiore a quello della popolazione generale. Inoltre, il principio della pari opportunità (tra liberi e detenuti) all’accesso al bene salute da un lato incontra ostacoli nelle esigenze di sicurezza. Quindi il diritto alla salute in carcere non si esaurisce nell’offerta di prestazioni sanitarie adeguate: particolare attenzione deve essere prestata alle componenti ambientali, assicurando alle persone ristrette condizioni di vita e regimi carcerari accettabili, come recita la Costituzione italiana (art.32, 1° comma) che definisce la salute come “fondamentale diritto dell’individuo” e come “interesse della collettività“.

Con specifico riferimento alle persone recluse, viene in rilievo l’esigenza della “sicurezza”, e dunque il problema centrale è quello dell’estensione del limite di questa esigenza di sicurezza, potenzialmente idoneo ad incidere anche sulle altre espressioni del diritto alla salute e in special modo sul diritto ai trattamenti sanitari, che si traduce nella pretesa all’ottenimento dei trattamenti di miglior livello che, nelle circostanze date, gli operatori sono in grado di fornire, sul rifiuto dei trattamenti sanitari non imposti dalla legge, che discende dall’art. 32, sul diritto a lasciarsi morire, sul divieto di accanimento terapeutico e sul diritto all’ambiente salubre.

Perciò, problemi quali il sovraffollamento, l’inadeguatezza delle condizioni igieniche, la carenza di opportunità di lavoro e di studio, la permanenza per gran parte della giornata in cella, la difficoltà a mantenere relazioni affettive e contatti con il mondo esterno, sono da considerarsi ostacoli determinanti nell’esercizio del diritto alla salute.

Riguardo le carenze del sistema carcerario, il Comitato Nazionale di Bioetica in passato si è già espresso in merito ai gravi problemi di chi vive costretto “dentro le mura”.

La prigione è un luogo di contraddizioni: contraddizione fra il principio della parità dei diritti dentro e fuori le mura (eccetto la libertà di movimento), e le esigenze di sicurezza che tendono a limitarli; fra le norme secondo cui le istituzioni devono garantire “la salubrità degli ambienti di vita” e “gli standard igienico sanitari previsti dalla normativa vigente”, e le reali condizioni di vita nelle celle sovraffollate; fra il significato della pena, basato sulla responsabilità individuale, e la concentrazione in carcere di un numero crescente di persone che appartengono agli strati più deprivati della popolazione; fra il deficit di salute di chi entra negli istituti penitenziari e un carcere che produce sofferenza e malattia.
Sono queste alcune delle ragioni che chiamano alla responsabilità etica nei confronti dei detenuti, in quanto gruppo ad alta vulnerabilità bio-psico-sociale (La Salute “dentro le mura”, CNB, 2013).

La OMS ci informa che i principali disturbi in carcere sono di natura psichica, infettiva e gastroenterica. Alcuni comportamenti poco salutari, come il consumo di tabacco e l’abuso di alcol, associati alla malnutrizione e alla mancanza di attività fisica, possono aggravare gravi patologie croniche come il diabete e l’ipertensione, che hanno prevalenza più elevata rispetto alla popolazione non istituzionalizzata.

Nell’insieme, il carcere si conferma come ambiente a rischio: è a rischio il 13% della popolazione carceraria contro il 7% della popolazione generale. La sproporzione è particolarmente evidente per alcuni disturbi: la dipendenza da droghe raggiunge il 21,5% fra i detenuti contro il 2,1% della popolazione generale; il 15,3% dei detenuti ha problemi dentali (contro il 4,5 fra la p-g.); il 13,5% presenta malattie osteoarticolari e post traumatiche (contro l’11,9 fra la p.g.); il 2,08% soffre di infezione da HIV (contro lo 0,2 della p.g.).

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Ma come funziona l’assistenza sanitaria in carcere? 

Negli istituti penitenziari la suddetta esigenza è soddisfatta assicurando la presenza di un servizio medico e farmaceutico rispondente alle esigenze profilattiche e di cura della salute dei detenuti (art. 11, 1° comma, O.P.), ferma restando la possibilità del “trasferimento”, disposto dal magistrato di sorveglianza, dei condannati e degli internati in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura ove siano necessarie cure o accertamenti diagnostici che non possono essere apprestati dai servizi interni (art. 11, 2° comma, O.P.). I detenuti sono sottoposti a visita medica generale all’atto dell’ingresso in istituto e a periodici riscontri, indipendentemente dalle richieste degli interessati (art. 11, 5° comma, O.P.). Inoltre è loro assicurata la possibilità di richiedere di essere visitati a proprie spese da un sanitario di fiducia (art. 11, 11° comma, O.P.).

L’art. 11 O.P. fissa anche il principio della collaborazione con i servizi pubblici sanitari locali, ospedalieri ed extra ospedalieri, per l’organizzazione e il funzionamento del servizio sanitario per i detenuti, consentendo di ritenere quest’ultimo, anche per effetto delle previsioni del regolamento penitenziario, “come una funzione a cui le risorse esterne direttamente e continuamente collaborano”.

Un altro aspetto della riforma sanitaria in carcere è la collocazione amministrativa del personale sanitario alle dipendenze del SSN e non più dell’Amministrazione Penitenziaria. Questo passaggio rappresenta una garanzia per l’autonomia del personale sanitario.

I detenuti sono esonerati dal sistema di compartecipazione alle spese sanitarie (ticket) e mantengono l’iscrizione al S.S.N., anche se stranieri, per tutto il periodo della detenzione. Inoltre, ogni A.S.L. deve adottare una “Carta dei servizi dei detenuti“, da predisporre consultando gli stessi detenuti e le associazioni di volontariato per la tutela dei diritti dei cittadini.

Le situazioni di “incompatibilità” con la detenzione.

Le situazioni d’incompatibilità possono essere “relative” o “assolute“. Nel primo caso può essere, ad esempio, disposto il ricovero presso un centro diagnostico terapeutico dell’amministrazione penitenziaria, nel secondo si proporrà l’alternativa tra il ricovero in un istituto di cura extra carcerario o la concessione degli arresti domiciliari. In sostanza, il differimento dell’esecuzione della pena potrà essere concesso solo in caso di grave infermità.

Infine, sul diritto del detenuto a non essere curato, con particolare riguardo allo “sciopero della fame”, vale la libertà di autodeterminazione per cui “la vera garanzia del diritto del detenuto a non farsi curare risiede proprio nella mancanza di una previsione legislativa che consenta l’alimentazione forzata in caso di sciopero della fame”.

La OMS sottolinea come condizioni di rischio comuni nelle prigioni il bullismo, il mobbing, la forzata inattività. Si raccomanda perciò di perseguire l’obiettivo di un carcere “sicuro”, sia sotto l’aspetto igienico sanitario che della sicurezza intesa come protezione dalla violenza e dal sopruso. Il rispetto dei diritti umani, insieme a condizioni accettabili di vita carceraria, costituiscono le fondamenta della promozione della salute poiché abbracciano tutti gli aspetti della vita del detenuto. 

 

L’annuncio è di quelli “ad effetto”, ma la scelta di pubblicare un “Libro bianco” sulla Sanità regionale e raccogliere suggerimenti e proposte da parte di tutti gli attori del mondo sociosanitario, dai cittadini agli operatori, va nella giusta direzione. E’ stato appena presentata a Genova la road map sulla riforma della sanità ligure, che porterà ad una legge regionale che si ispirerà a quella della Lombardia, concepita anche con il saggio contributo dell’oncologo Umberto Veronesi.  Il nostro obiettivo è una sanità a chilometro zero, più integrazione tra sanitario e sociale, maggiore coinvolgimento dei medici di medicina generale“- ha detto l’assessore ligure alla salute Sonia Viale presentando il “Libro bianco” sulla sanità ligure.

L’Assessore Viale ha poi dichiarato in un’intervista all’Ansa: “Basta ospedali realizzati in base al colore politico di chi è al governo in questo o quel territorio, guardiamo alle esigenze effettive di tutti i liguri.  Il vento è cambiato, significa che ora trattiamo tutti i territori, da Ventimiglia a Sarzana, alla stessa maniera”.

Tra le nuove misure per la riforma della Sanità ligure c’è il potenziamento degli investimenti per il fascicolo sanitario elettronico (FSE), cui gli utenti potranno accedere da pc o telefonino con referti condivisi online, e con prescrizioni gestite via Internet. Misure che porteranno a ridurre chiaramente la spesa sanitaria regionale.

Annarosa Racca, presidente nazionale Federfarma, che conta 600 farmacie in Liguria, con 3200 addetti, sottolinea i vantaggi di una maggior informatizzazione. «Una ricetta su tre in Liguria oggi è elettronica – ha detto la presidente di Federfarma -. Vogliamo arrivare a livelli più elevati, così come sul fronte della fatturazione elettronica. Si possono migliorare i servizi e l’efficienza del sistema sanitario puntando sul ritiro dei referti in farmacia, su piattaforme informatiche per la prescrizione di prodotti per diabetici, celiaci e ossigeno liquido. Tutto questo porta migliori e cure e risparmi per la Regione».

Dubbi e perplessità però non mancano, soprattutto da parte di M5S e PD che in questa riforma intravedono un tentativo di “privilegiare nettamente la sanità privata a quella pubblica, superando addirittura il tanto decantato modello lombardo e guardando, semmai, agli Stati Uniti, dove curarsi è un privilegio per pochi”.

Sarà vera rivoluzione digitale? Anche se è vero che una rondine non fa primavera, il Sistema Sanitario Nazionale adesso guarderà con attenzione agli sviluppi del processo di riforma in Liguria. Almeno così si spera!

 

L’entrata in vigore del decreto 9 Dicembre 2015 (il cosiddetto “decreto Lorenzin”) sull’appropriatezza prescrittiva, nonostante lo scarso peso attribuitogli dalla stampa, segnerà una svolta epocale nel rapporto, già fragile, tra paziente e medico. Il provvedimento infatti contiene indicazioni di appropriatezza prescrittiva su prestazioni di dermatologia allergologica, esami di laboratorio, genetica, medicina nucleare, odontoiatria e radiologia diagnostica: dal 21 gennaio 2016 (data di entrata in vigore del provvedimento), il medico curante, nel momento in cui prescrive alcune tra le 203 prestazioni diagnostiche  contenute dal decreto, deve verificare la rispondenza del paziente ai criteri per cui la prestazione in questione può essere erogata in regime di gratuità dal Servizio Sanitario Nazionale.

Parliamo di prestazioni sanitarie molto comuni che da oggi in poi il medico curante potrà prescrivere solo se sono soddisfatte determinate condizioni del paziente: per esempio l’esame di laboratorio per la rilevazione dei trigliceridi presenti nel sangue potrà essere eseguito gratuitamente (salvo il pagamento del ticket) solo per i soggetti che con età superiore ai 40 anni (come screening) e nei “pazienti con malattia cardiovascolare o fattori di rischio cardiovascolare o familiarità per malattie dismetaboliche dislipidemia o eventi cardiovascolari precoci”. Inoltre specifica il provvedimento che in assenza di valori elevati, interventi terapeutici e cambiamenti nello stile di vita sarà possibile ripetere l’esame solo a distanza di 5 anni. L’esempio è emblematico del forte tasso di incertezza che caratterizzerà l’applicazione di queste norme: come fa il medico di famiglia a verificare che il soggetto con un alto livello di trigliceridi nel sangue modifichi il suo stile di vita?  (Ecco le prestazioni contenute nel decreto Elenco 1 Elenco 2)

La Fimmg (Federazione medici di medicina generale) in una nota definisce il decreto confuso perché mal definisce il sistema di attribuzione delle responsabilità ed equivoco in alcune limitazioni di erogabilità. Prosegue la Fimmg: «Si sta determinando un’incertezza che compromette l’attività professionale dei medici e la fiducia dei pazienti nelle loro scelte, inevitabili saranno le contestazioni da parte dei cittadini ai medici prescrittori, lasciati soli nel proprio studio a dover giustificare scelte che non condividono e che non capiscono». Secondo la Fimmg tutto questo comporterà un aumento della spesa sanitaria privata: quindi si riduce la spesa sanitaria pubblica aumentando di fatto la componente out of pocket del spesa.

Le politiche di contrasto all’inappropriatezza prescrittiva sono un utile strumento di contenimento della spesa pubblica a patto che non comportino squilibri nei rapporti tra medico e paziente: con l’applicazione del decreto il medico di famiglia prescrive “poco” onde evitare l’applicazioni di decisioni arbitrarie e sanzionatorie da parte della dirigenza della ASL di appartenenza, previste dallo stesso decreto.  I pazienti, dal canto loro, hanno diritto a meno prestazioni erogate in regime di gratuità e sono costretti a rivolgersi al privato per eseguire prestazioni fino all’altro ieri erogate gratuitamente dal pubblico e dal privato accreditato. Cambia radicalmente il rapporto tra paziente e medico di famiglia anche perché quest’ultimo avrà sempre meno tempo da dedicare alle visite perché oberato da lungaggini burocratiche previste dal decreto in questione.

La notizia apparsa nei giorni scorsi sui media è talmente clamorosa che ha alimentato una lunga scia mediatica che non accenna a spegnersi. Tutto è nato da una semplice, banale constatazione, fatta da ACOI, l’Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani, a proposito dei bisturi, che spesso sono di scarsa qualità e tagliano poco o nulla.

Ma naturalmente – fa notare in una nota ACOI – il discorso è più ampio: “Non riguarda soltanto la qualità dei bisturi o il costo delle siringhe, ma comprende considerazioni più generali sugli insufficienti investimenti nella Sanità, sulla sostenibilità dell’innovazione in chirurgia, e sulla programmazione della spesa in campo sanitario”.

Il Presidente di ACOI, Diego Piazza, ha commentato: “Quando si parla di dispositivi medici come i bisturi, il prezzo non può e non deve essere l’unico criterio di valutazione a scapito della qualità e della sicurezza“.

Nel caso particolare, un bisturi mediocre e poco tagliente può provocare gravi lesioni cutanee con il rischio di contaminazione batterica della ferita, quando per incidere la superficie il medico chirurgo deve imprimere una forza maggiore. Questo può richiedere l’utilizzo di più bisturi nel corso dello stesso intervento. Ecco spiegato come come questa scelta si rivela alla fine antieconomica: un buon bisturi, invece, si potrebbe utilizzare più volte per lo stesso intervento.

In tempi di Spending Review per il sistema Paese, anche la Salute deve sopportare compromessi a ribasso tanto gravi? Se da un lato è necessario razionalizzare i processi della logistica ospedaliera, contraddistina dall’outsourcing, per ridurre i tempi di consegna e migliorare la qualità dei serivizi erogati ai pazienti, dall’altro questo percorso di riorganizzazione non può non tenere conto della necessità “di individuare centri di competenza in grado di acquistare bene”, come ha dichiarato il Direttore Generale della programmazione sanitaria del Ministero della Salute, ai microfoni di TGcom24.

Infatti sui magazzini ospedalieri spesso si addensano sospetti e scandali per gestioni “allegre” e poco efficienti di medicinali e dispositivi. Tra gli scandali finiti sulle prime pagine dei giornali, ad esempio, ricordiamo quello avvenuto qualche ann fa alla Asl di Foggia dove alcuni disinfettanti che costavano 60 euro per flacone, venivano pagati 1.600 euro, più Iva. Un furto in piena regola ai danni della collettività. Per non parlare dell’acquisto di protesi e ausili, dove lo Stato paga più del privato, come ha denunciato un’inchiesta pubblicata su Il Fatto Quotidiano.

Se in Italia, come abbiamo scritto di recente su questo Blog, abbiamo personale medico altamente qualificato ed eccellenze che all’estero ci invidiano, sarebbe utile metterli in condizione di operare secondo le loro competenze, senza assistere implacabili ai frequenti viaggi di pazienti italiani in cliniche lussuose all’estero, o dei nostri professionisti migliori lontani dal nostro Paese. Ci auguriamo che non si tratti soltanto dell’ennesimo scandalo destinato agli archivi della memoria.

 

 

 

Il primo cardiologo del mondo, non a caso si chiama Migliore. Giuseppe Migliore, 40enne, siciliano originario di Caltanissetta,  cardiologo all’Ospedale Villa Sofia di Palermo, è stato premiato a fine 2014 negli Stati Uniti come “il migliore radialista dell’anno” durante il Congresso Aim Radial a Chicago. Giuseppe Migliore ha superato la concorrenza di un indiano e di uno statunitense, eseguendo ad arte un intervento di angioplastica coronaria ad accesso radiale anzichè coronale. Questa tecnica è stata appresa 12 anni fa all’ospedale Cisanello di Pisa e diffusa ora in tutta la Sicila.

La storia di questo giovane medico non è il solo caso di eccellenza medica italiana all’estero: di recente si è parlato del dott. Simone Speggiorin, 36enne, oggi considerato “il Re del bisturi” nel Regno Unito, dove è fuggito per scampare al precariato italiano. La loro storia funge da monito per i tantissimi giovani medici italiani e ricecatori che sono “intrappolati” in un sistema chiuso (baronato) e fortemente demotivante.

I casi di Migliore e Speggiorin, costituiscono solo uno spunto per affrontare il tema delle gravi carene e incongruenze della Sanità Italiana, che vede emigrare le sue giovani risorse la cui formazione è costata all’Italia decine e decine di migliaia di euro, e che vanno ad arricchire teniche e conoscenze di altri paesi.

Un ragionamento che è valido per tutti i settori, non soltanto in quello medico. Sul nostro blog prossimamente ospiteremo interventi di giovani medici che hanno lavorato e operato all’estero, ma che in Italia non trovano sbocchi o sono costretti ad apprendere i segreti della professione alla soglia dei 40 anni.

E’ un modo per dare voce a #labuonasanità e per chiedere un cambio di passo al Sistema Sanitario, una riforma organica dell’Università e l’ottimizzazione delle migliori risorse.

 

 

Il futuro della Sanità Italiana, le nuove esigenze della popolazione legate all’aumento dell’aspettativa di vita e l’affermazione delle nuove tecnologie nel mondo dell’e-health, sono gli argomenti affrontati nell’intervista di Giuseppe Lorusso al Presidente nazionale della LILT, prof. Francesco Schittulli. 

Partendo del dato più rilevante, ovvero l’innalzamento dell’età media degli italiani, il prof. Schittulli ci ricorda che “L’Italia è il secondo paese al mondo più longevo dopo il Giappone: questo significa che oggi l’aspettativa di vita si avvicina ai 90 anni, mentre chi nascerà dopo il 2050 raggiungerà l’aspettativa di vita biologicamente massima consentita per un essere umano, ovvero 120 anni. Pertanto le istituzioni devono fare in modo di assicurare un’esistenza dignitosa alla popolazione, con programmi sanitari proiettati al domani e non limitati al presente”.

Occorre dunque cambiare la prospettiva perchè – secondo Schittulli – “il Sistema Sanitario Italiano è purtroppo oggi assai affastellato e politicizzato e le istituzioni devono concentrarsi più sulla promozione della Salute che nella lotta alla malattia”. E poi l’eccesiva parcellizzazione del trattamento sanitario che generano disparità inaccettabili con trattamenti che variano da regione e regione, causano diseguaglianza e sfiducia nella popolazione.

Passando al tema delle numerose app nel settore medico, alla domanda sul reale contributo che queste forniscono al miglioramento della Sanità e ad un percorso di autoconsapevolezza dei pazienti che da spettatori diventano finalmente “attori protagonisti”, Schittulli non ha dubbi: “Dare al paziente la possibilità di valutare e condividere in rete la propria esperienza presso un medico o un ospedale, è un valore aggiunto importante per qualsiasi medico professionista serio“.