Sesso, droga, rock n roll e..?

Sesso, droga e rock n roll. L’adagio più famoso accostato al mondo della musica trasgressiva, ha sempre funzionato, anche perchè spesso suffragato da fatti reali che ne provano l’effettività. Queste tre semplici parole vennero usate per la prima volta insieme negli ultimi anni 60, ma fu nel 77 che ebbero un incredibile consacrazione, quando il musicista britannico Ian Dury pubblicò il brano dall’omonimo titolo, ad oggi il suo singolo più famoso. Qualche anno dopo però nell’immaginario di alcuni se ne aggiunse una quarta, molto meno divertente, l’HIV. Era la fine degli anni 80 e quando un emaciato e magrissimo Rock Hudson apparve alla televisione annunciando di aver preso la malattia, l’ex idolo delle donne ai tempi del cinema anni 50 e 60, un “vero macho” come si era proposto per decenni, ammise anche di essere omosessuale. Cominciò così a venire a galla “la peste” del XX secolo che in poco tempo avrebbe mietuto migliaia di vite. Più che la malattia dei gay come in un primo tempo si era additato, era la malattia del sesso libero, perché avrebbe colpito anche gli etero, tutti coloro che avevano rapporti con molteplici persone diverse. Era l’eredità della liberazione sessuale predicata e applicata dagli anni 70.

A lungo Mercury aveva tenuto nascosta la sua omosessualità, era stato anche sposato con una donna, Mary Austin, che gli rimase accanto anche quando frequentava altri uomini: «Nonostante la sua omosessualità, Freddie la definiva l’amore della sua vita, erano molto in sintonia». A lei lasciò in eredità la sua villa di Londra e molti dei suoi soldi. «Era un uomo pieno di contraddizioni, estroverso e timido, travolgente e sensibile. Prima ancora di cominciare si era costruito un’immagine piena di colori e sicurezza. Era già una rockstar prima ancora di incidere un disco. Era come un pavone: riusciva a tradurre in realtà la sua fantasia» racconta ancora May. Chi era davvero Freddie Mercury, oltre a essere stato uno dei più dotati cantanti della storia del rock? Per May «Forse tutti noi musicisti dentro siamo fragili. Giriamo il mondo con la chitarra per compensare». Gli rimane un unico rimpianto: se fosse sopravvissuto ancora un pò, dice, forse si sarebbe salvato per via delle nuove cure.

Ma oggi l’HIV può dirsi davvero debellato?

Oggi in Italia sono in terapia più di 100mila pazienti con HIV. Secondo l’ultimo bollettino del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità i cui dati si riferiscono al 2016, poco meno di 4000 sono le nuove diagnosi di infezione che vengono fatte ogni anno, con una incidenza di circa 5,7 su 100mila abitanti“Un elemento, quest’ultimo, da non sottovalutare – spiega il Prof. Massimo Andreoni – perché equivale a un grosso fallimento: non siamo stati in grado di interrompere la trasmissione di questa malattia”Le fasce d’età più a rischio sono quelle più giovani, tra i 25 e i 29 anniNel 50% dei casi si tratta di maschi che fanno sesso con maschi; rimane costante, invece, il numero di donne con nuova diagnosi di HIV (30%). Nel 2016 sono state segnalate 796 nuove diagnosi di HIV in donne, delle quali 488 (61,3%) in donne straniere e 297 (38,7%) in donne italiane.

La modalità di contagio prevalente è quella sessuale, mentre la trasmissione tramite tossicodipendenza riguarda una quota minimale, pari a pochi punti percentuali. Si osserva, anche, un rilevante numero di stranieri con una nuova diagnosi di HIV. E’ stato stimato, inoltre, che il 40% delle persone alla prima diagnosi risulta essere inconsapevole di essersi esposta all’HIV. La trasmissione per uso iniettivo di sostanze, la trasmissione eterosessuale, l’essere residenti nel Nord Italia, il genere femminile, nonché l’età più avanzata sono risultati fattori di rischio associati alla inconsapevolezza del rischio di HIV.

Il primo passo per debellare la malattia, è come sempre, fare sesso protetto, check up regolari ed informarsi. Oggi salvarsi si può, ma la malattia deve essere scoperta in tempo utile. Chissà se Freddie Mercury fosse nato 10 anni più tardi, se oggi sarebbe ancora vivo e quanta meravigliosa musica ci avrebbe donato. Una cosa è certa, “Freddie” non si è mai vergognato di se stesso: nella vita privata era come quando era sul palco: l’icona di chi vuole godere fino in fondo della vita, anche fino alla morte.

Quanto posso bere al giorno senza nuocere alla mia salute?

Per rispondere a questa domanda prima di tutto bisogna fornire un accenno chimico della composizione degli alcolici che abitualmente ingeriamo. Le bevande alcoliche sono generalmente costituite per la maggior parte da acqua, e per la restante parte da alcol etilico (altresì detto etanolo), la restante minima parte è rappresentata da altre sostanze come composti aromatici, coloranti, vitamine ecc.

L’etanolo, che si trova in parte consistente negli alcolici, è una sostanza estranea al nostro organismo, ed in grosse quantità tossica. Il corpo umano è in grado di sopportare l’etanolo in piccole dosi, ma se queste crescono eccessivamente, non è più in grado di smaltirlo efficacemente.

Generalmente per misurare gli alcolici si usa l’unità di misura “UA” (Unità alcolica appunto). Il limite è dato da massimo 2/3 Unità per un uomo adulto, 1/2 per una donna e non più di 1 per una persona anziana.

A quanto corrispondono queste unità alcoliche?

Una Unità Alcolica (U.A.) corrisponde a circa 12 grammi di etanolo; una tale quantità è contenuta in un bicchiere piccolo (125 ml) di vino di media gradazione, o in una lattina di birra (330 ml) di media gradazione o in una dose da bar (40 ml) di superalcolico. L’equivalente calorico di un grammo di alcol è pari a 7 kcal.

Unità alcoliche per bevanda:

Vino da pasto (11 gradi, un bicchiere da 125ml): 1 U.A

Vino da pasto (13,5 gradi, un bicchiere da 125ml): 1,1 U.A

Birra (4,5 gradi, una lattina da 330ml): 1 U.A

Birra doppio malto (8 gradi, un boccale da 200ml): 1 U.A

Aperitivi alcolici (20 gradi, un bicchierino da 75ml): 1 U.A

Cognac, Grappa, Vodka (40 gradi, un bicchierinoda 40ml): 1,1 U.A

 

Fonte dati: www.fondazioneveronesi.it

Per tutti, arriva quel giorno nella vita in cui ti chiedi: “Ma è questa la mia strada?”

Seguire la nostra “vera vocazione” è un pensiero che si innesta in noi sin dal periodo adolescenziale, una vocina che ci ricorda che probabilmente non sta andando come vorremmo, spesso questa vocina la reprimiamo in un angolino della nostra psiche, spesse altre volte, questa vocina serve da catalizzatore per la realizzazione dei nostri obiettivi. Deve essere stata questa vocina che ha portato Jim Withers, dottore di Pittsburgh, a lasciare il comodo posto nel suo studio medico, per mettersi una tracolla sulla spalla con con medicinali e strumenti  essenziali ed andare in giro ad aiutare i senzatetto della città. 

Per il dottor Whiters era importante mettersi in gioco, trovare un obiettivo. Il suo era quello di sfruttare la sua laurea in medicina per aiutare chi alle cure mediche non avrebbe mai potuto accedere. In un sistema sanitario complicato come quello americano infatti, le cure spesso diventano un vero e proprio miraggio per le persone che non hanno un’adeguata copertura sanitaria. Neanche 30enne Whiters capì che fare qualcosa non era solo una scelta, per lui era un dovere. Un dolce obbligo che ha riempito la sua vita, pur non essendo facile all’inizio.
“Ero molto shockato dal numero di persone malate per le strade. Era come immergersi in un paese del terzo mondo” ha detto Withers. “Giovani, vecchi, persone con malattie mentali, donne in fuga dalle violenze domestiche, veterani. Ognuno ha la propria storia”.

Da  quel giorno di 26 anni fa, quattro notti a settimana gira per i quartieri della città per offrire il suo supporto a chi vive per strada. In questa avventura non è più solo però, i gesti d’amore sono contagiosi e da allora, sono decine i medici che si sono messi a disposizione per dargli una mano e girare con lui per i quartieri più poveri di Pittsburgh per aiutare chi ha bisogno.

E’ stata fondata anche la sua associazione, la prima di street medicine, termine coniato da dottor Jim. L’obiettivo è venire incontro a chi non ha una casa, non solamente con le cure mediche ma anche trovandola: adesso Operation Safety Net ha anche fondato un dormitorio, dando alloggio a più di 900 persone nella sola Pittsburgh. Ma non è tutto: in noventa paesi nel mondo sono stati gruppi di street medicine.

La fantastica storia del dottor Whiters ci ricorda ancora una volta, che non siamo mai troppo impegnati, stanchi o giustificati per fare qualcosa per il prossimo. In Italia il progetto Banca delle Visite sta facendo esattamente questo, avvicinare le persone in difficoltà economiche ai medici, e quindi alla salute. Già decine di italiani sono stati aiutati grazie alle donazioni di privati e medici che hanno offerto la propria professionalità pro bono. L’importante è accendere una miccia, poi il fuoco della solidarietà crescerà da sè.

Per maggiori informazioni sulla Banca delle Visite —> www.bancadellevisite.it

Le caratteristiche organolettiche di un olio sono importanti tanto quanto quelle chimiche per definire un olio extravergine e, tra questi, riconoscere quelli di qualità superiore. Per poter classificare un olio da un punto di vista merceologico, infatti, è obbligatorio far effettuare l’analisi sensoriale da parte di un gruppo di esperti certificato a livello ministeriale.

Amaro, piccante e fruttato sono i tre attributi positivi che possiamo riscontrare negli oli extravergini.

A seconda del punteggio, espresso in decimi, ottenuto nell’analisi sensoriale, ciascuno dei tre attributi può essere definito Intenso (maggiore di 6) Medio (tra 3 – 6) o leggero (<3).

Controllare l’etichetta dei prodotti può dunque aiutarci a capire per lo meno quale tipo di olio abbiamo di fronte e scegliere un prodotto di qualità. In particolare, i valori di fruttato devono essere obbligatoriamente maggiori di 0, pena il declassamento a olio lampante e, dunque, non adatto al consumo umano.

Amaro

Il sapore amaro è caratteristico dell’olio ottenuto da olive a diversi gradi di maturazione (sia verdi che viola-nere) correlata a particolari composti chimici appartenente alla classe dei polifenoli. Viene percepito soprattutto https://compreantibioticos.com/ nella zona centrale della lingua.

Piccante

Il piccante è una sensazione tattile di pizzicore, tipica di un olio ottenuto da olive verdi, percepita soprattutto nella gola. Anche il piccante è dovuto alla presenza di particolari polifenoli, presenti soprattutto nelle olive non del tutto mature.

Fruttato

Il fruttato deve essere riconoscibile sia all’olfatto che al gusto e racchiude tutte quelle sensazioni derivanti da olive sane e fresche, lavorate in tempi brevi per evitare che esse subiscano indesiderati fenomeni di fermentazione. Il fruttato può essere:

  • Verde: richiama frutti non del tutto maturi, ancora verdi per l’appunto e/o erba appena tagliata
  • Maturo: richiama frutti maturi, ormai passati dal colore verde al viola-nero intenso

Perché un olio amaro, piccante e fruttato è più salutare?

Un olio di qualità dovrebbe possedere tutti questi attributi positivi, perché sono indice di un prodotto ottenuto da frutti sani, con un processo produttivo in grado di preservare la vitamina E e i polifenoli presenti nelle olive, questi ultimi responsabili dei sapori amaro e piccante. Questi ultimi sono molto sensibili a luce e calore, pertanto è necessario adottare opportuni accorgimenti per preservarli al meglio durante la lavorazione e la conservazione dell’olio.

Vitamina E e polifenoli sono composti benefici per la salute in quanto potenti antiossidanti. Non solo sono in grado di prolungare la vita dell’olio, ma anche di proteggere il nostro organismo nei confronti dei danni ossidativi.

E’ tempo di vacanze e si sprecano le raccomandazioni per affrontare serenamente i viaggi per le destinazioni turistiche in totale sicurezza. Tra le più ovvie e frequenti, c’è quella di predisporre una piccola “farmacia in viaggio”, un kit di pronto soccorso per prevenire eventuali infortuni come scottature, contusioni, dermatiti, mal di gola, mal di tesa, insonnia, mal di denti, ecc.

Ovviamente prima di partire va controllato se nella meta del nostro viaggio ci sono problemi sanitari particolari o se sono obbligatorie o consigliate vaccinazioni specifiche. Sul sito della Farnasina ‘Viaggiare Sicuri’ (www.viaggiaresicuri.mae.aci.it) si possono trovare tutte le informazioni del caso. Per le vaccinazioni ci si può recare presso il centro vaccinazioni internazionali della Asl di competenza. Rincuora invece lo studio realizzato da Anifa (Associazione nazionale dell’industria farmaceutica dell’automedicazione), secondo cui quasi tutti gli italiani, per la precisione l’80%, non parte senza avere con sé un kit di medicinali essenziali.

Non serve mettere in valigia tanti medicinali per precauzione, ma è molto meglio portarne con sé pochi, adeguati però alle proprie esigenze e al Paese di destinazione. Buona norma, spiegano i farmacisti, è mettere sempre in valigia almeno del paracetamolo, del disinfettante, dei fermenti lattici e una pomata che possa alleviare le scottature. Ma la «check list dei farmaci» va completata con medicinali ad hoc, a seconda della destinazione. Nelle zone malariche o in viaggi nella Foresta Amazzonica, per esempio, può essere vitale un repellente anti-zanzare da spruzzare anche sui vestiti, che altrove sarebbe inutile. Se ci si avventura in escursioni di diverse ore in luoghi dove non c’è acqua, meglio prevedere, per chi deve assumere farmaci continuativi, una versione oro-solubile. In generale, sempre meglio portare con sè anche un disinfettante in salviette. Tra le regole d’oro del viaggiatore, infine, c’è quella di stipulare prima di partire una polizza di assicurazione sanitaria, che può offrire una copertura in caso di emergenza sanitaria in paesi dove l’assistenza medica ha costi molto elevati o dai quali è preferibile essere velocemente trasferiti o rimpatriati con vettori speciali. Chi ama roccia, attività subacquee, rafting, può pensare anche a una polizza infortuni.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità moltissime malattie potrebbero essere evitate grazie ad un’alimentazione equilibrata, sana e varia.

Uno degli alimenti che contribuisce al nostro benessere è sicuramente l’olio extravergine d’oliva perché è ricco di elementi preziosi per la nostra salute. Attenzione però, non bisogna superare le dosi giornaliere consigliate, di circa 20g al giorno e cioè 2 o 3 cucchiai al dì.

L’olio extravergine infatti, come tutti gli oli, è composto al 99,9% da grassi ma, per via del maggior contenuto in acido oleico, risulta essere l’olio più digeribile. Nonostante questo rimane un alimento calorico, in un solo cucchiaio ci sono 89.9 Kcal. Ma non è vero che fa ingrassare, anzi, se si seguono le dosi consigliate aumenta il senso di sazietà, rende più buone le verdure con fibre e abbassa l’indice glicemico di un pasto. Inoltre, sfatiamo il mito che se consumato a crudo è più dietetico ma, si preservano semplicemente le preziose molecole che lo compongono.

Acido oleico, polifenoli e vitamina E sono le principali sostanze responsabili dei benefici dell’olio extravergine di oliva:

  • L’acido oleico protegge la salute delle cellule che si trovano nel pancreas molto importanti per il controllo del diabete;
  • I polifenoli e la vitamina E sono ottimi antiossidanti e anti-infiammatori;
  • L’ acido oleico interferisce positivamente sul metabolismo del colesterolo; fa in modo che non ci siano troppe variazioni dei livelli del colesterolo nell’organismo;
  • I polifenoli aumentano la quantità di colesterolo buono;
  • i polifenoli, l’acido oleico e lo squalene (prezioso antiossidante dell’olio) prevengono e combattono alcuni tumori;
  • Gli acidi grassi monoinsaturi e alcune molecole polifenoliche e pigmenti che dell’olio extravergine di oliva agiscono per prevenire l’osteoporosi;
  • I polifenoli contribuiscono a proteggere l’intestino;
  • Per i bambini è ancora più prezioso perchè nei primi anni di vita Il fabbisogno calorico di grassi è più elevato. Inoltre l’olio evo è l’unica fonte discreta di omega-3 prima dell’introduzione del pesce

Basti pensare che l’EFSA ha approvato un “claim sulla salute” da apporre sul prodotto, con il quale si riconosce l’effetto positivo di alcuni composti polifenolici. Ma attenzione le preziose molecole e quindi tutte le importanti proprietà sopra elencate si hanno solo se l’olio extravergine è di eccellente qualità e cioè ad esempio se dalle analisi sensoriali si evince che è fruttato, amaro e piccante, se dalle analisi chimiche risulta avere un elevato contenuto di polifenoli, una bassa acidità e un basso numero di perossidi, se è estratto a freddo, ecc…

Purtroppo per legge il produttore non è obbligato a riportare queste informazioni, quindi il consumatore si trova spesso a dover scegliere non sulla base della qualità dei prodotti in commercio ma basandosi su altri fattori come pubblicità, passa parola, ecc…

Sarebbe sempre opportuno conoscere i parametri sensoriali e chimici, prima di scegliere quale olio extravergine comprare e per farlo, ad esempio, si possono consultare le classifiche degli oli extravergine di oliva, create dagli esperti di Wikonsumer.org

 

 

 

Le bugie nel carrello e le aggressive tattiche di marketing del ventesimo secolo hanno obnubilato il giudizio critico dei consumatori in quanto tali. Per questo, da qualche tempo è nata una
nuovissima guida on-line degli alimenti. Dall’ idea di due ingegneri e un tecnologo alimentare pugliesi con l’obiettivo di aiutare i consumatori moderni a scegliere in maniera consapevole e i produttori di qualità a farsi trovare. Un algoritmo innovativo è stato studiato per classificare e valorizzare le caratteristiche più ricercate dai consumatori e quelle che ne determinano l’ eccellenza. Il cibo è una prerogativa essenziale per la nostra vita, ma ci racconta anche la storia di un territorio e di una biodiversità. Serve dunque consapevolezza su ciò che doniamo al nostro corpo, ma
soprattutto più informazione per il consumatore e una maggiore tracciabilità per i piccoli produttori di eccellenza. Con questo intento nasce Wikonsumer.org, l’evoluzione del consumatore consapevole. Si tratta della prima guida on-line degli alimenti, nata con l’obiettivo di aiutare i consumatori moderni a scegliere in maniera consapevole e i produttori di qualità a farsi trovare.
L’idea nasce in Puglia da un gruppo di ingegneri pugliesi (marito e moglie) e da un tecnologo alimentare che dopo una lunga fase di progettazione hanno dato vita ad un vero e proprio punto
di incontro tra domanda e offerta di qualità. Spesso i consumatori hanno davvero poche informazioni per scegliere un prodotto. Le informazioni necessarie non sono riportate in etichetta e quando ci sono, sono difficili da interpretare. Dall’altro lato i piccoli produttori di eccellenza spesso non riescono a valorizzare le qualità dei loro prodotti e per farlo non sfruttano a sufficienza i canali digitali. Questi produttori non hanno i mezzi per raggiungere i grandi canali, pagare costose agenzie e conquistare fette di mercato. L’obiettivo principale di Wikonsumer.org è rendere il consumatore sicuro rispetto a ciò che sta leggendo e coinvolto pienamente in quello che non è un semplice sito ma un esperimento sociale che cambia completamente l’approccio alla produzione dei contenuti attraverso la mobilitazione dell’intelligenza collettiva. Su Wikonsumer.org i prodotti sono classificati attraverso un innovativo algoritmo in grado di valorizzare le caratteristiche più ricercate dai consumatori e quelle che ne determinano l’ eccellenza. Attraverso la stretta collaborazione di una community di esperti di alimentazione e tecnologie alimentari i prodotti presenti su Wikonsumer.org vengono revisionati e controllati circa la veridicità delle informazioni. Lo staff ed i revisori controllano che ad ogni affermazione presente nell’ articolo corrisponda una fonte scientifica ed attendibile attraverso un format collaborativo che utilizza la tecnologia wiki, permettendo agli esperti del settore e agli utenti finali di definire assieme, in maniera strutturata ed ordinata, quali sono i migliori prodotti e perché. Esperti e consumatori collaborano alla realizzazione di articoli e classifiche, attraverso un processo chiamato peer review, (revisione tra pari), ottenendo così contenuti chiari, completi e scientificamente attendibili. “La mia passione per il consumo consapevole si è trasformata in una necessità con la nascita delle mie due gemelle – spiega Antonella Fasano, Ceo & Founder di Wikonsumer.org. “che mi ha spinto a voler scegliere con consapevolezza quale prodotto in commercio acquistare. Da qui ho scelto di costruire Wikonsumer.org, la guida alla scelta degli alimenti. Da subito si sono uniti al team mio marito Paolo Pannarale, ingegnere informatico, e Marco Montemurro, tecnologo alimentare. Ma i veri protagonisti di Wikonsumer.org sono i membri della community: nutrizionisti, tecnologi, ricercatori e consumatori, da tutta Italia, che mediante un innovativo sistema di gestione dei contenuti realizzano in maniera collaborativa guide alla scelta e classifiche dei prodotti in
commercio. I contributori sono esterni ed indipendenti e le scelte importanti vengono condivise con la community: questo rappresenta una garanzia per i consumatori. Il lavoro dei contributori
diventa patrimonio della collettività, perché è rilasciato con licenza open”. Oggi gli esperti di Wikonsumer hanno completato le Guide e le Classifiche di 7 categorie come l’Olio EVO, le Farine, Birra, il Latte di Soia, il Latte di Mandorla, il Burro Vegetale e le Mandorle. Tra i progetti futuri di www.Wikonsumer.org c’è spazio per il coinvolgimento di nuovi produttori, anche quelli meno noti, ma probabilmente più meritevoli, che potranno avere la possibilità di farsi conoscere mediante scheda prodotto dettagliata e prove assaggio. In programma l’ampliamento ad altre categorie come vino, pasta, legumi, te-tisane-infusi, caffè e acqua, per fare in modo che tutti i consumatori possano finalmente fare una spesa sempre più consapevole.

“Rimorchiare” è un arte, ma come per tutti i tipi di talenti, c’è chi ci nasce e chi di propria indole fa un più fatica. Oltre al carattere, che sicuramente è un fattore predominante in questo talento, diversi studi medici hanno evidenziato come la predisposizione ad essere spigliato verso il sesso opposto, dipende anche da un fattore ormonale.

Siete dei timidoni? Arrossite solo all’idea di approcciarvi a qualcuno? Beh, abbiamo una buona notizia per voi. Alcuni ricercatori hanno scoperto una sostanza che potrebbe rendervi molto più spigliati: la kisspeptina. Questa è una molecola a base di ormoni che prende il nome da un dolce tipico della città di Hershey (Pennsylvania) – i “baci di cioccolato”, dove la kisspeptina è stata scoperta.

Già in precedenza, studi su tale molecola, avevano dimostrato che la kisspeptina è in grado di attivare circuiti neuronali associati all’eccitazione sessuale, lavorando sull’ipotalamo (struttura del sistema nervoso centrale) e arrivando alle gonadi (testicoli e ovaie) stimolando la produzione degli ormoni della riproduzione sessuale. Ma è solamente con le ultime indagine che hanno elaborato una teoria ancor più interessante.

Questa molecola infatti potrebbe essere in grado di attivare anche recettori posti nell’amigdala, nel sistema limbico generale (il nostro deposito delle emozioni), riducendo l’ansia e favorendo l’intraprendenza. In altre parole, semplificando un po’, chi l’assume risulterebbe un po’ meno imbranato nel fare avances e sarebbe indotto a proporsi in modo un po’ più ardito al “gentil sesso”. Una sorta di elisir naturale per trasformarsi da imbranato a perfetto playboy spigliato.

L’importante scoperta è stata fatta attraverso dei test del dottor Adekumbi  e dai suoi colleghi del King’s College di Londra. La sperimentazione su alcuni topi maschi ha evidenziato che la kisspeptina effettivamente incrementava la loro propositività verso le femmine regalandone evidenti ” per lunghi intervalli di tempo, successivi alla somministrazione.

La somministrazione secondo i ricercatori potrebbe in futuro rivelarsi importante per risolvere problemi di disfunzione erettile. Che la kisspeptina possa realmente fare andare in pensione la famosa pillola blu? L’ansia e lo stress infatti vengono identificati nel 90% dei casi il principale motivo dei problemi a letto. In un colpo solo questa molecole potrebbe aiutare a superare le paturnie ed ansie della vita quotidiana, favorendo una maggior tranquillità anche nei rapporti interpersonali.

Quello che è certo è che la kisspeptina funziona già per i trattamenti di donne non più fertili a causa di menopause precoci o rallentamenti ormonali (circa l’8% delle donne che non riescono da avere figli): in questi casi la somministrazione della molecola è in grado di restituire l’ovulazione, dimostrandosi una terapia più efficace dell’iperstimolazione ovarica.

Fonte: Focus.it

Sembra essersi affievolita la polemica intorno ai vaccini. La legge che li ha resi obbligatori per l’accesso alle scuole ha creato non poco rumore, con conseguenti polemiche e persone in piazza protestanti e rivendicando un concetto in particolare: la libertà di scegliere (se vaccinarsi o meno). E’ assolutamente legittimo pretendere di poter scegliere come e se curarsi, quello che spesso si dimentica da parte dei no vax è che la loro scelta può danneggiare il prossimo.

I dati parlano chiaro. I vaccini nel corso della storia hanno debellato ed arginato malattie terribili, ed ancor oggi non hanno smesso di avere numeri altissimi di vantaggi. Dall’inizio del millennio ad oggi, le vaccinazioni contro il morbillo hanno salvato 20,4 milioni di vite: a testimoniare, cifre alla mano, l’importanza assoluta dell’immunizzazione contro questa malattia – i cui effetti vanno ben al di là di uno sfogo cutaneo – è un’analisi dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC) americani.

Nel 2000, morivano di morbillo 550 mila persone ogni anno. Nel 2016, i decessi sono stati 90 mila: un numero ancora troppo alto, ma i progressi sono stati enormi, e dovuti a un programma di eradicazione globale supportato dall’OMS.

Per dimostrare gli effetti della vaccinazione, i CDC hanno calcolato il numero di vittime odierne dell’infezione, e di quelle che ci sarebbero state senza la massiccia campagna vaccinale messa in campo dall’OMS. Senza l’immunizzazione contro il morbillo, nel 2000 la conta annuale di morti per la malattia sarebbe stata di 1,3 milioni di persone. Nel 2016, senza il programma vaccinale, le  vittime sarebbero arrivate a oltre 1,5 milioni all’anno. In totale, secondo le stime dei ricercatori, le vite salvate sono state 20,4 milioni.

Veniamo al bel paese. Solo quest’anno si sono registrati 4.775 casi di cui 4 decessi (dati dell’Epicentro dell’Istituto superiore di sanità aggiornati al 29 ottobre 2017). L’88% dei pazienti contagiati non era vaccinato, e il 6% aveva ricevuto soltanto una dose su due del vaccino.

Ora, ad ognuno la sua libertà, ma leggere un pò di dati non farà di certo male nella “scelta finale”.

Fonte: Focus.it

Gioite signori, gioite, per una volta non siamo nè i primi nè gli unici nella graduatoria di un disservizio ospedaliero. No…in realtà però non c’è (ancora) molto di cui gioire.

Secondo una ricerca condotta in tutta Europa sui tempi di attesa per accedere alle visite mediche, si è evinto che molti dei sistemi sanitari del vecchio continente non hanno saputo trovare i giusti accorgimenti per evolvere le pesanti burocrazie alla loro base. Ci sono però delle mosche bianche come Francia e Portogallo, che hanno saputo evolversi più in fretta, e dalle quali potremmo prendere importanti spunti per migliorare. Andiamo nello specifico a vedere com’è la situazione europea:

Regno Unito

Le procedure cardiologiche hanno visto aumentare i tempi di attesa e un paziente su dieci lamenta l’aumento dei tempi d’attesa per la cura dei tumori. Fino ad un terzo dei pazienti prevede di rivolgersi al settore privato.

Danimarca

Dal 1 ottobre 2007, se il tempo di attesa per il trattamento è superiore ad un mese, i pazienti danesi possono scegliere un ospedale privato in Danimarca o un ospedale all’estero.

Finlandia

Lunghe liste d’attesa per la chirurgia elettiva erano tipiche in Finlandia nel corso degli anni 2000. Una riforma dei tempi di attesa e’ in vigore dal marzo 2005, finalizzato a  garantire la parità di accesso e criteri di assistenza alle cure non-urgenti a tutti i cittadini.

Risultato: la considerazione per i gruppi di intervento chirurgico con lunghi tempi di attesa è stata prioritaria In alcuni gruppi il tempo medio di attesa è diminuito senza un aumento degli interventi. Pertanto, l’aumento del numero di interventi non era l’unico modo per ridurre il tempo di attesa. Il controllo delle liste di attesa e l’utilizzo di criteri più stretti per l’intervento chirurgico riduceva il numero dei pazienti in attesa
diminuendo quindi i tempi medi di attesa.

Austria

La mancanza di un sistema ufficiale di controllo dei tempi di attesa e la riluttanza degli ospedali a consentire l’accesso ai dati del paziente ha reso, in partenza l’ argomento molto complicato.

C’è troppo poco coordinamento e trasparenza per ottimizzare i tempi di attesa. Ad alcuni pazienti della nostra indagine sono stati offerti tempi di attesa più brevi in cambio di pagamenti informali o visite nello studio privato.

Ci sono grandi differenze nei tempi di attesa rispetto al tipo di operazione (chirurgia della cataratta, sostituzione dell’anca, sostituzione dell’articolazione del ginocchio) tra e all’interno delle regioni. Secondo tutte le aziende ospedaliere, esistono tempi di attesa per le operazioni alla cataratta, per interventi di chirurgia dell’anca e del ginocchio comuni.

Tuttavia, solo le aziende ospedaliere di Stiria e Alta Austria sono state in grado di fornire dati esatti.

Svezia

Le lunghe liste d’attesa sono il risultato più problematico, nel tentativo di contenere i costi. La Svezia ha adottato un nuovo sistema di assistenza sanitaria, che ha permesso la privatizzazione della sanità, consentendo ai medici e agli ospedali di avere più controllo sulle decisioni mediche, e garantire ai pazienti la possibilità di scegliere il proprio medico.

Attraverso la libera concorrenza di mercato, la Svezia sperava di diminuire le liste di attesa, pur contenendo i costi. I primi risultati sono stati positivi, le liste di attesa erano diminuite e la spesa teneva. Tuttavia, il libero mercato nel lungo periodo non ha funzionato in modo efficiente. Le liste d’attesa, insieme ai costi, hanno ricominciato a salire, riducendo la qualità delle cure che i pazienti potevano ricevere.

Secondo una legge sanitaria entrata in vigore nel luglio 2010, gli svedesi dovrebbero essere in grado:

  • di vedere un medico entro sette giorni in una clinica finanziata con mezzi pubblici;
  • non dovrebbero attendere più di 90 giorni per vedere uno specialista;
  • qualsiasi trattamento prescritto dovrebbe essere fissato entro 90 giorni dopo la
    visita dello specialista.

Spagna

E’ stato approvato in Parlamento un regio decreto che stabilisce che nessun paziente deve attendere più di 6 mesi per un intervento chirurgico.

Le operazioni specificamente menzionate nel decreto sono le procedure cardio-vascolari, cataratta, protesi d’anca e di ginocchio, che hanno tradizionalmente tempi più lunghi di attesa

Portogallo

Liste di attesa assenti.

Francia

Attualmente non esiste il problema delle liste d’attesa (ad eccezione degli interventi oftalmici). Il 70% degli interventi chirurgici e’ effettuato in strutture private. Il 90% dei cittadini e’ coperto da un’assicurazione privata.

Germania

Il Paese ha più del doppio di ospedali per 1000 abitanti degli USA. Le strutture sanitarie tedesche trattano ciascuna quasi il doppio dei pazienti degli ospedali degli USA.

Negli ospedali tedeschi per acuti i pazienti con assicurazioni cialis forum private hanno tempi di attesa significativamente più brevi dei pazienti con copertura sanitaria pubblica.

Dato che vi e’ poca trasparenza, non sappiamo se la discriminazione nei tempi di attesa porta anche a discriminazione nella qualità del trattamento.

Belgio

Non esistono vere e proprie liste d’attesa per un ricovero in Belgio, e questo soprattutto perché molti dei medici hanno un rapporto di lavoro autonomo ed hanno forte voce in capitolo nella gestione dell’ospedale. Il numero dei chirurghi è elevato.

Non c’è un vero e proprio “Sistema Sanitario Nazionale”, ma un Fondo nazionale della previdenza sociale che retribuisce il personale sanitario autonomo e dipendente allo stesso livello e per gli stessi importi. Per ogni atto sanitario il paziente deve pagare una quota di tasca propria corrispondente al 15% della tariffa, ma fino ad un importo
limitato.

Portogallo e Francia i due paesi virtuosi che hanno abbattuto questo fenomeno.

Analizziamo il modello adottato in Portogallo.

Per ridurre i tempi d’attesa negli ospedali, il Portogallo ha adottato un modello che funziona e che trasforma le liste d’attesa in tempi d’attesa con diritto per il malato a un voucher da utilizzare in qualunque struttura pubblica se non viene operato nei termini previsti. In questo modo ci guadagnano sia i pazienti che gli ospedali.

Il Portogallo, come l’Italia non ha molte risorse per finanziare il suo Servizio Sanitario Nazionale (spesa sanitaria pro-capite: €2.150 – €2.446  in Italia).

Negli ultimi decenni sono adottati numerosi provvedimenti, molti dei quali costosi ed inefficaci, con l’obiettivo specifico di ridurre le liste di attesa, nessuno però ha portato ai risultati sperati.

Nel 2004, però nasce una nuova prospettiva: il SIGIC (Sistema Integrado de Gestão de Inscritos para Cirurgia).

Un nuovo approccio che si avvale di un potente sistema informatizzato che raccoglie in maniera trasparente e sicura (in termini di privacy) tutti i dati su tempi di attesa,  volumi di prestazioni e performance degli ospedali pubblici e privati.

Il principio alla base del SIGIC è che se un paziente non è operato entro il tempo prefissato ha diritto ad un voucher con cui può essere trasferito ad un qualsiasi altro ospedale (pubblico o privato del Portogallo) ed essere operato (sempre gratuitamente)  nei tempi prestabiliti.

Il vantaggio per i pazienti è evidente: una volta raggiunto il 70% del tempo massimo di attesa per il loro intervento nel loro ospedale di riferimento, possono chiedere di essere trasferiti ad un’altra struttura pubblica o privata ed essere operati immediatamente.

Ma cosa ci guadagnano gli ospedali ad essere efficienti aldilà di una buona reputazione? 

La risposta è semplice: se un ospedale opera un paziente di sua pertinenza, questo viene rimborsato in base al DRG corrispondente.

Se un paziente non è operato entro un tempo prestabilito (che varia a seconda della procedura e delle condizioni del paziente), ha diritto a spostarsi e scegliere attraverso il sistema informatico un qualsiasi altro ospedale che ha una buona performance ed un tempo di attesa inferiore.

L’ospedale che accoglie il paziente trasferito guadagna i soldi del rimborso che non andranno più all’ospedale di pertinenza ma al nuovo ospedale in cui il paziente è stato operato.

I soldi “viaggiano” con il paziente trasferito che costituisce una fonte di guadagno extra per gli ospedali più efficienti e clinicamente efficaci.

Dal 2012, è stata introdotta una penale del 10% del rimborso per gli ospedali che non riescono a rispettare i “tempi giusti”, che diventa un incentivo in più per migliorare e “trattenere” i loro pazienti.

Un sistema che ha azzerato le liste d’attesa in Portogallo.

I risultati del SIGIC:

  • in cinque anni il tempo medio di attesa per una operazione chirurgica elettiva si è ridotto del 63%, da una media di otto mesi a soli tre mesi.
  • Il numero di interventi fatti nelle strutture pubbliche e private è aumentato del 40% senza conseguenze per la qualità della performance.
  • Nonostante un iniziale scetticismo nei confronti delle strutture pubbliche, si è osservato che non c’è mai stato, neanche agli inizi del programma, un esodo di massa dal pubblico al privato per i pazienti che avevano sforato i tempi di attesa.
  • Tutte le strutture sia pubbliche che private hanno risposto al SIGIC aumentando la produttività per i pazienti di pertinenza durante l’orario lavorativo regolare ed in più hanno accresciuto la capacità produttiva aumentando le ore extra di lavoro per i pazienti trasferiti (intra moenia).
  • Il privato ha assorbito il restante della domanda in eccesso.

Il cambiamento è alla portata e non di difficile realizzazione anche in Italia. Auspichiamo che anche da noi si possa assistere a questa svolta.

 

Fonte

Nursetime.it