Esistono ospedali che credono nel valore terapeutico delle bellezza. Certo, non potranno aiutarci a sconfiggere mali incurabili o alleviare le pene di una lunga e difficile degenza, ma almeno ci donano una speranza e risollevano il nostro umore dai turbamenti della malattia.

Negli ultimi anni le corsie di molti ospedali italiani si sono trasformate in piccoli musei e gallerie d’arte dove esporre opere creative e regalare una parentesi di bellezza ai pazienti ricoverati. E’ il caso, per esempio, dell’Ospedale Maggiore di Parma,  che ha inaugurato pochi giorni fa “Arte Hospitale” che raccoglie preziosi dipinti della collezione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria tra cui una “Madonna col Bambino”, stucco policromo della bottega di Antonio Rossellino.

Oppure ci sono artisti che allestiscono mostre personali come Luciano Tumiet, artista di Isola della Scala, con la propria Personale “Equilibri cromatici” nella Sala Mostre del Polo Confortini nell’ambito della fortunata rassegna L’Arte in Ospedale, che durerà fino al 14 maggio.

Anche all’Ospedale di Biella è stata allestita nei giorni scorsi una mostra intitolata Due ruote e una vetta e curata dal Team Dahu e dal Cai, che intende sottolineare il potere terapeutico della montagna e dell’esercizio fisico.

Infine, altro magnifico colpo d’occhio, è a Salerno nel bunker del reparto di Radioterapia Pediatrica presso l’azienda ospedaliera-universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. Qui è stato dipinto un acquario realizzato con il preciso scopo di regalare, almeno, una bella visione ai piccoli pazienti in terapia. Il grande murale a tema marino ricopre tutti i 200 mq del bunker ed è stato realizzato dall’artista Silvio Irilli.

Perchè gli ospedali non siano più luoghi infelici e bui, ma colorati e creativi, per donare speranza ai suoi abitanti.

Si celebra oggi, venerdì 28 aprile, la Giornata mondiale per la sicurezza e salute sul lavoro, promossa dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) con lo scopo di migliorare la prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. Secondo in dati Eurostat sugli infortuni mortali al lavoro (rilevazione anno 2014), i tassi di incidenza minori tra i Paesi dell’Unione Europea, si sono registrati nei Paesi Bassi (1,0 ogni 100 mila abitanti), in Grecia (1,2), in Finlandia (1,2), Germania (1,4) e Svezia (1,5). Mentre i più alti tassi di infortuni sul lavoro si sono rilevati in Romania (7,1), Lettonia (6,0), Lituania (5,6) e Bulgaria (5,4). A metà classifica si colloca l’Italia con tre morti sul lavoro ogni 100 mila abitanti.  Peggio dell’Italia vanno Spagna, Francia e Irlanda.

Secondo l’INAIL, i costi totali degli infortuni e delle malattie sul lavoro vengono spesso sottostimati perché alcuni costi sono esterni rispetto all’impresa, e perché alcuni costi interni sono difficili da quantificare o da riconoscere, come le ore perse, la perdita di produzione, la riduzione della capacità lavorativa e la diminuzione del tasso di attività. Si stima che i costi indiretti degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali possono essere da quattro a dieci volte superiori ai costi diretti. Secondo le stime dell’ILO, le ore di lavoro perse, il risarcimento dei lavoratori, l’interruzione della produzione e le spese mediche costano complessivamente il quattro percento del PIL globale (circa 2.800 miliardi di dollari). Di conseguenza, i costi umani e finanziari di questi incidenti quotidiani sono importanti e mettono in risalto il peso economico rappresento dall’inadeguatezza delle prassi relative alla salute e alla sicurezza sul lavoro.

Sono ancora tantissimi i casi di morte che riguardano il mondo del lavoro e uno tra i settori più colpiti, è senza dubbio quello agricolo. Una delle cause principali di questi incidenti, che spesso provocano la morte, va ricercata nel ribaltamento dei mezzi agricoli. L’investimento, la caduta dal trattore e l’accensione da terra, invece, hanno un’ incidenza meno alta, ma sempre importante. Di non secondaria importanza è l’inadeguatezza dei mezzi agricoli, spesso troppo vecchi e privi della giusta manutenzione.

In occasione del Workers’ Memorial Day, si tengono in tutte le piazze italiane e in molte scuole, iniziative dedicate al tema della prevenzione e della salute sui luoghi di lavoro.

 

 

 

 

 

Amanti del caffè amaro, bollente, senza zucchero? Secondo una ricerca condotta dall’Università di Innsbruck, le preferenze verso i gusti amari sono indice di istinti psicopatici e narcisismo (nell’immagine di copertina il campione britannico di tuffi, Tom Daley, si fa un bagno nel caffè!).

Gli esperti hanno preso in esame oltre mille persone, a cui è stato sottoposto un test riguardante le preferenze dei gusti in tavola e la loro personalità: i risultati, spiegano i ricercatori, “forniscono la prova empirica che la preferenza per un gusto amaro è legata a tratti delle personalità malevoli, ambigui e con scarsa empatia verso il prossimo”.

Ad ogni modo il caffè resta una bevanda ricca di proprietà benefiche talvolta insospettabili: innanzitutto fa bene al cervello; previene il diabete; è un potente antiossidante e infine aiuta il fegato.

La caffeina se assunta in dosi limitate, stimola la corteccia cerebrale,  acuisce la concentrazione e la capacità di attenzione; assunta in dosi eccessive è causa di eccitazione e insonnia.

Inoltre ha effetto sui reni, aumentando la diuresi. Stimola l’attività cardiaca, alza la pressione, e ha un’azione dilatatrice dei bronchi. Numerosi gli effetti benefici sulla salute: il consumo di caffè è stato associato ad una riduzione dell’incidenza di alcuni tumori fra cui quello alla prostata e al colon-retto. La Harvard school of Public Health ha condotto una ricerca su uomini che bevevano più di 6 tazze al giorno di caffè. Il risultato riferito è una riduzione del rischio del cancro alla prostata del 60%. La caffeina esercita anche un’azione importante su bocca e denti: uno studio della Boston University condotto sull’osservazione di più di 1000 pazienti, sostiene che gli antiossidanti del caffè riducano la perdita ossea parodontale. Certo è che il caffè macchia i denti.

Attenzione però, col caffè bisogna andarci piano e non eccedere nel consumo, poiché specialmente nei soggetti predisposti può portare a disturbi da ansia, ipertensione, agitazione, nervosismo!

 

 

Oggi un europeo su tre risulta esposto a livelli sonori dannosi per la salute. Secondo l’OMS l’inquinamento acustico è tra i fattori ambientali il problema più grave per la salute umana dopo lo smog. Ed è stato scientificamente dimostrato che l’esposizione prolungata a rumore da traffico può arrivare non solo a disturbare il sonno, ma anche ad alterare le funzioni degli organi interni e contribuire a malattie cardiovascolari.

Il traffico stradale è una fonte primaria di rumore nelle città, dato che ogni giorno espone quasi 70 milioni di europeia livelli che superano i 55 decibel. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, un’esposizione prolungata a tali livelli può aumentare la pressione sanguigna ed essere causa di infarto. 

Circa 50 milioni di persone che vivono nelle aree urbane sono esposte a livelli eccessivamente elevati di rumore nelle ore notturne. Per 20 milioni il rumore dovuto al traffico notturno ha effettivamente un effetto nocivo sulla salute. Il problema più importante è la perdita del sonno. Per un sonno ristoratore, l’OMS raccomanda un rumore di fondo inferiore ai 30 decibel, con singoli rumori che non superano i 45 decibel.

L’Italia detiene ancora un volta un record negativo, uno di quelli di cui non andare fieri: tra tutte le città d’Europa è nel nostro Paese che si trovano le città con maggior inquinamento acustico, causato principalmente da motori di auto, scooter, mezzi pubblici, sirene e un uso sconsiderato dei clacson. Tutti fattori che possono incidere significativamente sulla qualità della vita di una città, al punte che uno studio ha dimostrato che il rumore del traffico genera stress e fa anche ingrassare.

Secondo quanto riferisce una rilevazione condotta da Amplifon, e pubblcata sul sito Datamanager, la maglia nera del rumore spetta a Palermo, con un picco massimo di 92,6 decibel: un livello talmente elevato da risultare quasi assordante.

Secondo i rilievi il rumore a cui siamo esposti parte da 82,2 decibel (49,4% contro una media del 42,9% di altri paesi europei). In cima alla classifica, accanto a Palermo, ci sono Firenze con 88,6 dB e Torino (86,8), seguite da Milano (86,4), Roma (86), Bologna (85) e Napoli (84,7). L’anno scorso a guadagnarsi un terzo posto nella classifica mondiale delle città più rumorose era Napoli, con un livello di inquinamento acustico inferiore solo a New York e Los Angeles.

Il record italiano è conteso solo dalla Francia (49,1% di esposti), mentre i più virtuosi risultano i Paesi Bassi (33,7%), forse anche perché da sempre prediligono come mezzo di trasporto la bicicletta. In Italia le strade più silenziose sono invece quelle di Catanzaro (75 dB), Bari (75,2) e Potenza (75,6).

Sobria, rispettosa e giusta. Sono questi i tre aggettivi che qualificano la mission di una rete di persone con esperienze e culture diverse, che hanno operato ed operano all’interno del mondo delle cure per la salute e che negli ultimi trent’anni hanno prodotto pensiero e ricerca sul sistema sanitario dal punto di vista organizzativo, strutturale, metodologico, economico, comunicativo.

Slow Medicine è un movimento fondato a Torino da professionisti ed operatori sanitari fedeli ad un’idea di cura basata sulla sostenibilità, sull’equità, sull’attenzione alla persona e all’ambiente. 

E i fondatori descrivono questo movimento così: “Slow Medicine ha l’obiettivo di coinvolgere professionisti sanitari, associazioni di professionisti, cittadini, associazioni di pazienti e di familiari in un laboratorio in progress di progettazione di buone pratiche di aiuto e di cura. In questo senso definiamo Slow Medicine una rete di idee in movimento, che si avvale della prospettiva sistemica, del counselling, della medicina narrativa, dei principi del design, dell’educazione degli adulti e degli strumenti per la qualità per attivare momenti di confronto, partecipazione e progettazione collaborativi fra operatori e cittadini interessati alla propria salute, e per realizzare in concreto una modalità di cura più sobria, più rispettosa, più giusta”.

Il prof. Marco Bobbio, cardiologo e autore del libro “Troppa Medicina” (Einaudi), si domanda: “Quanta medicina ci serve?”. E intervistato da Corrado Augias nella trasmissione Quante Storie (Rai Tre), spiega che “non ci sono terapie universali valide per tutti i pazienti, ma un buon medico deve mettersi in ascolto del paziente e scegliere la terapia più ideonea per la sua sensibilità, ansia, patologie…senza esagerare con la prescrizione di farmaci ed esami perchè possono far male”.

“Il rischio con gli esami – aggiunge il prof. Bobbio – è che ci si lasci prendere la mano e avviluppare nella cosiddetta Sindrome di Ulisse, e si comincia a navigare e navigare prima di arrivare ad Itaca e sentirsi sani”.

L’evidenza clinica dimostra che la mitologia del check up, del controllo costante dei parametri della salute media oltre i quali inizia il patologico, ingenera ansia, alimenta l’angoscia circa il proprio reale stato di salute, produce rischi materiali e infine, determina quella progressiva erosione della fiducia nella medicina e nella diagnostica che ci porta a consultare diversi specialisti e a fare esami su esami.

Come ha commentato la giornalista Daniela Ranieri recensendo il libro del prof. Bobbio sul Fatto Quotidiano: “Abbiamo creato una società medicalizzata e ospedalizzata in cui, mentre i servizi viagra pas cher esenziali urgenti sono sempre più scadenti, si diffonde una specia di caccia al tesoro di sintomi di malattie che non sono tali ma costituiscono variazioni naturali rispetto alla norma”.

 

 

 

 

Si moltiplicano in Italia le iniziative in favore della salute delle donne per la Giornata Mondiale della Festa della Donna. Molti ospedali e strutture mediche, infatti, offrono controlli gratuiti previa prenotazione: dai pap test gratuiti offerti dai laboratori di Artemisialab, ai controlli ginecologici e check up per l’osteoporosi e altre patologie presso la struttura Humanitas San Pio X di Milano.

Sabato 4, domenica 5 e l’8 marzo, in oltre 5000 piazze italiane, torna la Gardenia di Aism, la tradizionale manifestazione di solidarietà promossa dall’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (Aism) e per sostenere la ricerca c’è anche l’sms solidale al 45520 con cui fino all’8 marzo si potrà donare 2 euro. Anche lo sport si fa promotore di questa campagna di prevenzione con numerose iniziative. A Bergamo, per esempio, ben cento visite gratuite di prevenzione del tumore al seno sono previste per le tifose dell’Atalanta discount viagra che saranno presenti alla partita di domenica contro la Fiorentina. Ata (Associazione Tifosi Atalantini) – in collaborazione con ACP, LILT e Humanitas Gavazzeni – porteranno avanti un’azione importante di sensibilizzazione di prevenzione del tumore al seno proprio allo stadio, in prossimità delle varie postazioni d’entrata.

Del resto le donne italiane, nella sorprendente misura del 90%, si impegnano a migliorare il proprio benessere fisico, affidandosi (40%) a moto e attività sportiva e, in pari misura, a una corretta alimentazione.  Questi è quanto emerge grazie alla ricerca su “Donne, Sport, Salute e Benessere” condotta dalla Doxa.

Da questo fitto programma di visite e controlli per la prevenzione, non sono certo escluse le detenute. A Cagliari, per esempio, anche quest’anno si terrà l’8 marzo l’incontro con le detenute “Un sorriso oltre le sbarre” con un focus particolare verso la salute. È in fase di definizione un programma per realizzare una visita senologica.

Non mancano iniziative di solidarietà a favore dei poveri e delle fasce disagiate: a Roma con la collaborazione del Vicariato e della Caritas Diocesana, Artemisia Onlus si dedicherà alla prevenzione gratuita.

Tanti buoni motivi per chiedere più salute e meno mimose.

Il bando della Regione Lazio per assumere due ginecologi non obiettori di coscienza, è diventato un caso nazionale. E ha attirato gli strali della CEI e della Ministra alla Sanità, Beatrice Lorenzin, che ritengono si tratti di una “forzatura abortista” in contrasto con lo spirito della legge 194 del 1978. Questa legge – ricordiamolo – “garantisce alle donne la possibilità di abortire gratuitamente in tutti gli ospedali italiani“, entro i primi 90 giorni oppure entro il quinto mese se si tratta di un aborto terapeutico.

Senza scendere nel vivo delle polemiche che rischiano di riproporre antichi schemi ideologici, soffermiamoci a ricordare i fatti. E i numeri. Che descrivono il fenomeno in tutta la sua preoccupante gravità: nell’ultimo anno si sono registrati in Italia oltre 50.000 aborti illegali a causa degli obiettori di coscienza.

La comunità scientifica nazionale sta assistendo ad una drammatica involuzione dei servizi medici prestati alle giovani donne italiane. L’Italia si è ammalata di obiezione di coscienza: più dell’80% dei ginecologi è obiettore. “La regione con più alto numero di obiettori è il Molise con l’85,7% di medici obiettori, seguito dalla Basilicata dove sono l’85,2%, quindi dalla Campania con l’83,9% e dalla Sicilia con l’80,6%. In tutto il paese la percentuale non scende mai al di sotto del 50%, tranne per la Valle d’Aosta dove gli obiettori sono il 16,7%. A Bari gli ultimi due medici che facevano interruzioni di gravidanza hanno deciso di abbandonare il reparto, a Napoli il servizio viene assicurato soltanto da un ospedale in tutta la città”, secondo dati ufficiali ripresi dal Blog di divulgazione scientifica, La Medicina in uno Scatto.

Il risultato è che oggi in molti ospedali italiani a causa dell’assenza di ginecologi non obiettori, molti reparti per l’interruzione volontaria di gravidanza sono stati smantellati. Nel caso delle minorenni, la legge le tutela affermando che possono abortire ma con il consenso del giudice tutelare e facendosi accompagnare dai genitori.

È inquietante il modo in cui la gente si aspetta che le donne debbano affrontare questa esperienza. Il messaggio è chiaro: se il bambino muore, dovete soffrire in silenzio” – ha dichiarato qualche tempo fa la giornalista britannica Janet Murray in una video testimonianza diffusa dal The Guardian, che ha fatto il giro del mondo.

Dall’altra parte dell’Oceano, invece, il presiedente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel suo terzo giorno di presidenza, ha firmato una serie di ordini esecutivi tra cui quello volto a ripristinare la cosiddetta Mexico City Policy, impedendo così alle organizzazioni internazionali non governative impegnate nel fornire servizi alle donne che decidono di abortire, di ricevere finanziamenti dal governo degli Stati Uniti.

L’aborto non in sicurezza rimane la principale causa di morte delle donne in età fertile nel mondo. Secondo le stime sono oltre 43mila le donne morte così nel mondo nel 2013, pari al 14,9% di tutte le morti materne. Ecco perché un network di 1.800 gruppi e associazioni di 115 Paesi ha avviato una campagna per chiedere alle Nazioni Unite di riconoscere il 28 settembre come data ufficiale per il diritto all’aborto sicuro, con una lettera al segretario generale Ban Kii-Mon.

 

 

Dopo aver praticato a lungo il salto dal piatto al salotto, per milioni di italiani, dopo i pranzi delle feste natalizie, è tempo di fare i conti con la propria coscienza. E con la bilancia! E nel mese di gennaio si registra un picco di iscrizioni in palestra, con sedute dimagranti e numerosi corsi che promettono effetti miracolosi. L’incantesimo del buon atleta dura però al massimo un paio di mesi perchè già a marzo si registra il primo esodo dai corsi e dall’attività fisica.

Eppure non passa giorno che medici esperti e nutrizionisti non ricordino i benefici di praticare l’attività sportiva. La scarsa attività fisica è implicata nell’insorgenza di alcuni tra i disturbi e le malattie oggi più frequenti: diabete di tipo 2, malattie cardiocircolatori (infarto, miocardico, ictus, insufficienza cardiaca), tumori. Un rapporto del Ministero della Salute fa notare che “in Italia il 30% degli adulti tra 18 e 69 anni svolge, nella vita quotidiana, meno attività fisica di quanto è raccomandato e può essere definito sedentario. In particolare, il rischio di sedentarietà aumenta con il progredire dell’età, ed è maggiore tra le persone con basso livello d’istruzione e difficoltà economiche. La situazione è migliore nelle regioni del nord Italia, ma peggiora nelle regioni meridionali”.

Trascorrere molto tempo stando seduti, come avviene quando si svolgono lavori d’ufficio o si spendono tante ore davanti alla tv, può pregiudicare la salute generale dell’organismo rendendo più vulnerabili a una serie di patologie croniche e degenerative, dal diabete alle malattie cardiache fino al cancro. Purtroppo l’attività fisica da sola non riesce a compensare i danni di una vita prettamente sedentaria. Secondo uno studio condotto da un’équipe di ricercatori dello University Health Network (UHN), 30 minuti di esercizio fisico al giorno non bastano a limitare l’impatto sulla salute di 23 ore e mezza di vita sedentaria.

I ricercatori spiegano che in una giornata tipo di 12 ore, per prevenire il rischio di malattie e morte prematura l’ideale sarebbe ridurre di due o tre ore il tempo totale trascorso da seduti. I benefici di uno stile di vita meno sedentario saranno evidenti a breve e a lungo termine, con un notevole miglioramento delle condizioni di salute generali e un minore rischio di malattie gravi.

Secondo un altro studio, con 20 minuti di camminata o pedalata in bici ogni giorno il rischio di morire per conseguenze legate al tumore alla prostata diminuirebbe del 39% rispetto a coloro che ne praticano per una durata inferiore, mentre la mortalità generale scenderebbe di quasi un terzo (-30%).

A conti fatti sembra che i costi di una palestra o più in generale di uno stile di vita dinamico siano assai più ridotti degli eventuali effetti collaterali che la sedentarietà comporta, ai pazienti e al Sistema Sanitario Nazionale.

Un motivo in più per non rimandare a domani l’attività sportiva che potreste svolgere oggi.

Il caso di Zenon Bartlett, 16enne britannico che a due giorni da Natale, dopo aver fatto coming out e al termine della sua prima storia amorosa, decide tragicamente di togliersi la vita nella sua cameretta, riapre la tormentata questione del disagio degli adolescenti omosessuali. E delle continue vessazioni che spesso a scuola subiscono dai bulli di turno. Anche il cinema la scorsa stagione ne ha rappresentato la condizione in tutta la sua drammaticità con la bellissima pellicola del regista Ivan Cotroneo, Un bacio.

La realtà parla di numerosi casi come quello di Zenon anche e soprattutto in Italia. Tristemente doloroso è stato il caso del ragazzo di Bari suicidatosi a maggio scorso perchè non accettato dalla famiglia adottiva. Il silenzio sul tema dell’omofobia nelle famiglie e nelle scuole non fa bene alla personalità in formazione di un adolescente, molto fragile di natura. E il costituzionalista Andrea Pugiotto ha ricordato che: “le etichette denigratorie (frocio invece di gay), le etichette categoriali (culattoni invece di omosessuali), gli scherzi di odio (che, ridendo, rinsaldano il pregiudizio, come rappresentato in una nota sequenza del film Philadelphia di Jonathan Demme), il ricorso agli insulti («nella vita bisogna provare tutto, tranne la droga e i culattoni», Renzo Bossi dixit), fino ad integrare vere e proprie fattispecie di reato (ingiuria, diffamazione, istigazione)“.

Un ragazzo su quattro che si uccide tra i 16 e i 25 anni lo fa per l’omofobia, secondo una ricerca dell’Università di Edinburgo. «Il suicidio è l’espressione estrema di un’esperienza comune per gay, lesbiche e trans: la percezione di un ambiente ostile, la paura di essere rifiutati, che diventa convinzione di essere sbagliati. Si chiama minority stress, “stress da minoranza”, e colpisce chi appartiene a gruppi emarginati», spiega Vittorio Lingiardi, psichiatra e direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia alla Sapienza di Roma. «Chi ha un orientamento sessuale minoritario ha una difficoltà in più: se ti discriminano perché sei nero o ebreo, quando torni a casa trovi il sostegno della famiglia. I gay molto spesso sono costretti a “nascondersi” anche a lì», aggiunge.

Mentre in Italia la proposta di legge contro l’omofobia (DDL Scalfarotto) è in stallo in Parlamento, nonostante la strage di Orlando, prima di Natale il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea, nella quale chiede con forza agli Stati membri di colmare le lacune legislative in materia di discriminazione e violenza omofoba.

«L’Unesco dice che l’omofobia è un comportamento appreso, non la reazione naturale per i ragazzini. Gli adolescenti — etero e gay — hanno bisogno di identificarsi in base alla sessualità. Lo fanno in maniera aggressiva e discriminatoria solo se la società è omofobica. Altrimenti diventa un fattore di differenziazione positivo. Sta agli adulti che hanno intorno, in famiglia, a scuola e nelle istituzioni, insegnarglielo».

Numerose associazioni in Italia svolgono un’intensa attività di counseling a favore dei ragazzi e delle persone omosessuali in difficoltà: il telefono amico e il Gay Help Line  sono  alcuni esempi di servizi di volontariato per prevenire questi fenomeni. La consapevolezza diffusa è che contro i casi di bullismo ed omofobia sia necessaria una condotta esemplare delle istituzioni educative (famiglia, scuola, parrocchie…) ma una legge contro le discriminazioni sarebbe necessaria.

 

Siamo tra i popoli più longevi d’Europa (il 22% ha superato i 65 anni), ma con un tasso di natalità (8xmille) più basso tra quelli dell’UE. In questo contesto è cresciuta esponenzialmente la domanda di prestazioni sanitarie, rimasta disattesa a causa dei tagli alla Sanità (passata da 93,3 miliardi nel 2000 a 148,1 nel 2015), che di certo non aiutano ad accorciare i tempi biblici delle liste d’attesa (500 giorni per una mammografia!). Contemporaneamente è aumentato anche il costo dei ticket sanitari a carico dei cittadini, che hanno preferito quindi altre forme private di tutela sanitaria. Oppure, come spesso succede, hanno rinunciato completamente alle cure mediche.

Secondo l’ultima indagine dell’Istat (2013), infatti, sono circa due milioni e mezzo le persone che hanno rinunciato per motivi economici, un milione e 200mila erano donne, 800mila dai 40 ai 64 anni, proprio nell’età in cui è più necessario fare prevenzione. In questo 9,5% della popolazione che non ha potuto fruire di prestazioni che dovrebbero essere garantite dal servizio sanitario pubblico, a pagare di più gli effetti di questa grande recessione economica (iniziata nel 2008 e mai finita) sono soprattutto i giovani: l’11% dei ragazzi sotto i 18 anni vivono in famiglie povere.

Se è vero che “la salute è la più grande forza di un popolo civile”, il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) ha però dimostato la sua incapacità di mantenere adeguati livelli di copertura sanitaria pubblica per tutti i cittadini. Per far fronte alle molteplici carenze del SSN, i pazienti hanno fatto più frequentemente ricorso ad Enti della Sanità Integrativa (Fondi Sanitari, Casse di assistenza sanitaria e soprattutto a Società di Mutuo Soccorso) come per esempio il Gruppo Health Italia. Secondo il Censis, il 57,1% degli italiani è a favore del cosiddetto “secondo pilastro”, e sono 26,5 milioni gli italiani che si dicono propensi ad aderirvi.

Al tempo della Sanità digitale, non è più avveniristico permettere ai pazienti-utenti di prenotare online le visite specialistiche beneficiando magari di tariffe convenzionate. E’ l’idea coltivata da tempo dal team di ScegliereSalute e fondata sul valore dell’accesso universale alle cure mediche.

La nostra idea di Sanità – ci dice Giuseppe Lorusso, co-fondatore del sito ScegliereSalute.it – è quella di garantire nuove forme di accesso ai servizi sanitari e offire una valida alternativa ai rigidi schemi del SSN”. Nato per recensire e condividere informazioni su centri sanitari e specialisti, ScegliereSalute è pronto a offrire un nuovo servizio, facile e veloce, di prenotazione online di prestazioni sanitarie. Per ampliare la gamma di servizi offerti, ScegliereSalute in totale trasparenza ha scelto di ospitare le prestazioni di centri diagnostici e professionisti convenzionati, gratuitamente, senza alcuna fee di ingresso, ma con l’impegno a mantenere calmierati i prezzi delle prestazioni in modo da consentire facile accesso a tutti.

Con questo nuovo servizio di booking online sarà possibile acquistare oltre che visite mediche anche prestazioni diagnostiche per via delle convenzioni con grandi gruppi sanitari privati (ad esempio Gruppo Kos) con tariffe più basse di almeno il 10% rispetto a quelle offerte direttamente dai centri stessi.

Sono oltre 11 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno fatto ricorso alla Sanità privata, considerata ormai un’opportunità per colmare le lacune del servizio pubblico e per rispondere alla domanda di salute degli italiani. Celermente ed efficacemente.