Spesso si parla di lavori “stressanti” o attività quotidiane da svolgere “sotto stress”. Con gli anni sono diventate nuove skill essenziali per stare al passo coi tempi (precari) che corrono e soprattutto con il mercato fortemente competitivo. Ma che cosa significa veramente “soffrire di stress sul lavoro”? Giovedì 28 aprile l’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha scelto il tema “stress lavoro correlato” per la Giornata Mondiale per la Salute e della Sicurezza sul Lavoro”.

stressa lavoro classificaSecondo i dati di una ricerca pubblicata dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA), il livello dei rischi psicosociali nei luoghi di lavoro europei è elevato: il 77% delle imprese segnala la presenza di almeno un fattore di rischio come il dover gestire clienti, pazienti o allievi difficili (58%), avere ritmi pressanti (43%); nelle aziende dell’Ue con 20 o più impiegati, solo il 33% segnala di essersi dotato di un piano d’azione per la prevenzione dello stress lavoro-correlato. Alcuni esempi di condizioni di lavoro che comportano rischi psicosociali sono: carichi di lavoro eccessivi; richieste contrastanti e mancanza di chiarezza sui ruoli; scarso coinvolgimento nei processi decisionali e mancanza di influenza sul modo in cui il lavoro viene svolto; gestione inadeguata dei cambiamenti organizzativi, precarietà; comunicazione inefficace, mancanza di sostegno da parte dei colleghi o dei superiori; molestie psicologiche e sessuali, violenza da parte di terzi.

Secondo l’Ilo: “a causa dei cambiamenti importanti nelle relazioni industriali e dell’attuale recessione economica, i lavoratori si confrontano con i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e con le ristrutturazioni, la diminuzione delle opportunità lavorative, l’aumento della precarietà, la paura di perdere il lavoro, i licenziamenti massicci e la disoccupazione, la diminuzione della stabilità finanziaria, con serie conseguenze per la loro salute mentale e per il loro benessere” (Fonte AdnKronos Salute).

In un contesto così complesso, l’ambiente di lavoro rappresenta un’importante fonte di rischio psicosociale, ma è anche il luogo ideale per affrontare tali rischi in modo da proteggere la salute e il benessere dei lavoratori.

 

 

Si dice che sono “multitasking”, ovvero sanno svolgere più attività contemporaneamente. E poi sono in modalità “always on”, perennemente connessi. Questo li rende più liberi ma al contempo più fragili rispetto alle dipendenze.

Controllano lo smartphone un centinaio di volte al giorno, sono ossessionati dall’ansia di condividere, sempre e comunque, e incollati alla consolle di un videogame, perdendo completamente la cognizione del tempo…

Sulla dipendenza da internet: è un fatto ormai assodato che l’uso eccessivo della rete porta progressivamente a difficoltà soprattutto nell’area relazionale dell’individuo, sia familiare che scolastica, cosicché il soggetto viene assorbito totalmente dalla sua esperienza virtuale, restando “agganciato alla rete” (Cantelmi et. All 2000) e rischiando anche gravi episodi dissociativi.

Secondo la Dott.ssa Grattagliano dello Studio di Psichiatria di Napoli, “la dipendenza dalla rete passa attraverso fasi. La fase iniziale, tossicofilica, è caratterizzata da un’attenzione eccessiva per la mail box, una polarizzazione ideo-affettiva su temi inerenti la rete, un incremento del tempo di permanenza on line con difficoltà a sospenderla, intensa partecipazione a chat e newsgroup, collegamenti notturni e perdita di sonno. La seconda fase,tossicomanica, è correlata a fenomeni psicopatologici; è caratterizzata dall’incontro con i MUD e da collegamenti  così prolungati da compromettere la vita sociale”.

“Le evidenze delle neuroscienze mostrano come siano sollecitate aree cerebrali diverse”- spiega Laura Ambrosiano, psicoanalista della Società psicoanalitica Italiana. “Il funzionamento della mente dei ‘nativi’ è diverso rispetto agli ‘immigrati digitali’, come viene definito chi appartiene alle generazioni precedenti. In futuro – continua – la loro modalità di pensiero costantemente iperconnessa potrebbe portare a modificazioni importanti. Ora tuttavia possiamo provare a tracciare un identikit del nativo, sulla base degli studi disponibili”.

I nativi, inoltre, mostrano di possedere un sapere enciclopedico, più vasto degli immigrati, eppure meno sistematico, e a volte con gravi lacune: “Imparano ciò che è utile a loro, per condividerlo subito con il gruppo, perché è nel gruppo che si risolve spesso la loro ricerca di soddisfazione”.

Per scoprire quanto le nuove tecnologie, e in particolare l’uso dello smartphone, ci assorbono totalmente, è nata Menthal, un’app ideata dai ricercatori dell’Università di Bonn, che traccia il nostro comportamento con il dispositivo. “Chi la installa (inizialmente mette in coda d’attesa) non vede solo quanto tempo gli rubano le chiamate, ma anche quali sono le applicazioni usate più frequentemente. E se l’app di Twitter viene usata per diverse ore al giorno, allora forse è meglio che spegniate tutto e resettiate, fissando nuove priorità”.

Quindi occorre fare molta attenzione a non fare un uso smodato dei dispositivi. Perchè accendere uno smartphone e aprire un’applicazione è spesso il modo migliore per buttare via un’occasione, deconcentrarsi sul lavoro e soprattutto dilapidare tempo prezioso della vostra vita.

 

I primi sintomi di casi di dislessia (DSA) si presentano generalmente intorno alla seconda elementare, oppure indicatori precoci possono registrarsi già dai 4 o 5 anni del bambino. I segnali riguardano un’inattesa difficoltà nell’apprendimento della lettura e della scrittura. In particolare in difficoltà comunicative linguistiche come: la scarsa conoscenza delle parole e dei significati; difficoltà con filastrocche e frasi in rima; scarsa capacità di costruzione della frase; problemi di memoria nell’apprendimento delle parole.

AID Italia, l’Associazione Italiana Dislessia, consiglia “ai genitori che sospettano di avere un figlio dislessico di rivolgersi al pediatra e agli insegnanti per valutare eventuali percorsi di potenziamento per risolvere le problematiche evidenziate. Se l’attività didattica risulta inefficace, bisogna fare, al più presto, una valutazione diagnostica”. La diagnosi deve essere fatta da specialisti esperti mediante specific test standardizzati e condivisi (test per intelligenza, capacità di scrittura, capacità di lettura, comprensione del testo, capacità del calcolo).

La ricerca scientifica sta facendo importanti passi avanti per valutare terapie per contrastare e prevenire l’insorgenza di questi disturbi. Ad esempio è attuale lo studio dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù e della Fondazione Santa Lucia di Roma, pubblicato sulla rivista scientifica Restorative, Neurology and Neuroscience, secondo cui “la stimolazione cerebrale migliora la capacità di lettura dei bambini dislessici“(fonte Agensir).

Imfatti, dopo 6 settimane di stimolazione cerebrale trattamento non invasivo, velocità e accuratezza di lettura aumentati del 60%. La dislessia è un disturbo che in Italia colpisce circa il 3% dei bambini in età scolare con ripercussioni sull’apprendimento, sulla sfera sociale e psicologica.

Per condurre lo studio è stata utilizzata la tecnica di stimolazione transcranica a corrente diretta (Tdcs), procedura non invasiva con passaggio di corrente a basso voltaggio già impiegata per la terapia di alcuni disturbi come l’epilessia focale o la depressione. Per la prima volta è stata utilizzata dai ricercatori del Bambino Gesù su 19 bambini e adolescenti dislessici di età compresa tra i 10 e i 17 anni, che dopo 6 settimane di trattamento hanno migliorato del 60% la velocità e l’accuratezza in alcune prove di lettura, passando da 0,5 a 0,8 sillabe lette al secondo. 0,3 sillabe di miglioramento al secondo è quanto un bambino dislessico ottiene spontaneamente (ovvero senza terapia) nell’arco di un intero anno. Le competenze acquisite si sono dimostrate stabili anche dopo un mese dall’ultima seduta e ulteriori valutazioni verranno effettuate a 6 mesi dalla fine trattamento per verificarne l’efficacia a lungo termine. “Uno studio preliminare i cui dati attendono di essere supportati da indagini su casistiche ancora più ampie, ma i risultati ottenuti in questa prima fase sono di grande importanza dal punto di vista clinico” sottolinea Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria infantile del Bambino Gesù, perché possono aprire “la strada a nuove prospettive di riabilitazione della dislessia”.

 

 

L’esercizio fisico nelle persone anziane fa bene al cervello e alla salute. Secondo uno studio pubblicato on line su ‘Neurology’, la rivista medica della American Academy of Neurology, chi pur essendo in là con gli anni effettua costantemente attività fisica, può contare su un cervello 10 anni più giovane rispetto a chi non pratica sport.

Secondo gli esperti statunitensi “L’attività fisica aiuta a ridurre il carico di deterioramento cognitivo, costa poco e non interferisce con le terapia farmacologiche che spesso gli anziani devono seguire”.

Il rischio di mortalità prematura legata a scorretti stili di vita, di cui la sedentarietà costituisce uno degli elementi salienti, aumenta in modo significativo tra le persone con oltre 65 anni di età, la fascia di popolazione in più rapido aumento in Italia e più colpita da patologie croniche o malattie non trasmissibili.

In base alle raccomandazioni dell’Oms, i livelli di attività fisica raccomandati per gli adulti over 65 anni: 1. Almeno 150 minuti alla settimana di attività fisica aerobica di moderata intensità o almeno 75 minuti di attività fisica aerobica con intensità vigorosa ogni settimana o una combinazione entrambe. 2. L’attività aerobica dovrebbe essere praticata in sessioni della durata di almeno 10 minuti. 3. Per avere ulteriori benefici, aumentare l’attività fisica aerobica di intensità moderata a 300 minuti per settimana, o impegnarsi in 150 minuti di attività fisica aerobica di intensità vigorosa ogni settimana, o una combinazione di entrambe. 4. In caso di mobilità scarsa, svolgere attività fisica per tre o più giorni alla settimana, per migliorare l’equilibrio e prevenire le cadute. 5. Le attività di rafforzamento muscolare dovrebbero essere fatte due o più giorni alla settimana. 6. Se non è possibile svolgere la quantità raccomandata di attività fisica, adottare uno stile di vita attivo adeguato alle loro capacità e condizioni.

Più di 3 milioni di persone in Italia, in gran parte adolescenti nella fascia 18-24 anni, sono adusi ad un consumo smodato di alcool. Secondo le stime della Relazione annuale inviata dal Ministero della Sanità al Parlamento Italiano, sono in aumento le “abbuffate di alcool” a stomaco vuoto già all’età di 11 anni.

Nella relazione si legge che il 10% degli uomini e il 2,5% delle donne con più di 11 anni hanno dichiarato di aver consumato 6 o più bicchieri di bevande alcoliche in una sola occasione e che sono poco più dell’11% coloro che lo hanno fatto tra gli 11 e i 15 anni; ma la percentuale sale a 7,4% per i ragazzi e 4,6% per le ragazze tra i 15 e i 17 anni che si sono ubriacati durante l’ultimo anno e ammontano a 21% i maschi e 7% le femmine tra i 18-24 anni.

Il Ministero della Salute persevera nel ribadire la pericolosità dell’alcool per la salute, che costituisce “ un serio problema di sanità pubblica” che sottopone agravi rischi per la salute e la sicurezza non solo del singolo bevitore ma anche all’intera società”.

alcol2C’è poi la categoria dello “sballo del sabato sera” con l’uso combinato di sostanze stupefacenti illegali (dalla cannabis fino alle smart drugs). Il fenomeno cosiddetto del “binge drinking“, ovvero bere tanti alcolici in poco tempo, è la principale casusa del rischio di ipertensione tra i giovanissimi.

“Il consumo di bevande alcoliche in grandi quantità costituisce di per sé un rischio per la salute, ma aumenta anche il rischio di diventare obesi”, osserva Italia Salute . “Il motivo non risiede solo nel grande contenuto calorico degli alcolici, ma sta soprattutto nei cambiamenti che avvengono nel cervello e più precisamente nelle sedi del “sistema di ricompensa cerebrale”.

 

I dati europei: 120 mila decessi prematuri all’anno dovuti al consumo eccessivo di alcol

Nei paesi dell’Unione europea l’alcol è ritenuto responsabile di circa 120 mila morti premature all’anno: una su 7 tra gli uomini e una su 13 tra le donne di età 15-64 anni.
I dati confermano inoltre che sono gli abitanti della UE a detenere il triste primato del consumo di alcol pro capite a livello globale: i cittadini comunitari (Croazia inclusa) bevono 10,2 litri di alcol puro l’anno pro capite. Una quantità che, se consideriamo anche la Norvegia, la Svizzera e gli altri stati candidati ad entrare nella UE scende di poco (9,4 litri annui pro capite). Il trend degli ultimi 20 anni, a fronte di una media leggermente in calo, registra infatti un aumento sensibile delconsumo pro capite nell’Europa centrale ed orientale, lieve nel nord, una diminuzione moderata nella zona occidentale e marcata al sud (area che comprende l’Italia).

 

Ambiente killer per 12,6 milioni di persone nel mondo, decedute a causa dell’inquinamento ambientale, inteso come inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, esposizioni chimiche, cambiamenti climatici e radiazioni ultraviolette.

In Europa, nel 2012, l’esposizione a fattori di rischio ambientale è costata la vita a 1,4 milioni di persone. E’ quanto emerge dal Rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sull’impatto dell’inquinamento ambientale, secondo cui questi elementi contribuiscono all’insorgenza di più di 100 malattie e danni alla salute.

Secondo Flavia Bustreo, vicedirettore generale dell’Oms per la Salute della famiglia, delle donne e dei bambini,
“Un ambiente sano è alla base di una popolazione sana e se i Paesi non intraprendono al più presto azioni volte a ridurre l’inquinamento e migliorare le condizioni dell’ambiente in cui si vive e si lavora, in milioni continueranno ad ammalarsi e a morire prematuramente”.

Il nuovo rapporto Oms, che arriva a 10 anni di distanza dalla prima edizione, delinea azioni concrete che i Paesi possono mettere in atto per invertire la tendenza al rialzo registrata in termini di malattie e morti legate all’inquinamento ambientale.

Tra i principali rimedi per ridurre i rischi di inquinamento ambientale contemplati dal Rapporto OMS, c’è la riduzione dell’uso di combustibili solidi per cucinare o l’utilizzo di tecnologie energetiche a bassa emissione di carbonio. “E’ necessario agire in fretta – fa notare la Bustreo – e investire in strategie efficaci per ridurre i rischi ambientali nelle nostre città, case e luoghi di lavoro. Investimenti mirati possono aiutarridurre a livello globale e in modo significativo il crescente numero di malattie cardiovascolari e respiratorie, così come anche di tumori, e al tempo stesso a ridurre i costi del sistema sanitario”.

Nel rapporto emerge che i più esposti ai fattori di rischi ambientali sono i bambini al di sotto dei cinque anni e gli adulti fra i 50 e i 75 anni. Ogni anno 1,7 milioni di bimbi al di sotto dei cinque anni e 4,9 milioni di adulti tra i 50 ei 75 perdono la vita per cause che potrebbero essere evitate grazie a una migliore gestione dell’ambiente. Sono infatti i più piccoli a essere maggiormente colpiti da infezioni delle basse vie respiratorie e dalle malattie diarroiche, mentre le persone anziane sono le più esposte a patologie non trasmissibili.

Osservando oltre 100 categorie di patologie e di danni alla salute, la stragrande maggioranza dei decessi correlati ai rischi ambientali sono dovuti a malattie cardiovascolari, come ictus e cardiopatie ischemiche (ictus 2,5 milioni di morti ogni anno; cardiopatie ischemiche 2,3 milioni); lesioni involontarie come morti per incidenti stradali (1,7 mln); tumori (1,7 mln); malattie respiratorie croniche (1,4 milioni); malattie diarroiche (846.000); infezioni delle vie respiratorie (567.000); condizioni neonatali (270.000); malaria (259.000); lesioni volontarie come suicidi (246.000).

Il Corriere della Sera riferisce che “riguardo allo specifico inquinamento dell’aria, l’Italia a novembre era risultato il Paese dell’Unione europea con più morti prematuri secondo il Rapporto dell’Agenzia per l’ambiente europea. Nel nostro Paese nel 2012 59.500 decessi erano attribuibili al particolato fine (PM 2.5), 3.300 all’ozono (O3) e 21.600 al biossido di azoto (NO2). L’Italia guidava la classifica europea delle morti da biossido di azoto, dovute agli scarichi delle auto, in particolare ai veicoli diesel. Anche sull’ozono eravamo primi in Europa, mentre sulle polveri sottili, emesse anche dalla combustione delle biomasse, eravamo primi insieme alla Germania”.
Il nuovo rapporto dell’Oms indica le strategie per migliorare l’ambiente e per prevenire le malattie legate all’inquinamento ambientale. L’utilizzo per esempio di tecnologie e combustibili puliti per le attività di tipo domestico come cucinare, o per il riscaldamento e l’illuminazione delle case, permetterebbe di ridurre le infezioni respiratorie acute, le malattie respiratorie croniche, le malattie cardiovascolari e le ustioni. Aumentare l’accesso all’acqua potabile e a servizi igienici adeguati o la promozione di semplici azioni, quali ad esempio lavarsi le mani regolarmente, ridurrebbe ulteriormente l’incidenza delle malattie diarroiche.
Anche la legislazione ha un ruolo chiave, come il miglioramento della circolazione nelle città e una buona pianificazione dell’assetto urbano, abbinati alla costruzione di abitazioni dotate di un efficiente sistema energetico. A Curitiba, nello Stato del Paranà in Brasile, ad esempio l’amministrazione ha fatto numerosi investimenti per rendere più vivibili i quartieri particolarmente disagiati, prevedendo il riciclo dei rifiuti, la creazione di spazi verdi e la costruzione di piste pedonali e ciclistiche.

I numeri hanno dimostrato gli effetti positivi di misure semplici, ma al tempo stesso efficaci: nonostante un aumento della popolazione 5 volte maggiore negli ultimi 50 anni, i livelli di inquinamento dell’aria sono relativamente inferiori rispetto a molte altre città in rapida crescita e l’aspettativa di vita è risultata essere di due anni superiore rispetto alla media nazionale. Durante la prossima Assemblea mondiale della sanità a maggio, l’Oms presenterà una road map per guidare la risposta globale da parte del settore sanitario nel ridurre gli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico sulla salute.

In Italia sono circa 3 milioni i giovani che soffrono di disturbi del comportamento alimentare (Dca), di cui il 95,9% sono donne e il 4,1% uomini. Il numero di decessi in un anno per anoressia nervosa si aggirano tra il 5,86 e 6,2%, tra 1,57 e 1,93% per bulimia nervosa e per gli altri disturbi tra 1,81 e 1,92%. I dato sono stati presentati dall’AdiAssociazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica – in occasione della “V Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla” dedicata alla sensibilizzazione e alla prevenzione dei disturbi del comportamento alimentare.

Si stima che l’anoressia, ad esempio, sia la prima causa di morte fra le ragazze dai 15 ai 25 anni e l’età d’esordio del disturbo si stia abbassando coinvolgendo sempre più maschi.

I disturbi del comportamento alimentare possono compromettere seriamente la salute di tutti gli organi e apparati del corpo (cardiovascolare, gastrointestinale, endocrino, ematologico, scheletrico, sistema nervoso centrale, dermatologico ecc.) e portare alla morte. Per questo in Italia è nato a Roma, presso il complesso ospedaliero del San Giovanni Addolorata, la prima struttura del genere in Italia destinata  ad assistere pazienti in coma o in pericolo di vita a causa di disturbi alimentari.

Alcune storie di giovani pazienti che lottano contro anoressia nervosa e altri disturbi alimentari, sono stati raccolti da Stefano Vicari e Ilaria Caprioglio, autori del libro “Corpi senza peso” (Ed. Erickson), che mette in evidenza l’impegno di un’equipe ospedaliera e gli stati d’animo di cinque giovani pazienti.

Secondo i dati, negli ultimi anni l’età di insorgenza dell’anoressia nervosa, indicata tra i 15-19 anni, si è abbassata molto. Perché? «La prima spiegazione è che nei paesi occidentali la pubertà è sempre più precoce: il primo ciclo per le ragazze arriva presto e sono proprio loro ad essere le più colpite.

Nel libro di Vicari e Caprioglio si sostiene che “in Italia oggi fa più paura una malattia mentale che il cancro, perché il disturbo psichiatrico viene collegato all’isolamento sociale”.

 

 

A partire dagli ultimi decenni dello scorso millennio si è registrato un crescente interesse a livello mondiale per il tema della salute, concepita non più in una dimensione di responsabilità individuale, ma come diritto-dovere che chiama in causa la collettività. La promozione della salute non richiede solo il coinvolgimento consapevole del singolo, ma soprattutto interventi organici e coerenti da parte di politiche pubbliche lungimiranti.

E’ in questa ottica che l’OMS, in continuità con un percorso iniziato alla fine degli anni 70, ha lanciato, nel gennaio 2004, la Strategia Globale per la Dieta, l’Attività Fisica e la Salute, sollecitando il coinvolgimento dei governi del mondo in unazione coordinata per la salvaguardia della salute e del benessere di tutti gli abitanti del pianeta Terra. L’iniziativa viene considerata dalla Commissione Europea come elemento chiave in una strategia dell’UE volta ad affrontare l’aumento dell’obesità negli Stati membri, in particolare tra i bambini.

Nonostante i progressi ottenuti nella prevenzione e nella gestione, le malattie croniche stanno aumentando. Entro il 2030, le stime indicano che nell’Unione europea 52 milioni di persone moriranno a causa di una malattia cronica. Come possiamo invertire questa “tendenza”?

Ciascuno può cominciare aiutando se stesso.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ciascuno di noi può ridurre fino all’80% l’insorgenza di ictus e diabete di tipo 2 evitando i fattori di rischio (tabacco, alcol e cibo spazzatura), e praticando 30 minuti di esercizio fisico ogni giorno. Sì, ma come si incoraggiano le persone ad adottare scelte di vita più sane? L’idea di collegare le prestazioni dei servizi sanitari sulla base di “comportamenti sani” da sempre oggetto di dibattito. Valutare i comportamenti infatti tutt’altro che semplice. Il primo problema il monitoraggio e i parametri. Se si accetta un’autocertificazione, che peso hanno l’ambiente in cui si vive e il contesto sociale? Se non si accettano le autocertificazioni, si rischia di incorrere in una violazione della privacy e della libertà personale.

 Altro punto di discussione è il tema della responsabilità. Il singolo deve essere più responsabile circa le proprie scelte di vita oppure sono i governi a dover attuare misure opportune? Alcuni governi in Europa sono già intervenuti, per esempio vietando il fumo nei locali pubblici, o applicando oneri fiscali pesanti su tabacco e alcolici. Altri hanno preso provvedimenti riguardo le informazioni nutrizionali presenti sulle confezioni degli alimenti lavorati. Austria, Ungheria, Islanda, Norvegia e Svizzera hanno seguito l’esempio della Danimarca, che nel 2003 è stato il primo paese al mondo a vietare i grassi insaturi.
I progetti per influenzare le scelte del pubblico verso stili di vita sani in questi anni si stanno dunque moltiplicando. Ma da soli i cittadini non possono farcela. Occorrono parternariati tra istituzioni pubbliche, private e del terzo settore per creare società più sane e affrontare le grandi questioni sociali. A partire dagli inquinanti ambientali (insetticidi, pesticidi, fertilizzanti); dagli additivi artificiali utilizzati in campo alimentare, (zucchero raffinato e acidi grassi insaturi); e dall’inquinamento atmosferico, che è responsabile di 400.000 morti premature in Europa ogni anno.

Il diritto alla salute rappresenta anche per i detenuti il primo dei diritti. Innanzitutto perchè la popolazione detenuta rappresenta un gruppo ad alta vulnerabilità, il cui livello di salute, ancor prima dell’entrata in carcere, è mediamente inferiore a quello della popolazione generale. Inoltre, il principio della pari opportunità (tra liberi e detenuti) all’accesso al bene salute da un lato incontra ostacoli nelle esigenze di sicurezza. Quindi il diritto alla salute in carcere non si esaurisce nell’offerta di prestazioni sanitarie adeguate: particolare attenzione deve essere prestata alle componenti ambientali, assicurando alle persone ristrette condizioni di vita e regimi carcerari accettabili, come recita la Costituzione italiana (art.32, 1° comma) che definisce la salute come “fondamentale diritto dell’individuo” e come “interesse della collettività“.

Con specifico riferimento alle persone recluse, viene in rilievo l’esigenza della “sicurezza”, e dunque il problema centrale è quello dell’estensione del limite di questa esigenza di sicurezza, potenzialmente idoneo ad incidere anche sulle altre espressioni del diritto alla salute e in special modo sul diritto ai trattamenti sanitari, che si traduce nella pretesa all’ottenimento dei trattamenti di miglior livello che, nelle circostanze date, gli operatori sono in grado di fornire, sul rifiuto dei trattamenti sanitari non imposti dalla legge, che discende dall’art. 32, sul diritto a lasciarsi morire, sul divieto di accanimento terapeutico e sul diritto all’ambiente salubre.

Perciò, problemi quali il sovraffollamento, l’inadeguatezza delle condizioni igieniche, la carenza di opportunità di lavoro e di studio, la permanenza per gran parte della giornata in cella, la difficoltà a mantenere relazioni affettive e contatti con il mondo esterno, sono da considerarsi ostacoli determinanti nell’esercizio del diritto alla salute.

Riguardo le carenze del sistema carcerario, il Comitato Nazionale di Bioetica in passato si è già espresso in merito ai gravi problemi di chi vive costretto “dentro le mura”.

La prigione è un luogo di contraddizioni: contraddizione fra il principio della parità dei diritti dentro e fuori le mura (eccetto la libertà di movimento), e le esigenze di sicurezza che tendono a limitarli; fra le norme secondo cui le istituzioni devono garantire “la salubrità degli ambienti di vita” e “gli standard igienico sanitari previsti dalla normativa vigente”, e le reali condizioni di vita nelle celle sovraffollate; fra il significato della pena, basato sulla responsabilità individuale, e la concentrazione in carcere di un numero crescente di persone che appartengono agli strati più deprivati della popolazione; fra il deficit di salute di chi entra negli istituti penitenziari e un carcere che produce sofferenza e malattia.
Sono queste alcune delle ragioni che chiamano alla responsabilità etica nei confronti dei detenuti, in quanto gruppo ad alta vulnerabilità bio-psico-sociale (La Salute “dentro le mura”, CNB, 2013).

La OMS ci informa che i principali disturbi in carcere sono di natura psichica, infettiva e gastroenterica. Alcuni comportamenti poco salutari, come il consumo di tabacco e l’abuso di alcol, associati alla malnutrizione e alla mancanza di attività fisica, possono aggravare gravi patologie croniche come il diabete e l’ipertensione, che hanno prevalenza più elevata rispetto alla popolazione non istituzionalizzata.

Nell’insieme, il carcere si conferma come ambiente a rischio: è a rischio il 13% della popolazione carceraria contro il 7% della popolazione generale. La sproporzione è particolarmente evidente per alcuni disturbi: la dipendenza da droghe raggiunge il 21,5% fra i detenuti contro il 2,1% della popolazione generale; il 15,3% dei detenuti ha problemi dentali (contro il 4,5 fra la p-g.); il 13,5% presenta malattie osteoarticolari e post traumatiche (contro l’11,9 fra la p.g.); il 2,08% soffre di infezione da HIV (contro lo 0,2 della p.g.).

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Ma come funziona l’assistenza sanitaria in carcere? 

Negli istituti penitenziari la suddetta esigenza è soddisfatta assicurando la presenza di un servizio medico e farmaceutico rispondente alle esigenze profilattiche e di cura della salute dei detenuti (art. 11, 1° comma, O.P.), ferma restando la possibilità del “trasferimento”, disposto dal magistrato di sorveglianza, dei condannati e degli internati in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura ove siano necessarie cure o accertamenti diagnostici che non possono essere apprestati dai servizi interni (art. 11, 2° comma, O.P.). I detenuti sono sottoposti a visita medica generale all’atto dell’ingresso in istituto e a periodici riscontri, indipendentemente dalle richieste degli interessati (art. 11, 5° comma, O.P.). Inoltre è loro assicurata la possibilità di richiedere di essere visitati a proprie spese da un sanitario di fiducia (art. 11, 11° comma, O.P.).

L’art. 11 O.P. fissa anche il principio della collaborazione con i servizi pubblici sanitari locali, ospedalieri ed extra ospedalieri, per l’organizzazione e il funzionamento del servizio sanitario per i detenuti, consentendo di ritenere quest’ultimo, anche per effetto delle previsioni del regolamento penitenziario, “come una funzione a cui le risorse esterne direttamente e continuamente collaborano”.

Un altro aspetto della riforma sanitaria in carcere è la collocazione amministrativa del personale sanitario alle dipendenze del SSN e non più dell’Amministrazione Penitenziaria. Questo passaggio rappresenta una garanzia per l’autonomia del personale sanitario.

I detenuti sono esonerati dal sistema di compartecipazione alle spese sanitarie (ticket) e mantengono l’iscrizione al S.S.N., anche se stranieri, per tutto il periodo della detenzione. Inoltre, ogni A.S.L. deve adottare una “Carta dei servizi dei detenuti“, da predisporre consultando gli stessi detenuti e le associazioni di volontariato per la tutela dei diritti dei cittadini.

Le situazioni di “incompatibilità” con la detenzione.

Le situazioni d’incompatibilità possono essere “relative” o “assolute“. Nel primo caso può essere, ad esempio, disposto il ricovero presso un centro diagnostico terapeutico dell’amministrazione penitenziaria, nel secondo si proporrà l’alternativa tra il ricovero in un istituto di cura extra carcerario o la concessione degli arresti domiciliari. In sostanza, il differimento dell’esecuzione della pena potrà essere concesso solo in caso di grave infermità.

Infine, sul diritto del detenuto a non essere curato, con particolare riguardo allo “sciopero della fame”, vale la libertà di autodeterminazione per cui “la vera garanzia del diritto del detenuto a non farsi curare risiede proprio nella mancanza di una previsione legislativa che consenta l’alimentazione forzata in caso di sciopero della fame”.

La OMS sottolinea come condizioni di rischio comuni nelle prigioni il bullismo, il mobbing, la forzata inattività. Si raccomanda perciò di perseguire l’obiettivo di un carcere “sicuro”, sia sotto l’aspetto igienico sanitario che della sicurezza intesa come protezione dalla violenza e dal sopruso. Il rispetto dei diritti umani, insieme a condizioni accettabili di vita carceraria, costituiscono le fondamenta della promozione della salute poiché abbracciano tutti gli aspetti della vita del detenuto. 

 

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Un portale ed un’app che raccolgono l’intera offerta di professionisti e servizi veterinari sul territorio nazionale, un sistema di ricerca facile e veloce dove i proprietari dei “piccoli amici” possono scegliere il medico veterinario più vicino, scambiarsi in rete informazioni utili, lasciare e condividere recensioni sulle oltre 7.000 strutture veterinarie presenti in Italia.

L’obiettivo del portale ScegliereSalute, è quello di consentire ai pet owner di cercare in tempo reale la migliore offerta di servizi veterinari e dare a tutti la possibilità di esprimere un giudizio attraverso una recensione. Le valutazioni degli utenti risponderanno a sei standard di qualità: capacità d’ascolto, disponibilità, chiarezza, professionalità, tempi di attesa e cortesia.

Inoltre la piattaforma permette anche ai medici veterinari di creare gratuitamente il proprio profilo e inserire informazioni e contatti sulla struttura, nonché farsi consigliare e contattare direttamente dai clienti con un click.

Registrandosi sul sito con il proprio account personale, l’utente è in grado di selezionare la struttura e il professionista sanitario di suo interesse, ordinati per categoria, specializzazione, regione e provincia, leggere le recensioni degli altri utenti e scriverne una propria. Le recensioni, inoltre, sono condivise con le strutture veterinarie interessate, e queste invitate a interloquire con gli stessi utenti, chiarendo dubbi e offrendo loro informazioni.

Non solo medici veterinari: dal sito ScegliereSalute si accede a una banca dati di oltre 350 mila tra medici, professionisti sanitari, strutture sanitarie e centri diagnostici, pubblici e privati, presenti in Italia.

«La sanità animale ha un ruolo rilevante nel nostro sistema sanitario, – spiegano Giuseppe Lorusso e Angelo Marvulli, trentenni baresi fondatori di Scegliere Salute – e l’obiettivo di questo portale è quello di contribuire a migliorare la sensibilità comune verso la prevenzione e la cura del proprio animale, migliorando il grado di fiducia e la valutazione del professionista della salute animale».

Secondo l’ultima indagine Assalco-Zoomark gli italiani sono fermamente convinti dell’influenza positiva della presenza di un animale da compagnia in famiglia. Gli attribuiscono infatti la capacità di generare benessere e di favorire uno stile di vita sano e piacevole. Viverci insieme (lo sostiene il 67% degli italiani e il 74% dei proprietari) può far bene a fisico e psiche.

Quindi se il legame con il proprio pet per molti è considerato un legame sociale, di reciproco beneficio, talvolta “terapeutico”, la scelta dei medici veterinari è fondamentale perché oltre al loro lavoro clinico, diventano importanti osservatori dei riflessi affettivi e socio-economici di questa relazione con i proprietari dei 60 milioni di piccoli animali, di cui 14 milioni tra cani e gatti.

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