Il caso di Zenon Bartlett, 16enne britannico che a due giorni da Natale, dopo aver fatto coming out e al termine della sua prima storia amorosa, decide tragicamente di togliersi la vita nella sua cameretta, riapre la tormentata questione del disagio degli adolescenti omosessuali. E delle continue vessazioni che spesso a scuola subiscono dai bulli di turno. Anche il cinema la scorsa stagione ne ha rappresentato la condizione in tutta la sua drammaticità con la bellissima pellicola del regista Ivan Cotroneo, Un bacio.

La realtà parla di numerosi casi come quello di Zenon anche e soprattutto in Italia. Tristemente doloroso è stato il caso del ragazzo di Bari suicidatosi a maggio scorso perchè non accettato dalla famiglia adottiva. Il silenzio sul tema dell’omofobia nelle famiglie e nelle scuole non fa bene alla personalità in formazione di un adolescente, molto fragile di natura. E il costituzionalista Andrea Pugiotto ha ricordato che: “le etichette denigratorie (frocio invece di gay), le etichette categoriali (culattoni invece di omosessuali), gli scherzi di odio (che, ridendo, rinsaldano il pregiudizio, come rappresentato in una nota sequenza del film Philadelphia di Jonathan Demme), il ricorso agli insulti («nella vita bisogna provare tutto, tranne la droga e i culattoni», Renzo Bossi dixit), fino ad integrare vere e proprie fattispecie di reato (ingiuria, diffamazione, istigazione)“.

Un ragazzo su quattro che si uccide tra i 16 e i 25 anni lo fa per l’omofobia, secondo una ricerca dell’Università di Edinburgo. «Il suicidio è l’espressione estrema di un’esperienza comune per gay, lesbiche e trans: la percezione di un ambiente ostile, la paura di essere rifiutati, che diventa convinzione di essere sbagliati. Si chiama minority stress, “stress da minoranza”, e colpisce chi appartiene a gruppi emarginati», spiega Vittorio Lingiardi, psichiatra e direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia alla Sapienza di Roma. «Chi ha un orientamento sessuale minoritario ha una difficoltà in più: se ti discriminano perché sei nero o ebreo, quando torni a casa trovi il sostegno della famiglia. I gay molto spesso sono costretti a “nascondersi” anche a lì», aggiunge.

Mentre in Italia la proposta di legge contro l’omofobia (DDL Scalfarotto) è in stallo in Parlamento, nonostante la strage di Orlando, prima di Natale il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea, nella quale chiede con forza agli Stati membri di colmare le lacune legislative in materia di discriminazione e violenza omofoba.

«L’Unesco dice che l’omofobia è un comportamento appreso, non la reazione naturale per i ragazzini. Gli adolescenti — etero e gay — hanno bisogno di identificarsi in base alla sessualità. Lo fanno in maniera aggressiva e discriminatoria solo se la società è omofobica. Altrimenti diventa un fattore di differenziazione positivo. Sta agli adulti che hanno intorno, in famiglia, a scuola e nelle istituzioni, insegnarglielo».

Numerose associazioni in Italia svolgono un’intensa attività di counseling a favore dei ragazzi e delle persone omosessuali in difficoltà: il telefono amico e il Gay Help Line  sono  alcuni esempi di servizi di volontariato per prevenire questi fenomeni. La consapevolezza diffusa è che contro i casi di bullismo ed omofobia sia necessaria una condotta esemplare delle istituzioni educative (famiglia, scuola, parrocchie…) ma una legge contro le discriminazioni sarebbe necessaria.

 

Siamo tra i popoli più longevi d’Europa (il 22% ha superato i 65 anni), ma con un tasso di natalità (8xmille) più basso tra quelli dell’UE. In questo contesto è cresciuta esponenzialmente la domanda di prestazioni sanitarie, rimasta disattesa a causa dei tagli alla Sanità (passata da 93,3 miliardi nel 2000 a 148,1 nel 2015), che di certo non aiutano ad accorciare i tempi biblici delle liste d’attesa (500 giorni per una mammografia!). Contemporaneamente è aumentato anche il costo dei ticket sanitari a carico dei cittadini, che hanno preferito quindi altre forme private di tutela sanitaria. Oppure, come spesso succede, hanno rinunciato completamente alle cure mediche.

Secondo l’ultima indagine dell’Istat (2013), infatti, sono circa due milioni e mezzo le persone che hanno rinunciato per motivi economici, un milione e 200mila erano donne, 800mila dai 40 ai 64 anni, proprio nell’età in cui è più necessario fare prevenzione. In questo 9,5% della popolazione che non ha potuto fruire di prestazioni che dovrebbero essere garantite dal servizio sanitario pubblico, a pagare di più gli effetti di questa grande recessione economica (iniziata nel 2008 e mai finita) sono soprattutto i giovani: l’11% dei ragazzi sotto i 18 anni vivono in famiglie povere.

Se è vero che “la salute è la più grande forza di un popolo civile”, il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) ha però dimostato la sua incapacità di mantenere adeguati livelli di copertura sanitaria pubblica per tutti i cittadini. Per far fronte alle molteplici carenze del SSN, i pazienti hanno fatto più frequentemente ricorso ad Enti della Sanità Integrativa (Fondi Sanitari, Casse di assistenza sanitaria e soprattutto a Società di Mutuo Soccorso) come per esempio il Gruppo Health Italia. Secondo il Censis, il 57,1% degli italiani è a favore del cosiddetto “secondo pilastro”, e sono 26,5 milioni gli italiani che si dicono propensi ad aderirvi.

Al tempo della Sanità digitale, non è più avveniristico permettere ai pazienti-utenti di prenotare online le visite specialistiche beneficiando magari di tariffe convenzionate. E’ l’idea coltivata da tempo dal team di ScegliereSalute e fondata sul valore dell’accesso universale alle cure mediche.

La nostra idea di Sanità – ci dice Giuseppe Lorusso, co-fondatore del sito ScegliereSalute.it – è quella di garantire nuove forme di accesso ai servizi sanitari e offire una valida alternativa ai rigidi schemi del SSN”. Nato per recensire e condividere informazioni su centri sanitari e specialisti, ScegliereSalute è pronto a offrire un nuovo servizio, facile e veloce, di prenotazione online di prestazioni sanitarie. Per ampliare la gamma di servizi offerti, ScegliereSalute in totale trasparenza ha scelto di ospitare le prestazioni di centri diagnostici e professionisti convenzionati, gratuitamente, senza alcuna fee di ingresso, ma con l’impegno a mantenere calmierati i prezzi delle prestazioni in modo da consentire facile accesso a tutti.

Con questo nuovo servizio di booking online sarà possibile acquistare oltre che visite mediche anche prestazioni diagnostiche per via delle convenzioni con grandi gruppi sanitari privati (ad esempio Gruppo Kos) con tariffe più basse di almeno il 10% rispetto a quelle offerte direttamente dai centri stessi.

Sono oltre 11 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno fatto ricorso alla Sanità privata, considerata ormai un’opportunità per colmare le lacune del servizio pubblico e per rispondere alla domanda di salute degli italiani. Celermente ed efficacemente.

Spesso si parla di lavori “stressanti” o attività quotidiane da svolgere “sotto stress”. Con gli anni sono diventate nuove skill essenziali per stare al passo coi tempi (precari) che corrono e soprattutto con il mercato fortemente competitivo. Ma che cosa significa veramente “soffrire di stress sul lavoro”? Giovedì 28 aprile l’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha scelto il tema “stress lavoro correlato” per la Giornata Mondiale per la Salute e della Sicurezza sul Lavoro”.

stressa lavoro classificaSecondo i dati di una ricerca pubblicata dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA), il livello dei rischi psicosociali nei luoghi di lavoro europei è elevato: il 77% delle imprese segnala la presenza di almeno un fattore di rischio come il dover gestire clienti, pazienti o allievi difficili (58%), avere ritmi pressanti (43%); nelle aziende dell’Ue con 20 o più impiegati, solo il 33% segnala di essersi dotato di un piano d’azione per la prevenzione dello stress lavoro-correlato. Alcuni esempi di condizioni di lavoro che comportano rischi psicosociali sono: carichi di lavoro eccessivi; richieste contrastanti e mancanza di chiarezza sui ruoli; scarso coinvolgimento nei processi decisionali e mancanza di influenza sul modo in cui il lavoro viene svolto; gestione inadeguata dei cambiamenti organizzativi, precarietà; comunicazione inefficace, mancanza di sostegno da parte dei colleghi o dei superiori; molestie psicologiche e sessuali, violenza da parte di terzi.

Secondo l’Ilo: “a causa dei cambiamenti importanti nelle relazioni industriali e dell’attuale recessione economica, i lavoratori si confrontano con i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e con le ristrutturazioni, la diminuzione delle opportunità lavorative, l’aumento della precarietà, la paura di perdere il lavoro, i licenziamenti massicci e la disoccupazione, la diminuzione della stabilità finanziaria, con serie conseguenze per la loro salute mentale e per il loro benessere” (Fonte AdnKronos Salute).

In un contesto così complesso, l’ambiente di lavoro rappresenta un’importante fonte di rischio psicosociale, ma è anche il luogo ideale per affrontare tali rischi in modo da proteggere la salute e il benessere dei lavoratori.

 

 

Si dice che sono “multitasking”, ovvero sanno svolgere più attività contemporaneamente. E poi sono in modalità “always on”, perennemente connessi. Questo li rende più liberi ma al contempo più fragili rispetto alle dipendenze.

Controllano lo smartphone un centinaio di volte al giorno, sono ossessionati dall’ansia di condividere, sempre e comunque, e incollati alla consolle di un videogame, perdendo completamente la cognizione del tempo…

Sulla dipendenza da internet: è un fatto ormai assodato che l’uso eccessivo della rete porta progressivamente a difficoltà soprattutto nell’area relazionale dell’individuo, sia familiare che scolastica, cosicché il soggetto viene assorbito totalmente dalla sua esperienza virtuale, restando “agganciato alla rete” (Cantelmi et. All 2000) e rischiando anche gravi episodi dissociativi.

Secondo la Dott.ssa Grattagliano dello Studio di Psichiatria di Napoli, “la dipendenza dalla rete passa attraverso fasi. La fase iniziale, tossicofilica, è caratterizzata da un’attenzione eccessiva per la mail box, una polarizzazione ideo-affettiva su temi inerenti la rete, un incremento del tempo di permanenza on line con difficoltà a sospenderla, intensa partecipazione a chat e newsgroup, collegamenti notturni e perdita di sonno. La seconda fase,tossicomanica, è correlata a fenomeni psicopatologici; è caratterizzata dall’incontro con i MUD e da collegamenti  così prolungati da compromettere la vita sociale”.

“Le evidenze delle neuroscienze mostrano come siano sollecitate aree cerebrali diverse”- spiega Laura Ambrosiano, psicoanalista della Società psicoanalitica Italiana. “Il funzionamento della mente dei ‘nativi’ è diverso rispetto agli ‘immigrati digitali’, come viene definito chi appartiene alle generazioni precedenti. In futuro – continua – la loro modalità di pensiero costantemente iperconnessa potrebbe portare a modificazioni importanti. Ora tuttavia possiamo provare a tracciare un identikit del nativo, sulla base degli studi disponibili”.

I nativi, inoltre, mostrano di possedere un sapere enciclopedico, più vasto degli immigrati, eppure meno sistematico, e a volte con gravi lacune: “Imparano ciò che è utile a loro, per condividerlo subito con il gruppo, perché è nel gruppo che si risolve spesso la loro ricerca di soddisfazione”.

Per scoprire quanto le nuove tecnologie, e in particolare l’uso dello smartphone, ci assorbono totalmente, è nata Menthal, un’app ideata dai ricercatori dell’Università di Bonn, che traccia il nostro comportamento con il dispositivo. “Chi la installa (inizialmente mette in coda d’attesa) non vede solo quanto tempo gli rubano le chiamate, ma anche quali sono le applicazioni usate più frequentemente. E se l’app di Twitter viene usata per diverse ore al giorno, allora forse è meglio che spegniate tutto e resettiate, fissando nuove priorità”.

Quindi occorre fare molta attenzione a non fare un uso smodato dei dispositivi. Perchè accendere uno smartphone e aprire un’applicazione è spesso il modo migliore per buttare via un’occasione, deconcentrarsi sul lavoro e soprattutto dilapidare tempo prezioso della vostra vita.

 

I primi sintomi di casi di dislessia (DSA) si presentano generalmente intorno alla seconda elementare, oppure indicatori precoci possono registrarsi già dai 4 o 5 anni del bambino. I segnali riguardano un’inattesa difficoltà nell’apprendimento della lettura e della scrittura. In particolare in difficoltà comunicative linguistiche come: la scarsa conoscenza delle parole e dei significati; difficoltà con filastrocche e frasi in rima; scarsa capacità di costruzione della frase; problemi di memoria nell’apprendimento delle parole.

AID Italia, l’Associazione Italiana Dislessia, consiglia “ai genitori che sospettano di avere un figlio dislessico di rivolgersi al pediatra e agli insegnanti per valutare eventuali percorsi di potenziamento per risolvere le problematiche evidenziate. Se l’attività didattica risulta inefficace, bisogna fare, al più presto, una valutazione diagnostica”. La diagnosi deve essere fatta da specialisti esperti mediante specific test standardizzati e condivisi (test per intelligenza, capacità di scrittura, capacità di lettura, comprensione del testo, capacità del calcolo).

La ricerca scientifica sta facendo importanti passi avanti per valutare terapie per contrastare e prevenire l’insorgenza di questi disturbi. Ad esempio è attuale lo studio dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù e della Fondazione Santa Lucia di Roma, pubblicato sulla rivista scientifica Restorative, Neurology and Neuroscience, secondo cui “la stimolazione cerebrale migliora la capacità di lettura dei bambini dislessici“(fonte Agensir).

Imfatti, dopo 6 settimane di stimolazione cerebrale trattamento non invasivo, velocità e accuratezza di lettura aumentati del 60%. La dislessia è un disturbo che in Italia colpisce circa il 3% dei bambini in età scolare con ripercussioni sull’apprendimento, sulla sfera sociale e psicologica.

Per condurre lo studio è stata utilizzata la tecnica di stimolazione transcranica a corrente diretta (Tdcs), procedura non invasiva con passaggio di corrente a basso voltaggio già impiegata per la terapia di alcuni disturbi come l’epilessia focale o la depressione. Per la prima volta è stata utilizzata dai ricercatori del Bambino Gesù su 19 bambini e adolescenti dislessici di età compresa tra i 10 e i 17 anni, che dopo 6 settimane di trattamento hanno migliorato del 60% la velocità e l’accuratezza in alcune prove di lettura, passando da 0,5 a 0,8 sillabe lette al secondo. 0,3 sillabe di miglioramento al secondo è quanto un bambino dislessico ottiene spontaneamente (ovvero senza terapia) nell’arco di un intero anno. Le competenze acquisite si sono dimostrate stabili anche dopo un mese dall’ultima seduta e ulteriori valutazioni verranno effettuate a 6 mesi dalla fine trattamento per verificarne l’efficacia a lungo termine. “Uno studio preliminare i cui dati attendono di essere supportati da indagini su casistiche ancora più ampie, ma i risultati ottenuti in questa prima fase sono di grande importanza dal punto di vista clinico” sottolinea Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria infantile del Bambino Gesù, perché possono aprire “la strada a nuove prospettive di riabilitazione della dislessia”.

 

 

L’esercizio fisico nelle persone anziane fa bene al cervello e alla salute. Secondo uno studio pubblicato on line su ‘Neurology’, la rivista medica della American Academy of Neurology, chi pur essendo in là con gli anni effettua costantemente attività fisica, può contare su un cervello 10 anni più giovane rispetto a chi non pratica sport.

Secondo gli esperti statunitensi “L’attività fisica aiuta a ridurre il carico di deterioramento cognitivo, costa poco e non interferisce con le terapia farmacologiche che spesso gli anziani devono seguire”.

Il rischio di mortalità prematura legata a scorretti stili di vita, di cui la sedentarietà costituisce uno degli elementi salienti, aumenta in modo significativo tra le persone con oltre 65 anni di età, la fascia di popolazione in più rapido aumento in Italia e più colpita da patologie croniche o malattie non trasmissibili.

In base alle raccomandazioni dell’Oms, i livelli di attività fisica raccomandati per gli adulti over 65 anni: 1. Almeno 150 minuti alla settimana di attività fisica aerobica di moderata intensità o almeno 75 minuti di attività fisica aerobica con intensità vigorosa ogni settimana o una combinazione entrambe. 2. L’attività aerobica dovrebbe essere praticata in sessioni della durata di almeno 10 minuti. 3. Per avere ulteriori benefici, aumentare l’attività fisica aerobica di intensità moderata a 300 minuti per settimana, o impegnarsi in 150 minuti di attività fisica aerobica di intensità vigorosa ogni settimana, o una combinazione di entrambe. 4. In caso di mobilità scarsa, svolgere attività fisica per tre o più giorni alla settimana, per migliorare l’equilibrio e prevenire le cadute. 5. Le attività di rafforzamento muscolare dovrebbero essere fatte due o più giorni alla settimana. 6. Se non è possibile svolgere la quantità raccomandata di attività fisica, adottare uno stile di vita attivo adeguato alle loro capacità e condizioni.

Più di 3 milioni di persone in Italia, in gran parte adolescenti nella fascia 18-24 anni, sono adusi ad un consumo smodato di alcool. Secondo le stime della Relazione annuale inviata dal Ministero della Sanità al Parlamento Italiano, sono in aumento le “abbuffate di alcool” a stomaco vuoto già all’età di 11 anni.

Nella relazione si legge che il 10% degli uomini e il 2,5% delle donne con più di 11 anni hanno dichiarato di aver consumato 6 o più bicchieri di bevande alcoliche in una sola occasione e che sono poco più dell’11% coloro che lo hanno fatto tra gli 11 e i 15 anni; ma la percentuale sale a 7,4% per i ragazzi e 4,6% per le ragazze tra i 15 e i 17 anni che si sono ubriacati durante l’ultimo anno e ammontano a 21% i maschi e 7% le femmine tra i 18-24 anni.

Il Ministero della Salute persevera nel ribadire la pericolosità dell’alcool per la salute, che costituisce “ un serio problema di sanità pubblica” che sottopone agravi rischi per la salute e la sicurezza non solo del singolo bevitore ma anche all’intera società”.

alcol2C’è poi la categoria dello “sballo del sabato sera” con l’uso combinato di sostanze stupefacenti illegali (dalla cannabis fino alle smart drugs). Il fenomeno cosiddetto del “binge drinking“, ovvero bere tanti alcolici in poco tempo, è la principale casusa del rischio di ipertensione tra i giovanissimi.

“Il consumo di bevande alcoliche in grandi quantità costituisce di per sé un rischio per la salute, ma aumenta anche il rischio di diventare obesi”, osserva Italia Salute . “Il motivo non risiede solo nel grande contenuto calorico degli alcolici, ma sta soprattutto nei cambiamenti che avvengono nel cervello e più precisamente nelle sedi del “sistema di ricompensa cerebrale”.

 

I dati europei: 120 mila decessi prematuri all’anno dovuti al consumo eccessivo di alcol

Nei paesi dell’Unione europea l’alcol è ritenuto responsabile di circa 120 mila morti premature all’anno: una su 7 tra gli uomini e una su 13 tra le donne di età 15-64 anni.
I dati confermano inoltre che sono gli abitanti della UE a detenere il triste primato del consumo di alcol pro capite a livello globale: i cittadini comunitari (Croazia inclusa) bevono 10,2 litri di alcol puro l’anno pro capite. Una quantità che, se consideriamo anche la Norvegia, la Svizzera e gli altri stati candidati ad entrare nella UE scende di poco (9,4 litri annui pro capite). Il trend degli ultimi 20 anni, a fronte di una media leggermente in calo, registra infatti un aumento sensibile delconsumo pro capite nell’Europa centrale ed orientale, lieve nel nord, una diminuzione moderata nella zona occidentale e marcata al sud (area che comprende l’Italia).

 

Ambiente killer per 12,6 milioni di persone nel mondo, decedute a causa dell’inquinamento ambientale, inteso come inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, esposizioni chimiche, cambiamenti climatici e radiazioni ultraviolette.

In Europa, nel 2012, l’esposizione a fattori di rischio ambientale è costata la vita a 1,4 milioni di persone. E’ quanto emerge dal Rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sull’impatto dell’inquinamento ambientale, secondo cui questi elementi contribuiscono all’insorgenza di più di 100 malattie e danni alla salute.

Secondo Flavia Bustreo, vicedirettore generale dell’Oms per la Salute della famiglia, delle donne e dei bambini,
“Un ambiente sano è alla base di una popolazione sana e se i Paesi non intraprendono al più presto azioni volte a ridurre l’inquinamento e migliorare le condizioni dell’ambiente in cui si vive e si lavora, in milioni continueranno ad ammalarsi e a morire prematuramente”.

Il nuovo rapporto Oms, che arriva a 10 anni di distanza dalla prima edizione, delinea azioni concrete che i Paesi possono mettere in atto per invertire la tendenza al rialzo registrata in termini di malattie e morti legate all’inquinamento ambientale.

Tra i principali rimedi per ridurre i rischi di inquinamento ambientale contemplati dal Rapporto OMS, c’è la riduzione dell’uso di combustibili solidi per cucinare o l’utilizzo di tecnologie energetiche a bassa emissione di carbonio. “E’ necessario agire in fretta – fa notare la Bustreo – e investire in strategie efficaci per ridurre i rischi ambientali nelle nostre città, case e luoghi di lavoro. Investimenti mirati possono aiutarridurre a livello globale e in modo significativo il crescente numero di malattie cardiovascolari e respiratorie, così come anche di tumori, e al tempo stesso a ridurre i costi del sistema sanitario”.

Nel rapporto emerge che i più esposti ai fattori di rischi ambientali sono i bambini al di sotto dei cinque anni e gli adulti fra i 50 e i 75 anni. Ogni anno 1,7 milioni di bimbi al di sotto dei cinque anni e 4,9 milioni di adulti tra i 50 ei 75 perdono la vita per cause che potrebbero essere evitate grazie a una migliore gestione dell’ambiente. Sono infatti i più piccoli a essere maggiormente colpiti da infezioni delle basse vie respiratorie e dalle malattie diarroiche, mentre le persone anziane sono le più esposte a patologie non trasmissibili.

Osservando oltre 100 categorie di patologie e di danni alla salute, la stragrande maggioranza dei decessi correlati ai rischi ambientali sono dovuti a malattie cardiovascolari, come ictus e cardiopatie ischemiche (ictus 2,5 milioni di morti ogni anno; cardiopatie ischemiche 2,3 milioni); lesioni involontarie come morti per incidenti stradali (1,7 mln); tumori (1,7 mln); malattie respiratorie croniche (1,4 milioni); malattie diarroiche (846.000); infezioni delle vie respiratorie (567.000); condizioni neonatali (270.000); malaria (259.000); lesioni volontarie come suicidi (246.000).

Il Corriere della Sera riferisce che “riguardo allo specifico inquinamento dell’aria, l’Italia a novembre era risultato il Paese dell’Unione europea con più morti prematuri secondo il Rapporto dell’Agenzia per l’ambiente europea. Nel nostro Paese nel 2012 59.500 decessi erano attribuibili al particolato fine (PM 2.5), 3.300 all’ozono (O3) e 21.600 al biossido di azoto (NO2). L’Italia guidava la classifica europea delle morti da biossido di azoto, dovute agli scarichi delle auto, in particolare ai veicoli diesel. Anche sull’ozono eravamo primi in Europa, mentre sulle polveri sottili, emesse anche dalla combustione delle biomasse, eravamo primi insieme alla Germania”.
Il nuovo rapporto dell’Oms indica le strategie per migliorare l’ambiente e per prevenire le malattie legate all’inquinamento ambientale. L’utilizzo per esempio di tecnologie e combustibili puliti per le attività di tipo domestico come cucinare, o per il riscaldamento e l’illuminazione delle case, permetterebbe di ridurre le infezioni respiratorie acute, le malattie respiratorie croniche, le malattie cardiovascolari e le ustioni. Aumentare l’accesso all’acqua potabile e a servizi igienici adeguati o la promozione di semplici azioni, quali ad esempio lavarsi le mani regolarmente, ridurrebbe ulteriormente l’incidenza delle malattie diarroiche.
Anche la legislazione ha un ruolo chiave, come il miglioramento della circolazione nelle città e una buona pianificazione dell’assetto urbano, abbinati alla costruzione di abitazioni dotate di un efficiente sistema energetico. A Curitiba, nello Stato del Paranà in Brasile, ad esempio l’amministrazione ha fatto numerosi investimenti per rendere più vivibili i quartieri particolarmente disagiati, prevedendo il riciclo dei rifiuti, la creazione di spazi verdi e la costruzione di piste pedonali e ciclistiche.

I numeri hanno dimostrato gli effetti positivi di misure semplici, ma al tempo stesso efficaci: nonostante un aumento della popolazione 5 volte maggiore negli ultimi 50 anni, i livelli di inquinamento dell’aria sono relativamente inferiori rispetto a molte altre città in rapida crescita e l’aspettativa di vita è risultata essere di due anni superiore rispetto alla media nazionale. Durante la prossima Assemblea mondiale della sanità a maggio, l’Oms presenterà una road map per guidare la risposta globale da parte del settore sanitario nel ridurre gli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico sulla salute.

In Italia sono circa 3 milioni i giovani che soffrono di disturbi del comportamento alimentare (Dca), di cui il 95,9% sono donne e il 4,1% uomini. Il numero di decessi in un anno per anoressia nervosa si aggirano tra il 5,86 e 6,2%, tra 1,57 e 1,93% per bulimia nervosa e per gli altri disturbi tra 1,81 e 1,92%. I dato sono stati presentati dall’AdiAssociazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica – in occasione della “V Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla” dedicata alla sensibilizzazione e alla prevenzione dei disturbi del comportamento alimentare.

Si stima che l’anoressia, ad esempio, sia la prima causa di morte fra le ragazze dai 15 ai 25 anni e l’età d’esordio del disturbo si stia abbassando coinvolgendo sempre più maschi.

I disturbi del comportamento alimentare possono compromettere seriamente la salute di tutti gli organi e apparati del corpo (cardiovascolare, gastrointestinale, endocrino, ematologico, scheletrico, sistema nervoso centrale, dermatologico ecc.) e portare alla morte. Per questo in Italia è nato a Roma, presso il complesso ospedaliero del San Giovanni Addolorata, la prima struttura del genere in Italia destinata  ad assistere pazienti in coma o in pericolo di vita a causa di disturbi alimentari.

Alcune storie di giovani pazienti che lottano contro anoressia nervosa e altri disturbi alimentari, sono stati raccolti da Stefano Vicari e Ilaria Caprioglio, autori del libro “Corpi senza peso” (Ed. Erickson), che mette in evidenza l’impegno di un’equipe ospedaliera e gli stati d’animo di cinque giovani pazienti.

Secondo i dati, negli ultimi anni l’età di insorgenza dell’anoressia nervosa, indicata tra i 15-19 anni, si è abbassata molto. Perché? «La prima spiegazione è che nei paesi occidentali la pubertà è sempre più precoce: il primo ciclo per le ragazze arriva presto e sono proprio loro ad essere le più colpite.

Nel libro di Vicari e Caprioglio si sostiene che “in Italia oggi fa più paura una malattia mentale che il cancro, perché il disturbo psichiatrico viene collegato all’isolamento sociale”.

 

 

A partire dagli ultimi decenni dello scorso millennio si è registrato un crescente interesse a livello mondiale per il tema della salute, concepita non più in una dimensione di responsabilità individuale, ma come diritto-dovere che chiama in causa la collettività. La promozione della salute non richiede solo il coinvolgimento consapevole del singolo, ma soprattutto interventi organici e coerenti da parte di politiche pubbliche lungimiranti.

E’ in questa ottica che l’OMS, in continuità con un percorso iniziato alla fine degli anni 70, ha lanciato, nel gennaio 2004, la Strategia Globale per la Dieta, l’Attività Fisica e la Salute, sollecitando il coinvolgimento dei governi del mondo in unazione coordinata per la salvaguardia della salute e del benessere di tutti gli abitanti del pianeta Terra. L’iniziativa viene considerata dalla Commissione Europea come elemento chiave in una strategia dell’UE volta ad affrontare l’aumento dell’obesità negli Stati membri, in particolare tra i bambini.

Nonostante i progressi ottenuti nella prevenzione e nella gestione, le malattie croniche stanno aumentando. Entro il 2030, le stime indicano che nell’Unione europea 52 milioni di persone moriranno a causa di una malattia cronica. Come possiamo invertire questa “tendenza”?

Ciascuno può cominciare aiutando se stesso.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ciascuno di noi può ridurre fino all’80% l’insorgenza di ictus e diabete di tipo 2 evitando i fattori di rischio (tabacco, alcol e cibo spazzatura), e praticando 30 minuti di esercizio fisico ogni giorno. Sì, ma come si incoraggiano le persone ad adottare scelte di vita più sane? L’idea di collegare le prestazioni dei servizi sanitari sulla base di “comportamenti sani” da sempre oggetto di dibattito. Valutare i comportamenti infatti tutt’altro che semplice. Il primo problema il monitoraggio e i parametri. Se si accetta un’autocertificazione, che peso hanno l’ambiente in cui si vive e il contesto sociale? Se non si accettano le autocertificazioni, si rischia di incorrere in una violazione della privacy e della libertà personale.

 Altro punto di discussione è il tema della responsabilità. Il singolo deve essere più responsabile circa le proprie scelte di vita oppure sono i governi a dover attuare misure opportune? Alcuni governi in Europa sono già intervenuti, per esempio vietando il fumo nei locali pubblici, o applicando oneri fiscali pesanti su tabacco e alcolici. Altri hanno preso provvedimenti riguardo le informazioni nutrizionali presenti sulle confezioni degli alimenti lavorati. Austria, Ungheria, Islanda, Norvegia e Svizzera hanno seguito l’esempio della Danimarca, che nel 2003 è stato il primo paese al mondo a vietare i grassi insaturi.
I progetti per influenzare le scelte del pubblico verso stili di vita sani in questi anni si stanno dunque moltiplicando. Ma da soli i cittadini non possono farcela. Occorrono parternariati tra istituzioni pubbliche, private e del terzo settore per creare società più sane e affrontare le grandi questioni sociali. A partire dagli inquinanti ambientali (insetticidi, pesticidi, fertilizzanti); dagli additivi artificiali utilizzati in campo alimentare, (zucchero raffinato e acidi grassi insaturi); e dall’inquinamento atmosferico, che è responsabile di 400.000 morti premature in Europa ogni anno.