Mangiare sano migliora la qualità della vita. Si, lo sappiamo che oramai questa frase l’abbiamo sentita fin troppe volte, tanto dal sembrarci a volte stucchevole, e sappiamo che per quanto possiamo utilizzarla un pomodoro fresco non ci sembrerà mai gustoso come una vaschetta di patatine fritte. Non è detto però che mangiare sano voglia dire necessariamente abolire definitivamente dei cibi “sfiziosi”, bensì inserire nella nostra dieta piccoli accorgimenti salutari, ci permetterà di goderci a cuore un po’ più leggero gli “sgarri”.

L’healthy food è fondamentale non “solo” per essere in forma, ma anche perché mangiare cibi sani, che ben si adattano al nostro organismo, è scientificamente testato che possa essere un formidabile alleato per il miglioramento del nostro umore. Senza contare che una dieta equilibrata e la rinuncia alle cattive abitudini come fumo e troppo caffè aiutano a superare l’insonnia e altri disturbi.

Vi proponiamo 10 consigli utili per una dieta più equilibrata e healthy:

1. Assumi tante fibre

Avete mai sentito dire che l’intestino è un po’ il nostro secondo cervello? Beh questo assunto dipende dal fatto che da esso dipendano molte delle nostre difese immunitarie. Non è un caso che chi è stressato o ansioso soffre spesso di colon irritabile. Un corretto funzionamento del nostro intestino invece ci permette un concreto catalizzatore salutare a tutto l’organismo. Possiamo trovare fibre nelle verdure fresche, nella pasta e nel riso. Ma l’apporto sostanzialmente più utile per il nostro organismo arriva effettivamente dalle verdure fresche di stagione (specialmente quelle a foglia verde) perché ricchissime di vitamine e sali minerali.

2. Meno zuccheri

Questa vi suonerà strana, chi non ha divorato un barattolo di Nutella dopo una rottura amorosa? Chi non si sentirebbe più felice davanti ad un enorme torta?

Nonostante i dolci aumentino effettivamente i livelli di serotonina ed appiano un influsso diretto positivo sull’umore, troppi zuccheri possono provocare dipendenza. Mangiando troppo spesso i dolci per compensare stati emotivi negativi come tristezza o stress si rischia infatti di avere un risultato inverso. Un eccesso di zuccheri è nemico di qualunque dieta, intesa non come regime dimagrante ma come insieme di buone abitudini alimentari da adottare giorno per giorno.

3. Più vitamina D

La vitamina D è responsabile della riattivazione della serotonina, l’ormone della felicità citata pocanzi. Si sintetizza anche attraverso l’esposizione al sole, ma è importante aumentarne la presenza nel corpo attraverso cibi specifici, come le uova, i formaggi freschi o il pesce, come il salmone.

4. Meno caffè

Un eccessivo apporto di caffeina nel nostro organismo può portare ad uno stato di sovra-eccitazione che può sfociare in ansia, irritazione e disturbi del sonno. Per questo si consiglia di non prendere più di 2 caffè al giorno, e possibilmente entro il primo pomeriggio.

5. Varietà a tavola

Più eterogenea è la nostra alimentazione, tanto più il nostro organismo avrà un corretto apporto di ogni tipo di nutriente utile. Pasta, carne, pesce, pane, formaggi, frutta, verdura…nessun cibo fa male in se, nessun cibo è un toccasana miracoloso. La vera soluzione per un’alimentazione sana è l’inserimento e l’equilibrio di tutti questi cibi, in maniera corretta. Se hai bisogno di dimagrire, non affidarti a quelle diete settimanali drastiche che indeboliscono e danno risultati immediati solo di breve periodo.

6. Piccoli spuntini con frutta secca

Mandorle, nocciole, noci e semi contengono oligoelementi e fibre che regolano la glicemia, contrastando eventuali picchi o cali da cui dipendono improvvisi cambi di umore. La frutta e i semi secchi, come quelli di zucca o di chia, contengono sali, vitamine e acidi grassi come gli Omega-3, che migliorano la salute del cuore.

7. Una banana al giorno toglie il…dolce di torno

Le banane sono “portatrici sane” di zuccheri complessi, gli stessi che ingeriamo con i dolci e che tanto ci appagano quando li gustiamo. Mangiando una volta al giorno questo frutto tropicale oramai comune sulle nostre tavole, possiamo annullare il desiderio di ingerire dolci “complessi” oltre ad apportare al nostro organismo potassio, magnesio e minerali che fanno bene a cuore e tessuti muscolari.

8. Anche le spezie sono un cibo sano

Ci sono spezie che possiamo chiamare superfood, per il grande apporto di nutrienti che danno all’organismo. Zenzero, pepe, curcuma, cannella, cumino e peperoncino stimolano le endorfine, gli ormoni del buonumore, oltre ad essere dei perfetti anti-infiammatori e antiossidanti che combattono l’invecchiamento cellulare.

9. Mangia cioccolato, ma fondente

Rispetto agli altri tipi di cioccolato, quello fondente non contiene zucchero e grassi. In più, stimola la produzione di serotonina, che regola sonno e attività sessuale e della feniletilammina, la sostanza chimica che il cervello produce quando ci innamoriamo.

10. Spremute di agrumi meglio dei cocktail

Una birra fresca, uno spritz, un bel cocktail fresco sono sicuramente una goduria quando ci si vuole rilassare, ed uno o due non sono neanche da vietarsi. L’importante è non esagerare, e ricordarci che spesso delle spremute di agrumi come arance, limoni e pompelmo possono essere altrettanto “goduriosi” oltre che apportare al nostro organismo tanta vitamina C.

PERCHÉ CONTRASTARE LE RUGHE NON SERVE

Partiamo subito da una premessa: le rughe non sono una malattia, dalla quale si possa guarire.
Sono il frutto di un naturale processo di invecchiamento della pelle che non può fermarsi, né regredire. La vita che noi conosciamo va in una sola direzione, il mondo dove viviamo funziona così. Le strade percorribili per il trattamento delle rughe quindi sono solo due: chi ne propone altre è un sognatore o un imbroglione.

LA PRIMA STRADA: IL TRATTAMENTO ESTETICO DELLE RUGHE

La prima strada percorribile nel trattamento delle rughe è dettata da legittime ragioni estetiche, riguardanti la cura del proprio aspetto. Consiste nel nascondere i segni dell’invecchiamento del viso, così come delle mani e di altre parti del corpo.

  • Trucchi e creme di bellezza
    Questi prodotti vanno preparati correttamente, nel rispetto delle leggi e delle norme che ne tutelano la sicurezza. L’abbiamo imparato a nostre spese, ammaestrati dai disastri causati da cosmetici sbagliati. Per fortuna non succede più. Succede, invece, che qualcuno creda ancora ciecamente nella sicurezza dei prodotti biologici, spesso fatti in casa con erbe e altri ingredienti naturali.La pelle non è solo un manto protettivo: è anche una via di assorbimento delle sostanze con le quali viene a contatto. A differenza dell’apparato digestivo, dove gli alimenti sono preventivamente sterilizzati e scomposti in componenti utilizzabili in tutta sicurezza, l’apparato cutaneo li immette spesso in circolo come tali. È facile immaginare le conseguenze che ne possono derivare in termini sia di allergie, sia di altri effetti tossici, anche gravi. Sono nozioni elementari, riguardanti il proprio corpo e il suo funzionamento, che tutti dovrebbero avere.

 

  • I peeling
    Rientrano in qualche modo nella cura del proprio aspetto gli alfa idrossidi e altri acidi d’origine naturale, che esercitano un blando effetto abrasivo, detto peeling. Liberando la pelle dalle scorie che la irrigidiscono, ne favoriscono la distensione, soprattutto a livello delle piccole rughe attorno all’occhio. Funzionano, ma è bene non esagerare per non rimuovere anche il secreto fisiologico, che protegge la cute.

 

  • Chirurgia estetica, laser, silicone e botulino
    Oltre si passa alla chirurgia estetica, che col laser ha raggiunto vette impensabili appena pochi anni fa, e alle infiltrazioni di silicone o di tossina botulinica. Gli effetti estetici sono appariscenti, ma momentanei e seguiti, alla loro cessazione, da un rimbalzo di segno opposto: il cosiddetto rebound, che comporta una ripetizione del trattamento a dosi crescenti.

LA SECONDA STRADA: IL RAFFORZAMENTO DELLE CAPACITÀ INTERNE DELLA PELLE

La seconda strada al trattamento delle rughe parte da queste constatazioni: il nostro organismo è costituito da tessuti vivi, capaci di rigenerarsi e di riparare i danni subiti.

Nella giovinezza la rigenerazione prevale sull’usura, nella maturità i due processi si equivalgono, nella senescenza prevale l’usura, o misrepair come è stata chiamata (Wang-Michelitsch e Michelitsch, 2015). Quindi la seconda strada punta sul rafforzamento fisiologico delle capacità rigenerative insite nella pelle stessa.

Si tratta di un processo che si basa non sul contrasto aggressivo delle rughe, ma sul nutrimento della pelle, nei suoi naturali processi di cambiamento. È un approccio naturale, che si rifà alla medicina della salute, che si pone come alleata dell’organismo e che, alla lunga, è l’unica valida soluzione.

  • Gli idratanti
    Gli idratanti, in inglese moisturizers, sono rappresentati da creme e altre preparazioni topiche ricche d’acqua, che assorbita attraverso la cute ne combatte la secchezza. L’idratazione della cute è molto simile (a parte la diversa modalità di somministrazione) alle soluzioni fisiologiche raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per combattere le disidratazioni sistemiche.

 

  • Le vitamine
    Seguono le vitamine e altri elementi essenziali per lo svolgimento di tutti i processi fisiologici, inclusi quelli cutanei. Tra le prime svettano i retinoidi, che hanno effetti ben documentati. Purtroppo nel passato sono stati impiegati in quantità eccessive, che violano una legge basilare: “la dose fa il veleno“. Fortunatamente è storia passata, perché oggi la legge sui cosmetici ne impone l’impiego a dosi sicure.

 

  • L’acido ialuronico
    L’acido ialuronico appartiene invece ai glicosaminoglicani, una classe di sostanze endogene coinvolte nell’integrità strutturale e nel bilancio idrico dei tessuti. È impiegato come rassodante (filler) del viso, col vantaggio di un effetto trofico (che riguarda la nutrizione dei tessuti organici) che va oltre quello meramente meccanico.

 

  • Il collagene
    Il collagene appartiene alle sostanze che intervengono sulle rughe rafforzando la cute. Oltre a essere la principale materia prima dell’organismo, il collagene è unico per la molteplicità delle funzioni che svolge e delle conformazioni che assume: è elastico nella cute e nei capelli, consistente nelle unghie, fluido nelle secrezioni, nelle mucose si trasforma in un velo che lubrifica e protegge.Questa sostanza ha la capacità di fungere prima da supporto, poi da nutrimento dei cheratociti poiché, svolte le funzioni sopra elencate, si disgrega nutrendo i tessuti, che rirendono a tesserne la trama.Il collagene garantisce la salute della pelle, ma purtroppo è soggetto a una perdita continua, che va rimpiazzata.I prodotti a base di collagene sono perciò particolarmente indicati per il trattamento delle rughe poiché supportano la cute nel processo di rinnovamento cellulare e di sintesi proteica, necessarie per contrastarne l’invecchiamento.Il collagene, essendo una proteina, non può essere assunto come tale, perché evocherebbe una reazione di rigetto, potenzialmente auto aggressiva. Esso va assunto sotto forma di collagene parzialmente idrolizzato, in modo che l’organismo possa agevolmente scomporlo nei suoi componenti elementari, gli aminoacidi, da utilizzare per riprodurlo al proprio interno dove e come serve (Silvestrini e Kirshner, 1998) e contrastare internamente l’invecchiamento cutaneo e le rughe.Il collagene può essere assunto per via orale e, in questo caso, la conformazione e la classe di appartenenza iniziali sono irrilevanti. Per la via topica, che sfrutta anche l’azione protettiva iniziale del collagene, è invece preferibile quello di pesce, detto marino (Silvestrini e Bonanomi, 2014).Gli studi sul collagene sono stati particolarmente approfonditi nella seconda metà del secolo scorso, quando si è diffuso il suo impiego contro la fragilità delle unghie.

Venne poi scoperto il suo effetto benefico per i capelli e l’apparato osteoarticolare (Benito Ruitz et al., 2009, Rennie, 1999; Silvestrini e Kirshner, 1998, ecc.). Infine si passò alla cute (Sumida, 2004; Proksch et al., 2014), il manto che riveste il nostro organismo, che il collagene protegge e nutre. Il collagene lo nutre perfino attraverso la fotosintesi della vitamina D, un processo che ingenuamente si riteneva confinato ai primordi vegetariani della vita (Cianferotti e Marcocci, 2010).

QUALE TIPO DI APPROCCIO SCEGLIERE

Per tornare all’inizio del nostro articolo, potremmo dire che bloccare le rughe è “naturalmente” impossibile, poiché si tratta di tentare di contrastare un processo naturale.
L’approccio sicuramente più lungimirante è quello che “comprende”, ovvero che considera il nostro organismo come un meccanismo in continuo cambiamento, con processi che naturalmente si sviluppano.

Si tratta quindi di curarlo giorno per giorno, secondo quelle che sono le linee guida della “Medicina della salute”, la quale a sua volta s’ispira a un principio filosofico, prima che medico: “Il male si combatte col bene”.

Anche la cura della pelle si inserisce in questo approccio: “nutrirla” adeguatamente tramite l’alimentazione e il ripristino dei suoi elementi base, la renderà in grado di affrontare efficacemente il naturale invecchiamento, rallentandolo e aumentando il processo di rinnovamento cellulare.
Un nuovo modo di affrontare le rughe, ma in fondo un modo sano e alleato della salute… e della vita.

La percezione degli italiani per quanto riguarda la sicurezza delle loro salute si è drasticamente abbassata negli ultimi anni.

Dall’inzio degli anni 60, fino all’alba dei 2.000 l’istituzione di un servizio sanitario nazionale, essendo una svolta storica e democratica, ha portato entusiasmo ed una sensazione di sicurezza che è andata incrementandosi di anno in anno, fino a far sentire davvero sicuri cittadini italiani per un trentennio.

Negli ultimi anni però questo dato è drasticamente calato. Gli italiani hanno la sensazione che la propria salute non sia al sicuro, anzi chiedono allo Stato di intervenire di più in questo ambito. Ben 8 persone su 10 guardano al futuro con preoccupazione, in particolare relativamente all’assistenza per gli anziani e a malattie future. Questo è quanto emerge dall’indagine Ipsos commissionata da Unipol e presentata durante il Welfare Italian Forum 2018 a Roma, lo scorso 11 dicembre. Vediamo, dunque, qual è la percezione che gli italiani hanno del welfare in Italia, non soltanto in relazione alla salute, e cosa si aspettano dallo Stato e dalle aziende.

UN PICCOLO CENNO STORICO

La legge 13 marzo 1958, n. 296 – emanata durante il Governo Zoli – istituì per la prima volta in Italia il Ministero della sanità, scorporando l’ACIS (Alto Commissariato per Igiene e la Salute pubblica) dal Ministero dell’interno. Il primo titolare del dicastero fu il medico tisiologo professor Vincenzo Monaldi. Con la legge 12 febbraio 1968, n. 132 (cosiddetta “legge Mariotti”, dal nome del ministro Luigi Mariotti, esponente del Partito Socialista Italiano), fu riformato il sistema degli ospedali, fino ad allora per lo più gestiti da enti di assistenza e beneficenza, trasformandoli in enti pubblici (“enti ospedalieri”) e disciplinandone l’organizzazione, la classificazione in categorie, le funzioni nell’ambito della programmazione nazionale e regionale ed il finanziamento.

La legge 17 agosto 1974, n. 386 estinse i debiti accumulati dagli enti mutualistici nei confronti degli enti ospedalieri, sciolse i consigli di amministrazione dei primi e ne dispose il commissariamento, trasferendo i compiti in materia di assistenza ospedaliera alle regioni.

WELFARE IN ITALIA: L’INSODDISFAZIONE TOCCA PICCHI DEL 75%

La ricerca svolta da Ispos ha coinvolto un campione di 1.000 con un’età compresa tra i 18 ed i 65 anni. Il risultato che ne consegue è un quadro molto pessimistico riguardo il sistema di welfare italiano. Il 61% degli intervistati valuta come “pessimo” o “scarso” il complesso di servizi alla persona italiano. Queste statistiche precipitano ancor di più andando a sud dello stivale. Se per il Nord Ovest abbiamo un picco “positivo” del 39% di insoddisfazione, nel Centro Italia abbiamo invece un’insoddisfazione pari al 75%, addirittura 3 persone su 4 si dicono quindi mal tutelate.

Seppure spesso la sensazione non combaci necessariamente con l’effettivo disvalore, è pur vero che dati così tragici devono necessariamente far riflettere. Per il 48% degli italiani i servizi devono essere garantiti a tutte le fasce di reddito e sarebbero disposti ad accettare un aumento delle tasse per finanziarie il welfare (lo sarebbero davvero?!). Il 32% invece si dice disposto a pagare per un eventuale servizio più efficiente, ma ritiene corretto negare l’accessibilità ad una parte di popolazione per poterne garantire la qualità.

GLI ITALIANI HANNO UN PIANO DI RISERVA?

Gli italiani pur definendosi fortemente preoccupati per la situazione del welfare in Italia, non sembra che ad oggi abbiano fatto granchè per procurarsi un ombrello in vista della pioggia.

Alquanto allarmante, che su tutto il nucleo intervistato, ben l’86% delle persone, non si è posta il problema di come sostenere un’eventuale disabilità in vecchiaia. Il 54% di loro sostiene bensì che tutti i servizi debbano essere gratuiti oppure low cost solamente per chi supera una determinata soglia di povertà, mentre il resto dei cittadini dovrebbe pagarli. Per il 15% degli intervistati dovrebbe essere necessario un aumento delle risorse destinate al welfare attraverso un aumento delle tasse, mentre il 6% suggerisce un taglio dei servizi e, di conseguenza, anche dei costi.

Insomme le proposte per migliorare la situazione sono molte, ma quando c’è da fare qualcosa di attivo, beh i dati descrivono meglio la situazione di qualsiasi considerazione.

COME POSSO METTERMI AL SICURO?

Un altro dato che emerge dall’indagine presentata al Welfare Italian Forum 2018 è la diffusione ancora limitata nel paese di soluzioni alternative alla sanità pubblica per la tutela della salute. Solo il 22% della popolazione, infatti, ha stipulato una polizza assicurativa sanitaria, ma soprattutto il 61% dichiara di non essere nemmeno interessato a valutarne una. Poco diffusi anche i piani di sanità integrativa, scelti ancora da meno di un italiano su tre (anche se il dato è in netta crescita negli ultimi anni).

Numeri che confermano l’impressione, confermata anche da Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, che ad una profonda preoccupazione per il futuro e ad un giudizio complessivamente negativo sul welfare, non corrisponda nessuna azione correttiva da parte dei cittadini. Commentando il rapporto, Pagnoncelli evidenzia una sostanziale inerzia degli italiani che non sembrano pronti ad essere attori attivi del proprio futuro e della salute.

Alcune alternative a sostegno del welfare, infatti, già esistono e sono a disposizione dei cittadini. La sanità privata ha sicuramente dei costi elevati e non alla portata di tutti, ma esistono soluzioni di sanità integrativache garantiscono servizi di qualità ad un costo contenuto. Inoltre, come evidenziato anche in occasione della presentazione della ricerca Ipsos, anche il welfare aziendale può contribuire a garantire a integrare l’offerta di servizi per i cittadini.

Avevate mai valutato un’opzione del genere pensando al vostro presente e futuro?

In questi giorni al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, noto come MIUR, sono stati siglati dei protocolli per promuovere la diffusione del benessere e dei corretti stili di vita tra gli studenti di qualsiasi età.

Gli obiettivi previsti nei protocolli sono molteplici, scopriamoli:

  • Promuovere la cultura della salute e del benessere nell’ambiente scolastico.
  • Prevenire forme di disagio e di malessere psico-fisico.
  • Avviare azioni di formazione di docenti, genitori e studenti per affrontare in maniera adeguata temi come i corretti stili di vita e la prevenzione di comportamenti a rischio per la salute.
  • Preparare gli insegnanti alla somministrazione di farmaci agli alunni con patologie specifiche.

Il documento è stato firmato, tra gli altri, dal ministro Marco Bussetti che ha dichiarato:

“Abbiamo siglato due importanti collaborazioni per l’educazione e la crescita sana dei ragazzi che vedono coinvolti istituti scolastici, famiglie, territori, esperti. Stiamo costruendo una vera e propria rete di sostegno. Dobbiamo essere soddisfatti: la scuola non è solo il luogo in cui si apprendono conoscenze e si sviluppano competenze. È anche spazio di cittadinanza attiva. In cui si formano giovani consapevoli. I corretti stili di vita, la prevenzione dei rischi e di forme di malessere sono aspetti da curare tanto quanto lo studio dell’Italiano, della Storia e della Matematica. Grazie a chi mette la propria professionalità a servizio dei nostri bambini e ragazzi”.

È stato inoltre presentato un progetto pilota intitolato “Benessere a scuola”. Sarà realizzato in attuazione dei due Protocolli e riguarderà in una prima fase tre Regioni: Liguria, Abruzzo, Calabria. Coinvolgerà 60 scuole (20 per ciascuna delle tre Regioni) primarie e secondarie di I e II grado, circa 31.000 studenti e 3.900 docenti.

Sarà rivolto a studenti, docenti e famigliari e avrà tra gli obiettivi quelli di incrementare l’attenzione dei ragazzi alla cura del proprio corpo, delle proprie abitudini di vita e della propria affettività, migliorare la vivibilità e il clima sociale all’interno delle scuole, costruire collaborazioni costanti e durature con le famiglie, prevenire casi di disagio e di abbandono scolastico, fornire indicazioni socio-sanitarie ai docenti e formarli sulla somministrazione di alcuni farmaci che i giovani potrebbero dover assumere in caso di patologie specifiche (parliamo solamente di medicinali utili per emergenze da allergia, epilessia, asma ecc), dare assistenza medica e primo soccorso per migliorare la sicurezza a scuola.

Winter is coming…lo sappiamo bene, ed i primi ad accorgersene sono stati i nostri piedi. Oramai abbiamo imparato bene a coprirci, le nostre case sono sempre ben riscaldate, abbiamo coperte, copertine plaid, tisane bollenti, pantofolone e cuscini riscaldati. Ma se c’è una regola scritta, è che appena ci mettiamo nel letto, i nostri piedi si congelano, non per tutti, ma sicuramente per molti di noi. E quando i nostri piedi riescono ad avere una temperatura quantomeno accettabile, ci pensa il partner a darci dei brividi di freddo sfiorandoci nel letto con i piedi con temperature simili agli 0 gradi.

Avvertire freddo alle mani e ai piedi è una sensazione molto diffusa, soprattutto per il sesso femminile. Le mani e i piedi freddi possono essere un disagio legato alla maggiore sensibilità verso il freddo ambientale. In altri casi meno frequenti rappresentano dei sintomi patologici ben precisi.
Dal punto di vista fisiologico, le mani e i piedi freddi sono il risultato da un fenomeno chiamato vasocostrizione o vasospasmo. In parole povere, l’organismo contrasta il freddo atmosferico riducendo l’afflusso di sangue alle periferie, in modo da ridurre la perdita di calore corporeo.

Ecco, noi di ScegliereSalute, ci teniamo che i vostri piedi siano sempre belli al calduccio e quindi abbiamo stilato questa lista di 10 semplici consigli, per riscadare al meglio le vostre “estremità”:

  1. Smettere di fumare – oltre a far sicuramente bene per la salute in generale, nello specifico la nicotina ha un effetto di vasocostrizione nel nostro sangue, che compromette la normale circolazione sanguigna. Lasciare le sigarette, vuol dire lasciar lavorare meglio i nostri vasi sanguigni, con un bel vantaggio per la nostra omogenea temperatura corporea.
  2. Bere alcool – ebbene si, in Russia ne sanno qualcosa, non a caso la vodka è la bevanda più venduta nel nord Europa per distacco ma….attenzione: il troppo storpia. Infatti è sufficiente un mezzo bicchiere di vino (sempre a patto che non faccia troppo freddo e che lo si faccia a stomaco non vuoto), per avere dei benefici nella circolazione sanguigna e della temperatura corporea.
  3. Sgranchirsi – Non è un caso che il freddo arrivi quando stiamo fermi, il non movimento fa andare il nostro corpo in stato di risparmio energetico, rallentando anche la circolazione. Sgranchire piedi e mani ogni tanto può ricordare al corpo che “ehi siamo vivi, vedi di darci un pò di sangue caldo!”
  4. Evitare alcuni sport – pensavate che fare dello sport fosse la panacea di tutti i mali? Quasi sempre, ma in questo caso no. Ci sono determinati sport come immersioni subacquee e ciclismo che possono essere dannosi nei mesi invernali. Nel ciclismo ad esempio durante la pedalata, il sangue defluisce per la maggior parte in cosce e glutei, lasciando le estremità con meno afflusso e quindi a rischio raffreddamento.
  5. Dieta – sappiamo che questa parola è un vero e proprio spauracchio per molti, ma una dieta corretta fa sempre bene, in Estate come in Inverno. Con alimenti che ci aiutano a gestire pressione bassa, anemia e disidratazione, il corpo ne gioverà in tutto il suo metabolismo, e quindi anche nella circolazione.
  6. Check up medico – spesso la problematica dei piedi freddi può dipendere anche da patologie di cui non siamo a conoscenza di soffrire. Per questo è importante fare sempre una visita di controllo per scongiurare qualsiasi problema. Possono causare tali problemi malattie come: ipotiroidismo, ateropatia periferica e sindrome di Rynaud.
  7. Non coprirsi troppo – strano vero? Ma coprirsi con 200 strati non da nessuna certezza di essere più caldi. Mettere troppi calzini ad esempio può creare una pressione troppo forte sul piede, tanto da provocare un rallentamento del flusso sanguigno e quindi sensazione di freddo. Insomma una giusta copertura può bastare. Diventare omini Michelin non migliorerà la situazione.
  8. Evitare il caffè – se siete degli amanti del caffè e ne bevete più di 3 al giorno, beh…non lamentatevi se avrete dei piedi freddi. Il caffè infatti, pur essendo eccitante è anche un potente vasocostrittore e rischia di lasciarvi senza il corretto afflusso di sangue nel corpo se ne abusate.

Insomma, piccole abitudini quotidiane che possono salvare i vostri piedi e spesso la vita dei vostri partner. D’ora in poi non lamentatevi se avrete i piedi freddo dopo questa guida. Del resto winter is coming, ma lo si può combattere!

Oggi, 14 Novembre, si celebra la giornata mondiale del diabete. Una patologia molto comune, che se viene sottovalutata, può portare a risvolti davvero gravi. Le statistiche ci dicono che una persona su 11 nel mondo è affetta da diabete. Più di 400 milioni di persone ne soffrono e le previsioni ne ipotizzano più di 500 milioni nel 2030. Questo perchè appunto, gli stili di vita sempre più frenetici ed alimentazioni poco genuine, portano ad essere molto più predisposti. Nonostante la larga diffusione però, il diabete è poco conosciuto, tanto che ogni giorno girano fake news, con false notizie e metodologie di guarigione alquanto strambe (“per sconfiggere il diabete basta mangiare meno”). Per questo  motivo sin nel 1991 è stata istituita dall’International Diabetes Federation e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, una Giornata Mondiale del diabete che si celebra ogni anno il 14 Novembre. Per la Giornata 2018 dal 5 al 18 novembre saranno è previsto, in tutta Italia, un migliaio di iniziative legate alla conoscenza e alla prevenzione della patologia.

Un problema “di famiglia”

Nel 2017 questa malattia conta quattro milioni di morti in tutto il mondo. In Italia ci sono 3,7 milioni di persone con diabete e una su tre non sa di averlo. «Nel 2018 — dice Concetta Suraci, Presidente di Diabete Italia — il tema è la famiglia: il diabete è una malattia che può essere anche molto invalidante e tutti i familiari devono essere coinvolti nella prevenzione e nella gestione del diabete. L’80% del diabete di tipo 2, una patologia cronica che colpisce indipendentemente dal sesso e la cui incidenza aumenta con l’età, è prevenibile, a differenza del tipo 1, con l’adozione di uno stile di vita sano: buone abitudini alimentari e un’attività fisica adeguata. E il ruolo della famiglia è fondamentale per metterle in atto».

La gestione dei bambini e degli anziani

La gestione della malattia non è affatto semplice. Necessità una serie di controlli, che per bambini ed anziani devono essere necessariamente più frequenti.«Pensiamo ai bambini con diabete — continua Suraci — ma anche agli anziani da portare a visite ed esami. Si stima che 20 miliardi siano i costi diretti e indiretti della malattia: la voce più alta è quella dell’ospedalizzazione (circa 7 miliardi) ma pesano anche le assenze dal lavoro (5 miliardi) e i prepensionamenti (7 miliardi)». «I bambini con diabete – aggiunge Ivana Rabbone, vice presidente Siedp Società italiana endocrinologia e diabetologia pediatrica – soffrono quasi tutti, il 93%, del tipo 1, ovvero quello autoimmune, non prevenibile e curabile con l’insulina. La diagnosi precoce è fondamentale e i genitori devono stare attenti a sintomi ben precisi: se un bambino beve molto, va spesso a urinare e dimagrisce bisogna consultare subito il pediatra, che con una piccola goccia di sangue prelevato dal dito può fare la diagnosi. Il diabete è una patologia che coinvolge tutta la famiglia: è comune fra i genitori dei piccoli pazienti parlare di “diabete di tipo 3”, ovvero quello dei familiari di un bambino affetto da diabete, che vivono la gestione della malattia come fosse la loro».

Le complicanze a livello sessuale

Innumerevoli gli effetti e le malattie correlate al diabete, anche quelle legate alla sfera sessuale. «Il diabete — spiega Nicola Mondaini, Consigliere nazionale della Sia, Società italiana andrologia – ha effetti importantissimi nella disfunzione erettile che anzi nella grande maggioranza casi nelle persone più giovani è proprio un sintomo tipico del diabete. Altri sintomi che potrebbero far pensare al diabete sono l’eiaculazione retrograda e la fimosi del pene. Purtroppo gli uomini sono molto restii a rivolgersi all’andrologo e quindi è anche più tardiva la scoperta della malattia. Pochissimi co fanno una visita in assenza di sintomi e chi ha qualche disturbo aspetta anche fino a tre anni per prenotare una visita specialistica. Quello tra uomo e andrologo è un rapporto che va assolutamente valorizzato e promosso».

Prevenzione

E’ fondamentale eseguire il test per la misurazione dell’emoglobina glicata (HbA1c). Si tratta di un nuovo test che alcuni diabetologi utilizzano per diagnosticare e controllare la patologia. In pratica si considera l’emoglobina presente nei globuli rossi e la quantità di zucchero ad essa collegata. Maggiore è il valore e maggiore è la quantità di zucchero, il che incide sul rischio di soffrire di questa patologia (dopotutto il diabete è un aumento della concentrazione di zuccheri nel sangue). Cercare di prevenire la malattia è l’unica via per scongiurarla, ma per essere tranquilli, è sempre meglio fare un controllo specifico. Un ruolo fondamentale lo svolgono le farmacie: «Le farmacie operano sul territorio — ricorda Venanzio Gizzi, presidente di Assofarm — ed è loro compito anche procedere ad azioni di prevenzione e assistenza alla popolazione, al fine di garantire l’effettiva presa in carico dei cittadini-pazienti, in stretta collaborazione con i medici di base e gli specialisti con un lavoro di rete organizzata. La Giornata mondiale del diabete è una ulteriore occasione per operare in tal senso e per dimostrare, ancora una volta, che il prezioso ruolo del farmacista è indispensabile per garantire i migliori processi di cura ai bisognosi».

I dati ufficiali parlano di più di 3 milioni di italiani affetti da problemi di asma. Questa tipologia di malattia è caratterizzata dall’infiammazione cronica dei bronchi dalla quale, una guarigione definitiva non è ad oggi possibile, ma grazie ad una terapia corretta e abitudini di vita adeguate se ne possono controllare i sintomi. Meno del 30% dei pazienti però, segue la terapia farmacologica, mentre il 56% usa i farmaci solo quando ha un attacco acuto. Il 12% non segue nessuna terapia specifica. Da diverse ricerche si è evinto che un quarto dei pazienti con asma  sottostima la reale gravità del problema che spesso porta ad un aggravamento della condizione, per negligenza o scarsa conoscenza. Spiega Giorgio Walter Canonica, responsabile del Centro di Medicina Personalizzata Asma e Allergie di Humanitas (Milano) e docente di Humanitas University. «In alcuni casi la non aderenza alla terapia è intenzionale, in altri è legata a inconsapevolezza: alcuni pazienti non conoscono la malattia e non sanno cosa rischiano se non si curano, l’educazione del paziente è molto importante, così come insegnare il corretto utilizzo degli inalatori bronchiali. Molti malati sono convinti di seguire la procedura corretta, ma non è così».

Come capire se ho l’asma?

Per diagnosticare l’asma vengono effettuati alcuni esami del respiro, che permettono allo specialista di capire il grado di infiammazione dei polmoni. Si tratta di esami non invasivi e non dolorosi: la spirometria (calcola la quantità di aria che entra e esce), la reattività bronchiale e l’ossido nitrico nell’espirato. Vengono poi fatti alcuni test per eventuali allergie: i prick test (ponendo gocce di allergeni sulle braccia); le Ige totali e specifiche per i singoli allergeni; l’allergologia molecolare (indagine su 300 proteine che danno allergia), alla ricerca delle cellule responsabili dell’infiammazione nei vari organi dell’apparato respiratorio e nel sangue. Nei bambini i segnali da osservare per un possibile esordio precoce dell’asma sono: la dermatite atopica in età perineonatale, eventuali allergie alimentari, rinite e successiva asma (che può comparire a qualunque età), ma anche il naso chiuso per tutto l’inverno o la rinite che si presenta in modo ripetitivo (nello stesso periodo dell’anno o nelle stesse situazioni, per esempio una stanza polverosa). Inoltre se un bambino ha uno o entrambi i genitori allergici ha una predisposizione genetica: in presenza di sintomi (tosse persistente, naso che cola, frequenti bronchiti, occhi che bruciano) è necessaria una visita specialistica.

Come posso avere maggiori informazioni?

Nel riconoscere il fondamentale ruolo nel web dell’informazione sanitaria in un’ottica di prevenzione dei fattori di rischio per la salute, la Campagna Medico Educazionale Nazionale ASTHMA TRAINING & TEENS lancia un nuovo portale per ampliare nella rete la conoscenza dell’asma, come riconoscerla ed affrontarla. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità 150 milioni di persone ne soffrono e le morti associate a questa malattia sono circa 180 mila ogni anno incidendo più dell’HIV abbinata alla TBC. Grazie al portale chiunque (giovani, genitori, insegnanti, sportivi, ecc) potrà approfondire questa patologia, ricercare i centri ospedalieri pubblici specializzati nella propria regione oppure contattare un medico docente volontario impegnato nell’iniziativa. Il progetto medico giunto alla II° edizione è motivato dalla crescita delle premature scomparse di giovani asmatici in molte regioni italiane.  Il Team di medici specialisti aderenti cresce ogni anno interagendo con i dirigenti scolastici ed assieme organizzano lezioni sull’asma bronchiale animando il portale web AT&T dove sono pubblicati nella prima pagina tutti i commenti dei dirigenti scolastici, degli insegnanti e medici che hanno sperimentato questa campagna. L’iniziativa senza scopo di lucro premia anche le Scuole italiane che si sono distinte per l’alto numero di studenti partecipanti allo screening medico al termine di ogni lezione. ASTHMA TRAINING & TEENS è patrocinata da SIAAIC, FEDERASMA e sostenuta oggi da Menarini Industrie Farmaceutiche Riunite, Novartis Farma, GSK GlaxoSmithKline Industrie Farmaceutiche, Alk-Abellò S.p.A., Thermo Fisher Scientific, AstraZeneca, Stallergenes Italia, Teva Pharmaceuticals Industries Ltd Italia, Lofarma. In poco tempo l’iniziativa ha conquistato l’attenzione di tantissime scuole divenendo uno strumento di utilità sanitaria pubblica fondamentale per divulgare le terapie avanzate. Questo progetto ha evidenziato fin da subito che in Italia questo problema è sottostimato ed il numero reale di giovanissimi inconsapevoli di essere asmatici potrebbe essere il doppio rispetto a quello indicato dalle stime attuali.

 

Per consultare il portale https://campagnasanitaria.wixsite.com/asthmatrainingteens

 

Fonti: Corriere Salute

Sesso, droga, rock n roll e..?

Sesso, droga e rock n roll. L’adagio più famoso accostato al mondo della musica trasgressiva, ha sempre funzionato, anche perchè spesso suffragato da fatti reali che ne provano l’effettività. Queste tre semplici parole vennero usate per la prima volta insieme negli ultimi anni 60, ma fu nel 77 che ebbero un incredibile consacrazione, quando il musicista britannico Ian Dury pubblicò il brano dall’omonimo titolo, ad oggi il suo singolo più famoso. Qualche anno dopo però nell’immaginario di alcuni se ne aggiunse una quarta, molto meno divertente, l’HIV. Era la fine degli anni 80 e quando un emaciato e magrissimo Rock Hudson apparve alla televisione annunciando di aver preso la malattia, l’ex idolo delle donne ai tempi del cinema anni 50 e 60, un “vero macho” come si era proposto per decenni, ammise anche di essere omosessuale. Cominciò così a venire a galla “la peste” del XX secolo che in poco tempo avrebbe mietuto migliaia di vite. Più che la malattia dei gay come in un primo tempo si era additato, era la malattia del sesso libero, perché avrebbe colpito anche gli etero, tutti coloro che avevano rapporti con molteplici persone diverse. Era l’eredità della liberazione sessuale predicata e applicata dagli anni 70.

A lungo Mercury aveva tenuto nascosta la sua omosessualità, era stato anche sposato con una donna, Mary Austin, che gli rimase accanto anche quando frequentava altri uomini: «Nonostante la sua omosessualità, Freddie la definiva l’amore della sua vita, erano molto in sintonia». A lei lasciò in eredità la sua villa di Londra e molti dei suoi soldi. «Era un uomo pieno di contraddizioni, estroverso e timido, travolgente e sensibile. Prima ancora di cominciare si era costruito un’immagine piena di colori e sicurezza. Era già una rockstar prima ancora di incidere un disco. Era come un pavone: riusciva a tradurre in realtà la sua fantasia» racconta ancora May. Chi era davvero Freddie Mercury, oltre a essere stato uno dei più dotati cantanti della storia del rock? Per May «Forse tutti noi musicisti dentro siamo fragili. Giriamo il mondo con la chitarra per compensare». Gli rimane un unico rimpianto: se fosse sopravvissuto ancora un pò, dice, forse si sarebbe salvato per via delle nuove cure.

Ma oggi l’HIV può dirsi davvero debellato?

Oggi in Italia sono in terapia più di 100mila pazienti con HIV. Secondo l’ultimo bollettino del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità i cui dati si riferiscono al 2016, poco meno di 4000 sono le nuove diagnosi di infezione che vengono fatte ogni anno, con una incidenza di circa 5,7 su 100mila abitanti“Un elemento, quest’ultimo, da non sottovalutare – spiega il Prof. Massimo Andreoni – perché equivale a un grosso fallimento: non siamo stati in grado di interrompere la trasmissione di questa malattia”Le fasce d’età più a rischio sono quelle più giovani, tra i 25 e i 29 anniNel 50% dei casi si tratta di maschi che fanno sesso con maschi; rimane costante, invece, il numero di donne con nuova diagnosi di HIV (30%). Nel 2016 sono state segnalate 796 nuove diagnosi di HIV in donne, delle quali 488 (61,3%) in donne straniere e 297 (38,7%) in donne italiane.

La modalità di contagio prevalente è quella sessuale, mentre la trasmissione tramite tossicodipendenza riguarda una quota minimale, pari a pochi punti percentuali. Si osserva, anche, un rilevante numero di stranieri con una nuova diagnosi di HIV. E’ stato stimato, inoltre, che il 40% delle persone alla prima diagnosi risulta essere inconsapevole di essersi esposta all’HIV. La trasmissione per uso iniettivo di sostanze, la trasmissione eterosessuale, l’essere residenti nel Nord Italia, il genere femminile, nonché l’età più avanzata sono risultati fattori di rischio associati alla inconsapevolezza del rischio di HIV.

Il primo passo per debellare la malattia, è come sempre, fare sesso protetto, check up regolari ed informarsi. Oggi salvarsi si può, ma la malattia deve essere scoperta in tempo utile. Chissà se Freddie Mercury fosse nato 10 anni più tardi, se oggi sarebbe ancora vivo e quanta meravigliosa musica ci avrebbe donato. Una cosa è certa, “Freddie” non si è mai vergognato di se stesso: nella vita privata era come quando era sul palco: l’icona di chi vuole godere fino in fondo della vita, anche fino alla morte.

Quanto posso bere al giorno senza nuocere alla mia salute?

Per rispondere a questa domanda prima di tutto bisogna fornire un accenno chimico della composizione degli alcolici che abitualmente ingeriamo. Le bevande alcoliche sono generalmente costituite per la maggior parte da acqua, e per la restante parte da alcol etilico (altresì detto etanolo), la restante minima parte è rappresentata da altre sostanze come composti aromatici, coloranti, vitamine ecc.

L’etanolo, che si trova in parte consistente negli alcolici, è una sostanza estranea al nostro organismo, ed in grosse quantità tossica. Il corpo umano è in grado di sopportare l’etanolo in piccole dosi, ma se queste crescono eccessivamente, non è più in grado di smaltirlo efficacemente.

Generalmente per misurare gli alcolici si usa l’unità di misura “UA” (Unità alcolica appunto). Il limite è dato da massimo 2/3 Unità per un uomo adulto, 1/2 per una donna e non più di 1 per una persona anziana.

A quanto corrispondono queste unità alcoliche?

Una Unità Alcolica (U.A.) corrisponde a circa 12 grammi di etanolo; una tale quantità è contenuta in un bicchiere piccolo (125 ml) di vino di media gradazione, o in una lattina di birra (330 ml) di media gradazione o in una dose da bar (40 ml) di superalcolico. L’equivalente calorico di un grammo di alcol è pari a 7 kcal.

Unità alcoliche per bevanda:

Vino da pasto (11 gradi, un bicchiere da 125ml): 1 U.A

Vino da pasto (13,5 gradi, un bicchiere da 125ml): 1,1 U.A

Birra (4,5 gradi, una lattina da 330ml): 1 U.A

Birra doppio malto (8 gradi, un boccale da 200ml): 1 U.A

Aperitivi alcolici (20 gradi, un bicchierino da 75ml): 1 U.A

Cognac, Grappa, Vodka (40 gradi, un bicchierinoda 40ml): 1,1 U.A

 

Fonte dati: www.fondazioneveronesi.it

Le caratteristiche organolettiche di un olio sono importanti tanto quanto quelle chimiche per definire un olio extravergine e, tra questi, riconoscere quelli di qualità superiore. Per poter classificare un olio da un punto di vista merceologico, infatti, è obbligatorio far effettuare l’analisi sensoriale da parte di un gruppo di esperti certificato a livello ministeriale.

Amaro, piccante e fruttato sono i tre attributi positivi che possiamo riscontrare negli oli extravergini.

A seconda del punteggio, espresso in decimi, ottenuto nell’analisi sensoriale, ciascuno dei tre attributi può essere definito Intenso (maggiore di 6) Medio (tra 3 – 6) o leggero (<3).

Controllare l’etichetta dei prodotti può dunque aiutarci a capire per lo meno quale tipo di olio abbiamo di fronte e scegliere un prodotto di qualità. In particolare, i valori di fruttato devono essere obbligatoriamente maggiori di 0, pena il declassamento a olio lampante e, dunque, non adatto al consumo umano.

Amaro

Il sapore amaro è caratteristico dell’olio ottenuto da olive a diversi gradi di maturazione (sia verdi che viola-nere) correlata a particolari composti chimici appartenente alla classe dei polifenoli. Viene percepito soprattutto https://compreantibioticos.com/ nella zona centrale della lingua.

Piccante

Il piccante è una sensazione tattile di pizzicore, tipica di un olio ottenuto da olive verdi, percepita soprattutto nella gola. Anche il piccante è dovuto alla presenza di particolari polifenoli, presenti soprattutto nelle olive non del tutto mature.

Fruttato

Il fruttato deve essere riconoscibile sia all’olfatto che al gusto e racchiude tutte quelle sensazioni derivanti da olive sane e fresche, lavorate in tempi brevi per evitare che esse subiscano indesiderati fenomeni di fermentazione. Il fruttato può essere:

  • Verde: richiama frutti non del tutto maturi, ancora verdi per l’appunto e/o erba appena tagliata
  • Maturo: richiama frutti maturi, ormai passati dal colore verde al viola-nero intenso

Perché un olio amaro, piccante e fruttato è più salutare?

Un olio di qualità dovrebbe possedere tutti questi attributi positivi, perché sono indice di un prodotto ottenuto da frutti sani, con un processo produttivo in grado di preservare la vitamina E e i polifenoli presenti nelle olive, questi ultimi responsabili dei sapori amaro e piccante. Questi ultimi sono molto sensibili a luce e calore, pertanto è necessario adottare opportuni accorgimenti per preservarli al meglio durante la lavorazione e la conservazione dell’olio.

Vitamina E e polifenoli sono composti benefici per la salute in quanto potenti antiossidanti. Non solo sono in grado di prolungare la vita dell’olio, ma anche di proteggere il nostro organismo nei confronti dei danni ossidativi.