Oggi, 14 Novembre, si celebra la giornata mondiale del diabete. Una patologia molto comune, che se viene sottovalutata, può portare a risvolti davvero gravi. Le statistiche ci dicono che una persona su 11 nel mondo è affetta da diabete. Più di 400 milioni di persone ne soffrono e le previsioni ne ipotizzano più di 500 milioni nel 2030. Questo perchè appunto, gli stili di vita sempre più frenetici ed alimentazioni poco genuine, portano ad essere molto più predisposti. Nonostante la larga diffusione però, il diabete è poco conosciuto, tanto che ogni giorno girano fake news, con false notizie e metodologie di guarigione alquanto strambe (“per sconfiggere il diabete basta mangiare meno”). Per questo  motivo sin nel 1991 è stata istituita dall’International Diabetes Federation e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, una Giornata Mondiale del diabete che si celebra ogni anno il 14 Novembre. Per la Giornata 2018 dal 5 al 18 novembre saranno è previsto, in tutta Italia, un migliaio di iniziative legate alla conoscenza e alla prevenzione della patologia.

Un problema “di famiglia”

Nel 2017 questa malattia conta quattro milioni di morti in tutto il mondo. In Italia ci sono 3,7 milioni di persone con diabete e una su tre non sa di averlo. «Nel 2018 — dice Concetta Suraci, Presidente di Diabete Italia — il tema è la famiglia: il diabete è una malattia che può essere anche molto invalidante e tutti i familiari devono essere coinvolti nella prevenzione e nella gestione del diabete. L’80% del diabete di tipo 2, una patologia cronica che colpisce indipendentemente dal sesso e la cui incidenza aumenta con l’età, è prevenibile, a differenza del tipo 1, con l’adozione di uno stile di vita sano: buone abitudini alimentari e un’attività fisica adeguata. E il ruolo della famiglia è fondamentale per metterle in atto».

La gestione dei bambini e degli anziani

La gestione della malattia non è affatto semplice. Necessità una serie di controlli, che per bambini ed anziani devono essere necessariamente più frequenti.«Pensiamo ai bambini con diabete — continua Suraci — ma anche agli anziani da portare a visite ed esami. Si stima che 20 miliardi siano i costi diretti e indiretti della malattia: la voce più alta è quella dell’ospedalizzazione (circa 7 miliardi) ma pesano anche le assenze dal lavoro (5 miliardi) e i prepensionamenti (7 miliardi)». «I bambini con diabete – aggiunge Ivana Rabbone, vice presidente Siedp Società italiana endocrinologia e diabetologia pediatrica – soffrono quasi tutti, il 93%, del tipo 1, ovvero quello autoimmune, non prevenibile e curabile con l’insulina. La diagnosi precoce è fondamentale e i genitori devono stare attenti a sintomi ben precisi: se un bambino beve molto, va spesso a urinare e dimagrisce bisogna consultare subito il pediatra, che con una piccola goccia di sangue prelevato dal dito può fare la diagnosi. Il diabete è una patologia che coinvolge tutta la famiglia: è comune fra i genitori dei piccoli pazienti parlare di “diabete di tipo 3”, ovvero quello dei familiari di un bambino affetto da diabete, che vivono la gestione della malattia come fosse la loro».

Le complicanze a livello sessuale

Innumerevoli gli effetti e le malattie correlate al diabete, anche quelle legate alla sfera sessuale. «Il diabete — spiega Nicola Mondaini, Consigliere nazionale della Sia, Società italiana andrologia – ha effetti importantissimi nella disfunzione erettile che anzi nella grande maggioranza casi nelle persone più giovani è proprio un sintomo tipico del diabete. Altri sintomi che potrebbero far pensare al diabete sono l’eiaculazione retrograda e la fimosi del pene. Purtroppo gli uomini sono molto restii a rivolgersi all’andrologo e quindi è anche più tardiva la scoperta della malattia. Pochissimi co fanno una visita in assenza di sintomi e chi ha qualche disturbo aspetta anche fino a tre anni per prenotare una visita specialistica. Quello tra uomo e andrologo è un rapporto che va assolutamente valorizzato e promosso».

Prevenzione

E’ fondamentale eseguire il test per la misurazione dell’emoglobina glicata (HbA1c). Si tratta di un nuovo test che alcuni diabetologi utilizzano per diagnosticare e controllare la patologia. In pratica si considera l’emoglobina presente nei globuli rossi e la quantità di zucchero ad essa collegata. Maggiore è il valore e maggiore è la quantità di zucchero, il che incide sul rischio di soffrire di questa patologia (dopotutto il diabete è un aumento della concentrazione di zuccheri nel sangue). Cercare di prevenire la malattia è l’unica via per scongiurarla, ma per essere tranquilli, è sempre meglio fare un controllo specifico. Un ruolo fondamentale lo svolgono le farmacie: «Le farmacie operano sul territorio — ricorda Venanzio Gizzi, presidente di Assofarm — ed è loro compito anche procedere ad azioni di prevenzione e assistenza alla popolazione, al fine di garantire l’effettiva presa in carico dei cittadini-pazienti, in stretta collaborazione con i medici di base e gli specialisti con un lavoro di rete organizzata. La Giornata mondiale del diabete è una ulteriore occasione per operare in tal senso e per dimostrare, ancora una volta, che il prezioso ruolo del farmacista è indispensabile per garantire i migliori processi di cura ai bisognosi».

I dati ufficiali parlano di più di 3 milioni di italiani affetti da problemi di asma. Questa tipologia di malattia è caratterizzata dall’infiammazione cronica dei bronchi dalla quale, una guarigione definitiva non è ad oggi possibile, ma grazie ad una terapia corretta e abitudini di vita adeguate se ne possono controllare i sintomi. Meno del 30% dei pazienti però, segue la terapia farmacologica, mentre il 56% usa i farmaci solo quando ha un attacco acuto. Il 12% non segue nessuna terapia specifica. Da diverse ricerche si è evinto che un quarto dei pazienti con asma  sottostima la reale gravità del problema che spesso porta ad un aggravamento della condizione, per negligenza o scarsa conoscenza. Spiega Giorgio Walter Canonica, responsabile del Centro di Medicina Personalizzata Asma e Allergie di Humanitas (Milano) e docente di Humanitas University. «In alcuni casi la non aderenza alla terapia è intenzionale, in altri è legata a inconsapevolezza: alcuni pazienti non conoscono la malattia e non sanno cosa rischiano se non si curano, l’educazione del paziente è molto importante, così come insegnare il corretto utilizzo degli inalatori bronchiali. Molti malati sono convinti di seguire la procedura corretta, ma non è così».

Come capire se ho l’asma?

Per diagnosticare l’asma vengono effettuati alcuni esami del respiro, che permettono allo specialista di capire il grado di infiammazione dei polmoni. Si tratta di esami non invasivi e non dolorosi: la spirometria (calcola la quantità di aria che entra e esce), la reattività bronchiale e l’ossido nitrico nell’espirato. Vengono poi fatti alcuni test per eventuali allergie: i prick test (ponendo gocce di allergeni sulle braccia); le Ige totali e specifiche per i singoli allergeni; l’allergologia molecolare (indagine su 300 proteine che danno allergia), alla ricerca delle cellule responsabili dell’infiammazione nei vari organi dell’apparato respiratorio e nel sangue. Nei bambini i segnali da osservare per un possibile esordio precoce dell’asma sono: la dermatite atopica in età perineonatale, eventuali allergie alimentari, rinite e successiva asma (che può comparire a qualunque età), ma anche il naso chiuso per tutto l’inverno o la rinite che si presenta in modo ripetitivo (nello stesso periodo dell’anno o nelle stesse situazioni, per esempio una stanza polverosa). Inoltre se un bambino ha uno o entrambi i genitori allergici ha una predisposizione genetica: in presenza di sintomi (tosse persistente, naso che cola, frequenti bronchiti, occhi che bruciano) è necessaria una visita specialistica.

Come posso avere maggiori informazioni?

Nel riconoscere il fondamentale ruolo nel web dell’informazione sanitaria in un’ottica di prevenzione dei fattori di rischio per la salute, la Campagna Medico Educazionale Nazionale ASTHMA TRAINING & TEENS lancia un nuovo portale per ampliare nella rete la conoscenza dell’asma, come riconoscerla ed affrontarla. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità 150 milioni di persone ne soffrono e le morti associate a questa malattia sono circa 180 mila ogni anno incidendo più dell’HIV abbinata alla TBC. Grazie al portale chiunque (giovani, genitori, insegnanti, sportivi, ecc) potrà approfondire questa patologia, ricercare i centri ospedalieri pubblici specializzati nella propria regione oppure contattare un medico docente volontario impegnato nell’iniziativa. Il progetto medico giunto alla II° edizione è motivato dalla crescita delle premature scomparse di giovani asmatici in molte regioni italiane.  Il Team di medici specialisti aderenti cresce ogni anno interagendo con i dirigenti scolastici ed assieme organizzano lezioni sull’asma bronchiale animando il portale web AT&T dove sono pubblicati nella prima pagina tutti i commenti dei dirigenti scolastici, degli insegnanti e medici che hanno sperimentato questa campagna. L’iniziativa senza scopo di lucro premia anche le Scuole italiane che si sono distinte per l’alto numero di studenti partecipanti allo screening medico al termine di ogni lezione. ASTHMA TRAINING & TEENS è patrocinata da SIAAIC, FEDERASMA e sostenuta oggi da Menarini Industrie Farmaceutiche Riunite, Novartis Farma, GSK GlaxoSmithKline Industrie Farmaceutiche, Alk-Abellò S.p.A., Thermo Fisher Scientific, AstraZeneca, Stallergenes Italia, Teva Pharmaceuticals Industries Ltd Italia, Lofarma. In poco tempo l’iniziativa ha conquistato l’attenzione di tantissime scuole divenendo uno strumento di utilità sanitaria pubblica fondamentale per divulgare le terapie avanzate. Questo progetto ha evidenziato fin da subito che in Italia questo problema è sottostimato ed il numero reale di giovanissimi inconsapevoli di essere asmatici potrebbe essere il doppio rispetto a quello indicato dalle stime attuali.

 

Per consultare il portale https://campagnasanitaria.wixsite.com/asthmatrainingteens

 

Fonti: Corriere Salute

Sesso, droga, rock n roll e..?

Sesso, droga e rock n roll. L’adagio più famoso accostato al mondo della musica trasgressiva, ha sempre funzionato, anche perchè spesso suffragato da fatti reali che ne provano l’effettività. Queste tre semplici parole vennero usate per la prima volta insieme negli ultimi anni 60, ma fu nel 77 che ebbero un incredibile consacrazione, quando il musicista britannico Ian Dury pubblicò il brano dall’omonimo titolo, ad oggi il suo singolo più famoso. Qualche anno dopo però nell’immaginario di alcuni se ne aggiunse una quarta, molto meno divertente, l’HIV. Era la fine degli anni 80 e quando un emaciato e magrissimo Rock Hudson apparve alla televisione annunciando di aver preso la malattia, l’ex idolo delle donne ai tempi del cinema anni 50 e 60, un “vero macho” come si era proposto per decenni, ammise anche di essere omosessuale. Cominciò così a venire a galla “la peste” del XX secolo che in poco tempo avrebbe mietuto migliaia di vite. Più che la malattia dei gay come in un primo tempo si era additato, era la malattia del sesso libero, perché avrebbe colpito anche gli etero, tutti coloro che avevano rapporti con molteplici persone diverse. Era l’eredità della liberazione sessuale predicata e applicata dagli anni 70.

A lungo Mercury aveva tenuto nascosta la sua omosessualità, era stato anche sposato con una donna, Mary Austin, che gli rimase accanto anche quando frequentava altri uomini: «Nonostante la sua omosessualità, Freddie la definiva l’amore della sua vita, erano molto in sintonia». A lei lasciò in eredità la sua villa di Londra e molti dei suoi soldi. «Era un uomo pieno di contraddizioni, estroverso e timido, travolgente e sensibile. Prima ancora di cominciare si era costruito un’immagine piena di colori e sicurezza. Era già una rockstar prima ancora di incidere un disco. Era come un pavone: riusciva a tradurre in realtà la sua fantasia» racconta ancora May. Chi era davvero Freddie Mercury, oltre a essere stato uno dei più dotati cantanti della storia del rock? Per May «Forse tutti noi musicisti dentro siamo fragili. Giriamo il mondo con la chitarra per compensare». Gli rimane un unico rimpianto: se fosse sopravvissuto ancora un pò, dice, forse si sarebbe salvato per via delle nuove cure.

Ma oggi l’HIV può dirsi davvero debellato?

Oggi in Italia sono in terapia più di 100mila pazienti con HIV. Secondo l’ultimo bollettino del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità i cui dati si riferiscono al 2016, poco meno di 4000 sono le nuove diagnosi di infezione che vengono fatte ogni anno, con una incidenza di circa 5,7 su 100mila abitanti“Un elemento, quest’ultimo, da non sottovalutare – spiega il Prof. Massimo Andreoni – perché equivale a un grosso fallimento: non siamo stati in grado di interrompere la trasmissione di questa malattia”Le fasce d’età più a rischio sono quelle più giovani, tra i 25 e i 29 anniNel 50% dei casi si tratta di maschi che fanno sesso con maschi; rimane costante, invece, il numero di donne con nuova diagnosi di HIV (30%). Nel 2016 sono state segnalate 796 nuove diagnosi di HIV in donne, delle quali 488 (61,3%) in donne straniere e 297 (38,7%) in donne italiane.

La modalità di contagio prevalente è quella sessuale, mentre la trasmissione tramite tossicodipendenza riguarda una quota minimale, pari a pochi punti percentuali. Si osserva, anche, un rilevante numero di stranieri con una nuova diagnosi di HIV. E’ stato stimato, inoltre, che il 40% delle persone alla prima diagnosi risulta essere inconsapevole di essersi esposta all’HIV. La trasmissione per uso iniettivo di sostanze, la trasmissione eterosessuale, l’essere residenti nel Nord Italia, il genere femminile, nonché l’età più avanzata sono risultati fattori di rischio associati alla inconsapevolezza del rischio di HIV.

Il primo passo per debellare la malattia, è come sempre, fare sesso protetto, check up regolari ed informarsi. Oggi salvarsi si può, ma la malattia deve essere scoperta in tempo utile. Chissà se Freddie Mercury fosse nato 10 anni più tardi, se oggi sarebbe ancora vivo e quanta meravigliosa musica ci avrebbe donato. Una cosa è certa, “Freddie” non si è mai vergognato di se stesso: nella vita privata era come quando era sul palco: l’icona di chi vuole godere fino in fondo della vita, anche fino alla morte.

Quanto posso bere al giorno senza nuocere alla mia salute?

Per rispondere a questa domanda prima di tutto bisogna fornire un accenno chimico della composizione degli alcolici che abitualmente ingeriamo. Le bevande alcoliche sono generalmente costituite per la maggior parte da acqua, e per la restante parte da alcol etilico (altresì detto etanolo), la restante minima parte è rappresentata da altre sostanze come composti aromatici, coloranti, vitamine ecc.

L’etanolo, che si trova in parte consistente negli alcolici, è una sostanza estranea al nostro organismo, ed in grosse quantità tossica. Il corpo umano è in grado di sopportare l’etanolo in piccole dosi, ma se queste crescono eccessivamente, non è più in grado di smaltirlo efficacemente.

Generalmente per misurare gli alcolici si usa l’unità di misura “UA” (Unità alcolica appunto). Il limite è dato da massimo 2/3 Unità per un uomo adulto, 1/2 per una donna e non più di 1 per una persona anziana.

A quanto corrispondono queste unità alcoliche?

Una Unità Alcolica (U.A.) corrisponde a circa 12 grammi di etanolo; una tale quantità è contenuta in un bicchiere piccolo (125 ml) di vino di media gradazione, o in una lattina di birra (330 ml) di media gradazione o in una dose da bar (40 ml) di superalcolico. L’equivalente calorico di un grammo di alcol è pari a 7 kcal.

Unità alcoliche per bevanda:

Vino da pasto (11 gradi, un bicchiere da 125ml): 1 U.A

Vino da pasto (13,5 gradi, un bicchiere da 125ml): 1,1 U.A

Birra (4,5 gradi, una lattina da 330ml): 1 U.A

Birra doppio malto (8 gradi, un boccale da 200ml): 1 U.A

Aperitivi alcolici (20 gradi, un bicchierino da 75ml): 1 U.A

Cognac, Grappa, Vodka (40 gradi, un bicchierinoda 40ml): 1,1 U.A

 

Fonte dati: www.fondazioneveronesi.it

Le caratteristiche organolettiche di un olio sono importanti tanto quanto quelle chimiche per definire un olio extravergine e, tra questi, riconoscere quelli di qualità superiore. Per poter classificare un olio da un punto di vista merceologico, infatti, è obbligatorio far effettuare l’analisi sensoriale da parte di un gruppo di esperti certificato a livello ministeriale.

Amaro, piccante e fruttato sono i tre attributi positivi che possiamo riscontrare negli oli extravergini.

A seconda del punteggio, espresso in decimi, ottenuto nell’analisi sensoriale, ciascuno dei tre attributi può essere definito Intenso (maggiore di 6) Medio (tra 3 – 6) o leggero (<3).

Controllare l’etichetta dei prodotti può dunque aiutarci a capire per lo meno quale tipo di olio abbiamo di fronte e scegliere un prodotto di qualità. In particolare, i valori di fruttato devono essere obbligatoriamente maggiori di 0, pena il declassamento a olio lampante e, dunque, non adatto al consumo umano.

Amaro

Il sapore amaro è caratteristico dell’olio ottenuto da olive a diversi gradi di maturazione (sia verdi che viola-nere) correlata a particolari composti chimici appartenente alla classe dei polifenoli. Viene percepito soprattutto https://compreantibioticos.com/ nella zona centrale della lingua.

Piccante

Il piccante è una sensazione tattile di pizzicore, tipica di un olio ottenuto da olive verdi, percepita soprattutto nella gola. Anche il piccante è dovuto alla presenza di particolari polifenoli, presenti soprattutto nelle olive non del tutto mature.

Fruttato

Il fruttato deve essere riconoscibile sia all’olfatto che al gusto e racchiude tutte quelle sensazioni derivanti da olive sane e fresche, lavorate in tempi brevi per evitare che esse subiscano indesiderati fenomeni di fermentazione. Il fruttato può essere:

  • Verde: richiama frutti non del tutto maturi, ancora verdi per l’appunto e/o erba appena tagliata
  • Maturo: richiama frutti maturi, ormai passati dal colore verde al viola-nero intenso

Perché un olio amaro, piccante e fruttato è più salutare?

Un olio di qualità dovrebbe possedere tutti questi attributi positivi, perché sono indice di un prodotto ottenuto da frutti sani, con un processo produttivo in grado di preservare la vitamina E e i polifenoli presenti nelle olive, questi ultimi responsabili dei sapori amaro e piccante. Questi ultimi sono molto sensibili a luce e calore, pertanto è necessario adottare opportuni accorgimenti per preservarli al meglio durante la lavorazione e la conservazione dell’olio.

Vitamina E e polifenoli sono composti benefici per la salute in quanto potenti antiossidanti. Non solo sono in grado di prolungare la vita dell’olio, ma anche di proteggere il nostro organismo nei confronti dei danni ossidativi.

E’ tempo di vacanze e si sprecano le raccomandazioni per affrontare serenamente i viaggi per le destinazioni turistiche in totale sicurezza. Tra le più ovvie e frequenti, c’è quella di predisporre una piccola “farmacia in viaggio”, un kit di pronto soccorso per prevenire eventuali infortuni come scottature, contusioni, dermatiti, mal di gola, mal di tesa, insonnia, mal di denti, ecc.

Ovviamente prima di partire va controllato se nella meta del nostro viaggio ci sono problemi sanitari particolari o se sono obbligatorie o consigliate vaccinazioni specifiche. Sul sito della Farnasina ‘Viaggiare Sicuri’ (www.viaggiaresicuri.mae.aci.it) si possono trovare tutte le informazioni del caso. Per le vaccinazioni ci si può recare presso il centro vaccinazioni internazionali della Asl di competenza. Rincuora invece lo studio realizzato da Anifa (Associazione nazionale dell’industria farmaceutica dell’automedicazione), secondo cui quasi tutti gli italiani, per la precisione l’80%, non parte senza avere con sé un kit di medicinali essenziali.

Non serve mettere in valigia tanti medicinali per precauzione, ma è molto meglio portarne con sé pochi, adeguati però alle proprie esigenze e al Paese di destinazione. Buona norma, spiegano i farmacisti, è mettere sempre in valigia almeno del paracetamolo, del disinfettante, dei fermenti lattici e una pomata che possa alleviare le scottature. Ma la «check list dei farmaci» va completata con medicinali ad hoc, a seconda della destinazione. Nelle zone malariche o in viaggi nella Foresta Amazzonica, per esempio, può essere vitale un repellente anti-zanzare da spruzzare anche sui vestiti, che altrove sarebbe inutile. Se ci si avventura in escursioni di diverse ore in luoghi dove non c’è acqua, meglio prevedere, per chi deve assumere farmaci continuativi, una versione oro-solubile. In generale, sempre meglio portare con sè anche un disinfettante in salviette. Tra le regole d’oro del viaggiatore, infine, c’è quella di stipulare prima di partire una polizza di assicurazione sanitaria, che può offrire una copertura in caso di emergenza sanitaria in paesi dove l’assistenza medica ha costi molto elevati o dai quali è preferibile essere velocemente trasferiti o rimpatriati con vettori speciali. Chi ama roccia, attività subacquee, rafting, può pensare anche a una polizza infortuni.

Sembra essersi affievolita la polemica intorno ai vaccini. La legge che li ha resi obbligatori per l’accesso alle scuole ha creato non poco rumore, con conseguenti polemiche e persone in piazza protestanti e rivendicando un concetto in particolare: la libertà di scegliere (se vaccinarsi o meno). E’ assolutamente legittimo pretendere di poter scegliere come e se curarsi, quello che spesso si dimentica da parte dei no vax è che la loro scelta può danneggiare il prossimo.

I dati parlano chiaro. I vaccini nel corso della storia hanno debellato ed arginato malattie terribili, ed ancor oggi non hanno smesso di avere numeri altissimi di vantaggi. Dall’inizio del millennio ad oggi, le vaccinazioni contro il morbillo hanno salvato 20,4 milioni di vite: a testimoniare, cifre alla mano, l’importanza assoluta dell’immunizzazione contro questa malattia – i cui effetti vanno ben al di là di uno sfogo cutaneo – è un’analisi dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC) americani.

Nel 2000, morivano di morbillo 550 mila persone ogni anno. Nel 2016, i decessi sono stati 90 mila: un numero ancora troppo alto, ma i progressi sono stati enormi, e dovuti a un programma di eradicazione globale supportato dall’OMS.

Per dimostrare gli effetti della vaccinazione, i CDC hanno calcolato il numero di vittime odierne dell’infezione, e di quelle che ci sarebbero state senza la massiccia campagna vaccinale messa in campo dall’OMS. Senza l’immunizzazione contro il morbillo, nel 2000 la conta annuale di morti per la malattia sarebbe stata di 1,3 milioni di persone. Nel 2016, senza il programma vaccinale, le  vittime sarebbero arrivate a oltre 1,5 milioni all’anno. In totale, secondo le stime dei ricercatori, le vite salvate sono state 20,4 milioni.

Veniamo al bel paese. Solo quest’anno si sono registrati 4.775 casi di cui 4 decessi (dati dell’Epicentro dell’Istituto superiore di sanità aggiornati al 29 ottobre 2017). L’88% dei pazienti contagiati non era vaccinato, e il 6% aveva ricevuto soltanto una dose su due del vaccino.

Ora, ad ognuno la sua libertà, ma leggere un pò di dati non farà di certo male nella “scelta finale”.

Fonte: Focus.it

Spesso da chi subisce una tragedia, nasce una forza positiva che aiuta a tornare a vivere con propositività ed aiutare il prossimo. Questo è quello che è successo a Julian Rois Cantu. Il ragazzo americano, è rimasto orfano di madre a 13 anni per un colpa di un cancro al seno diagnosticato per la seconda volta.  L’esistenza dell’adolescente cambiò radicalmente dopo il lutto e volse quasi totalmente all’approfondimento di un tumore che colpisce un numero troppo elevato di donne perché spesso la diagnosi viene fatta in ritardo.

Il reggiseno, indossato una volta a settimana anche solo per un’ora: è in grado di scansionare l’intera area di contatto sul seno grazie a più di duecento micro-sensori, misurando la temperatura specifica e l’afflusso di sangue. Tutti i dati raccolti vengono poi inviati su un app installabile sia su smartphone che su p. La donna non dovrà far altro che andare sull’app e controllare eventuali cambiamenti anomali per prendere provvedimenti.

L’idea geniale è già diventata realtà. Julian assieme ad un team di suoi coetanei ha fondato a soli 18 anni la sua azienda: Higia Technologies, sovvenzionata da diversi investitori. Il reggiseno potrà fare la differenza nella lotta al cancro al seno e salvare la vita a milioni di donne in tutto il mondo.

Da una tragedia è nato un prodigio.

Gli occhiali da sole, soprattutto quelli delle marche più alla moda, spesso raggiungono prezzi altissimi. Per questo quando troviamo un modello simile da una bancarella a poco prezzo ci diciamo: “ma si, che male può fare?” Sicuramente il portafoglio ringrazia, ma i nostri occhi?

Senza un’adeguata protezione, alla luce del sole il foro pupillare si restringe e diminuisce la quantità di radiazione luminosa (composta dall’innocua porzione visibile assieme alla porzione ultravioletta, invisibile ma dannosa) che arriva alla retina. Un occhiale da sole non aderente ai certificati di conformità fa ricevere al foro pupillare meno luce visibile, cosicché quest’ultimo non si restringe e la quantità di ultravioletto arriva fino in fondo all’occhio; invece che diminuire, aumenta!

Il danno provocato dal sole, come dicono le nonne: “non lo noti subito, ma tra qualche anno”.

Una caratteristica da tener d’occhio è la polarizzazione, che non scherma dai raggi UV ma porta assoluti benefici.

Essa riduce il riverbero causato dal riflesso della luce del sole. In generale, la polarizzazione degli occhiali è funzionale quando si svolgono attività o si pratica sport nei pressi dell’acqua o sulla neve.

Valutare se le lenti bloccano i raggi UV a casa propria è possibile, ma è un’operazione che richiede un equipaggiamento particolare. Al contrario, controllare in modo autonomo il livello di polarizzazione degli occhiali è molto semplice.

Vi basta avere il vostro bel paio di occhiali nuovi e lo schermo di un computer. I moderni monitor dei PC e le lenti polarizzate utilizzano la stessa tecnologia per ridurre il riverbero. Lo schermo LCD del vostro computer, dunque, è certamente polarizzato.

Tenete gli occhiali davanti allo schermo acceso e girateli di 60 gradi. Se è stata effettuata la polarizzazione degli occhiali, essi presenteranno delle lenti nere. Questo test è, inoltre, l’unico che funziona anche con le lenti polarizzate di colore giallo.

L’utilizzo di occhiali da sole con filtri di qualità è particolarmente importante in vacanza, dove l’elevata luminosità delle superfici orizzontali (in estate la sabbia della spiaggia, in inverno la neve delle piste da sci) trasmette alte dosi di raggi UV e luce blu verso l’occhio.

Gli Occhiali da sole costituiscono un dispositivo di protezione individuale, destinato a salvaguardare l’apparato visivo di una persona dai possibili rischi causati dalle radiazioni solari intense. Anche se nel nostro utilizzo quotidiano la valenza maggiore la diamo alla parte estetica. Sono inoltre considerati dispositivi di protezione individuali di prima categoria, in base al decreto legislativo 475/1992 e successive modificazioni. In quanto tali, gli occhiali da sole sono regolamentati dalle normative europee 89/686/CEE, 93/68/CEE, 93/95/CEE e 96/58/CE, recepite in Italia dal suddetto D.Lgs. 475/1992 e dal decreto legge 10/1997. Tutte queste normative sono state armonizzate nella norma EN 1836:1997, recepita in Italia come norma UNI EN 1836:2006, ed in seguito ad alcune modifiche come UNI EN 1836:2008. La normativa prevede che ad ogni occhiale debbano essere allegate le seguenti informazioni:

Identificazione del fabbricante o distributore

Categoria dei filtri impiegati

Numero ed anno della norma

Avvertenza in forma di simbolo o in testo per eventuali non idoneità alla guida.

 

 

Esistono ospedali che credono nel valore terapeutico delle bellezza. Certo, non potranno aiutarci a sconfiggere mali incurabili o alleviare le pene di una lunga e difficile degenza, ma almeno ci donano una speranza e risollevano il nostro umore dai turbamenti della malattia.

Negli ultimi anni le corsie di molti ospedali italiani si sono trasformate in piccoli musei e gallerie d’arte dove esporre opere creative e regalare una parentesi di bellezza ai pazienti ricoverati. E’ il caso, per esempio, dell’Ospedale Maggiore di Parma,  che ha inaugurato pochi giorni fa “Arte Hospitale” che raccoglie preziosi dipinti della collezione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria tra cui una “Madonna col Bambino”, stucco policromo della bottega di Antonio Rossellino.

Oppure ci sono artisti che allestiscono mostre personali come Luciano Tumiet, artista di Isola della Scala, con la propria Personale “Equilibri cromatici” nella Sala Mostre del Polo Confortini nell’ambito della fortunata rassegna L’Arte in Ospedale, che durerà fino al 14 maggio.

Anche all’Ospedale di Biella è stata allestita nei giorni scorsi una mostra intitolata Due ruote e una vetta e curata dal Team Dahu e dal Cai, che intende sottolineare il potere terapeutico della montagna e dell’esercizio fisico.

Infine, altro magnifico colpo d’occhio, è a Salerno nel bunker del reparto di Radioterapia Pediatrica presso l’azienda ospedaliera-universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. Qui è stato dipinto un acquario realizzato con il preciso scopo di regalare, almeno, una bella visione ai piccoli pazienti in terapia. Il grande murale a tema marino ricopre tutti i 200 mq del bunker ed è stato realizzato dall’artista Silvio Irilli.

Perchè gli ospedali non siano più luoghi infelici e bui, ma colorati e creativi, per donare speranza ai suoi abitanti.