Il bando della Regione Lazio per assumere due ginecologi non obiettori di coscienza, è diventato un caso nazionale. E ha attirato gli strali della CEI e della Ministra alla Sanità, Beatrice Lorenzin, che ritengono si tratti di una “forzatura abortista” in contrasto con lo spirito della legge 194 del 1978. Questa legge – ricordiamolo – “garantisce alle donne la possibilità di abortire gratuitamente in tutti gli ospedali italiani“, entro i primi 90 giorni oppure entro il quinto mese se si tratta di un aborto terapeutico.

Senza scendere nel vivo delle polemiche che rischiano di riproporre antichi schemi ideologici, soffermiamoci a ricordare i fatti. E i numeri. Che descrivono il fenomeno in tutta la sua preoccupante gravità: nell’ultimo anno si sono registrati in Italia oltre 50.000 aborti illegali a causa degli obiettori di coscienza.

La comunità scientifica nazionale sta assistendo ad una drammatica involuzione dei servizi medici prestati alle giovani donne italiane. L’Italia si è ammalata di obiezione di coscienza: più dell’80% dei ginecologi è obiettore. “La regione con più alto numero di obiettori è il Molise con l’85,7% di medici obiettori, seguito dalla Basilicata dove sono l’85,2%, quindi dalla Campania con l’83,9% e dalla Sicilia con l’80,6%. In tutto il paese la percentuale non scende mai al di sotto del 50%, tranne per la Valle d’Aosta dove gli obiettori sono il 16,7%. A Bari gli ultimi due medici che facevano interruzioni di gravidanza hanno deciso di abbandonare il reparto, a Napoli il servizio viene assicurato soltanto da un ospedale in tutta la città”, secondo dati ufficiali ripresi dal Blog di divulgazione scientifica, La Medicina in uno Scatto.

Il risultato è che oggi in molti ospedali italiani a causa dell’assenza di ginecologi non obiettori, molti reparti per l’interruzione volontaria di gravidanza sono stati smantellati. Nel caso delle minorenni, la legge le tutela affermando che possono abortire ma con il consenso del giudice tutelare e facendosi accompagnare dai genitori.

È inquietante il modo in cui la gente si aspetta che le donne debbano affrontare questa esperienza. Il messaggio è chiaro: se il bambino muore, dovete soffrire in silenzio” – ha dichiarato qualche tempo fa la giornalista britannica Janet Murray in una video testimonianza diffusa dal The Guardian, che ha fatto il giro del mondo.

Dall’altra parte dell’Oceano, invece, il presiedente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel suo terzo giorno di presidenza, ha firmato una serie di ordini esecutivi tra cui quello volto a ripristinare la cosiddetta Mexico City Policy, impedendo così alle organizzazioni internazionali non governative impegnate nel fornire servizi alle donne che decidono di abortire, di ricevere finanziamenti dal governo degli Stati Uniti.

L’aborto non in sicurezza rimane la principale causa di morte delle donne in età fertile nel mondo. Secondo le stime sono oltre 43mila le donne morte così nel mondo nel 2013, pari al 14,9% di tutte le morti materne. Ecco perché un network di 1.800 gruppi e associazioni di 115 Paesi ha avviato una campagna per chiedere alle Nazioni Unite di riconoscere il 28 settembre come data ufficiale per il diritto all’aborto sicuro, con una lettera al segretario generale Ban Kii-Mon.

 

 

Il 2016 è stato per il nostro Paese un anno molto positivo per quanto riguarda il numero dei trapianti e delle donazioni di organi effettuate. Si acheter viagra calcola che i pazienti trapiantati lo scorso anno hanno toccato quota 3.736, circa 400 in più dell’anno precedente.

La cifra più elevata mai registrata a livello nazionale e del maggiore incremento mai osservato (+13%). I dati emersi dalle indagini del Centro nazionale trapianti (Cnt) confermano un trend incoraggiante: nell’ultimo anni sono stati eseguiti 3.268 trapianti, contro i 3.002 del 2015 e il totale dei donatori d’organi è stato di 1.260, contro i 1.165 dello scorso anno. La principale novità riguarda le donazioni da vivente, che già nel 2015 avevano registrato un incremento del 20,4% rispetto all’anno precedente. In particolare quelle di rene da vivente hanno raggiunto un altro record, superando per la prima volta la soglia dei 300 prelievi.

Tra le buone pratiche spicca la collaborazione tra AIDO e Comune di Milano: nel capoluogo lombardo sono 25 mila i milanesi maggiorenni che hanno detto sì alla donazione degli organi. Una decisione molto importante che ogni cittadino prende al momento del rinnovo della carta d’identità, esprimendo la propria volontà sul tema della donazione.

La volontà espressa in vita sui propri organi è il più grande principio di autodeterminazione che un individuo possa compiere, è il maggiore rispetto e diritto civile possibile. “A sessant’anni da quando Don Gnocchi, contro ogni legge, scelse di donare le cornee alla sua morte, oggi i medici hanno finalmente la possibilità di eseguire le volontà di una persona che si è espressa in merito con una forte delega all’azione” – ricorda il coordinatore Regionale Trapianti della Lombardia, Giuseppe Piccolo.

La regione italiana con il maggior numero di donatori di organi è l’Emilia Romagna (86 mila consensi) seguita in seconda posizione dalla Lombardia (84mila). In tutta Italia le adesioni si attestano sulle 415 mila a fronte di 3.000 trapianti effettuati annualmente e a fronte di una lista di attesa di 9.000 malati, di cui 500 ogni anno muoiono prima che l’organo di cui hanno bisogno sia disponibile.

Non ci sono limiti di età alla donazione: in alcuni casi gli organi possono essere prelevati anche a una persona con più di 80 anni. Due sono le uniche certezze che regolano la donazione: il rispetto della volontà dell’individuo, la sua libera scelta consapevole, e l’avvenuto decesso. In Italia, il programma terapeutico dell’espianto di organi è uno dei migliori in tutta Europa e conferma un trend positivo di questo tipo di operazioni. La percentuale di sopravvivenza, a 5 anni dal trapiano, varia tra l’80% e il 90% con un sensibile miglioramento del ritorno alla vita normale del paziente trapiantato.

Esiste una piscologia del colore. Ci aiuta a prevenire e curare alcune malattie di natura psicosomatica. Curarsi con i colori, infatti, è il principio alla base della cromoterapia, tecnica terapeutica della medicina olistica, antichissima, nata in Oriente, per alleviare disturbi nervosi e dar sollievo alla psiche.

Se tutto ciò che ci circonda è colore, la ricerca delle tinte giuste per dipingere le pareti di casa, sarà dunque una decisione tutt’altro che semplice, visto che le diverse nuances influenzano il nostro umore. Ansia e depressione, quindi, così come felicità e buonumore, possono essere associate alle variazioni cromatiche.

Ogni persona è un colore: se la tinta è in sintonia con il nostro stato psicologico diremo che ci piace, se invece è in discordanza, diremo che non ci piace“, afferma il dottor Michele Cucchi, psichiatra e direttore del sanitario del Centro Medico Santagostino di Milano.

In casa la scelta dei colori è fondamentale: dalla cucina al salotto, dal bagno alla camera da letto, i colori riflettono il nostro stato d’animo e ne condizionano l’umore. Il verde, così come il bianco, trasmette relax, armonia, amore, equilibrio, ed è indicato per la camera da letto. In questo ambiente sono vietati colori intensi.  Il giallo, culturalmente è sinonimo di gelosia, ma è legato anche alla follia, all’allegria e alla felicità. Può essere il colore giusto con cui dipingere una o più pareti della cucina. La sala da pranzo deve avere un’atmosfera rilassata ma conviviale. Dunque via libera al rosa. Il bianco e l’avorio sono invece i colori neutri delle persone che non vogliono osare, offrono serenità e si scelgono per tenere gli ambienti puliti e candidi. Ideali per le stanze scure e prive di luce, come per esempio corridoio o i bagni ciechi. Il ha a che fare con lo stile e l’eleganza e per questo sarebbe adatto soprattutto per la camera da letto. Anche rosso e arancione vanno bene per la camera da letto, ma attenzione affinchè i colori forti non dominino in modo assoluto, perchè si creerà un’atmosfera di disagio.

Ogni colore apporta sicuramente una serie di benefici e richiede diversi trattamenti.

Infine, anche l’alimentazione può sfruttare i benefici della cromoterapia. Soprattutto la frutta e laverdura ci aiutano a migliorare le nostre condizioni di salute in base ai loro colori. Secgliamo perciò di variare gli ingredienti dei nostri piatti anche in base alle tonalità dei cibi, in modo da garantirci tutti i possibili effetti curativi e riequilibranti dei colori.

 

 

Medico e chirurgo fino a poco tempo fa erano professioni prettamente “maschili”. Al massimo al gentil sesso era concesso l’accesso a carriere come pediatra o ginecologa. Ma la medicina generale e la chirurgia erano, almeno fino alla fine degli anni ’60, ad appannaggio degli uomini. Secondo un’indagine condotta dall’Harvard Medical School di Boston le donne medico sono più brave degli uomini in molti contesti e assicurano cure migliori e guarigioni più durature. 

Lo studio ha riguardato un larghissimo campione composto da oltre 1,5 milioni di persone ultrasessantenni, seguiti dal primo gennaio 2011 al 31 dicembre 2014. L’analisi ha riguardato patologie diverse, dalle più lievi a quelle più gravi. E ha coinvolto oltre 58 mila camici bianchi, di cui il 32,1 per cento donne. E sono loro ad aver totalizzato un punteggio più alto con un minor numero di prognosi sfavorevoli rispetto agli uomini.

In Italia la situazione è la seguente: su 424.034 mila iscritti all’ordine, 253.467 sono uomini (60%) e 170.567 sono donne (40%). E mentre tra i colleghi over 50 solo 3 su 10 sono donne, tra i medici under 50 le donne sono 6 su 10.

Su 500 primari di Chirurgia generale, solo 7 sono donne. E di queste 5 dirigono reparti di Senologia chirurgica. Che denunciano di essere pagate meno degli uomini e di raggiungere più difficilmente posizioni apicali. Però le donne medico, a differenza degli uomini, hanno un’attitudine quasi maniacale alla precisione, e se messe a capo di un’èquipe prediligono la collaborazione del team invece che la competizione.

Infine, secondo questa ricerca, le donne sembrano essere più attente all’ascolto del paziente.

Le regioni italiane con più donne medico sono Lombardia (26.431), Lazio (20.398) e Sicilia (14.748), mentre la maglia nera, a sorpresa, è rappresentata dal Trentino Alto Adige con la percentuale più bassa (5,3 medichesse per 1000 abitanti). Le specialiste sono soprattutto nel campo medico della ginecologia (6376) e anestesia (5640) seguiti da psiciatria (5003), medicina interna (3943) e cardiologia (3769).  Fonte: dati CED-FNOMCEO.

Per fortuna il loro numero cresce di anno in anno, e tra i medici più giovani (tra i 25 e 50 anni), esse sono la maggioranza. Questa progressiva femminilizzazione della professione segna un cambio di passo epocale, una rivoluzione culturale a lungo attesa. L’unico “handicap” per le donne medico, sebbene multitasking, continua ad essere la decisione di far figli, considerata ancora una penalizzazione per la carriera.

 

 

 

 

 

 

 

Dopo aver praticato a lungo il salto dal piatto al salotto, per milioni di italiani, dopo i pranzi delle feste natalizie, è tempo di fare i conti con la propria coscienza. E con la bilancia! E nel mese di gennaio si registra un picco di iscrizioni in palestra, con sedute dimagranti e numerosi corsi che promettono effetti miracolosi. L’incantesimo del buon atleta dura però al massimo un paio di mesi perchè già a marzo si registra il primo esodo dai corsi e dall’attività fisica.

Eppure non passa giorno che medici esperti e nutrizionisti non ricordino i benefici di praticare l’attività sportiva. La scarsa attività fisica è implicata nell’insorgenza di alcuni tra i disturbi e le malattie oggi più frequenti: diabete di tipo 2, malattie cardiocircolatori (infarto, miocardico, ictus, insufficienza cardiaca), tumori. Un rapporto del Ministero della Salute fa notare che “in Italia il 30% degli adulti tra 18 e 69 anni svolge, nella vita quotidiana, meno attività fisica di quanto è raccomandato e può essere definito sedentario. In particolare, il rischio di sedentarietà aumenta con il progredire dell’età, ed è maggiore tra le persone con basso livello d’istruzione e difficoltà economiche. La situazione è migliore nelle regioni del nord Italia, ma peggiora nelle regioni meridionali”.

Trascorrere molto tempo stando seduti, come avviene quando si svolgono lavori d’ufficio o si spendono tante ore davanti alla tv, può pregiudicare la salute generale dell’organismo rendendo più vulnerabili a una serie di patologie croniche e degenerative, dal diabete alle malattie cardiache fino al cancro. Purtroppo l’attività fisica da sola non riesce a compensare i danni di una vita prettamente sedentaria. Secondo uno studio condotto da un’équipe di ricercatori dello University Health Network (UHN), 30 minuti di esercizio fisico al giorno non bastano a limitare l’impatto sulla salute di 23 ore e mezza di vita sedentaria.

I ricercatori spiegano che in una giornata tipo di 12 ore, per prevenire il rischio di malattie e morte prematura l’ideale sarebbe ridurre di due o tre ore il tempo totale trascorso da seduti. I benefici di uno stile di vita meno sedentario saranno evidenti a breve e a lungo termine, con un notevole miglioramento delle condizioni di salute generali e un minore rischio di malattie gravi.

Secondo un altro studio, con 20 minuti di camminata o pedalata in bici ogni giorno il rischio di morire per conseguenze legate al tumore alla prostata diminuirebbe del 39% rispetto a coloro che ne praticano per una durata inferiore, mentre la mortalità generale scenderebbe di quasi un terzo (-30%).

A conti fatti sembra che i costi di una palestra o più in generale di uno stile di vita dinamico siano assai più ridotti degli eventuali effetti collaterali che la sedentarietà comporta, ai pazienti e al Sistema Sanitario Nazionale.

Un motivo in più per non rimandare a domani l’attività sportiva che potreste svolgere oggi.

Il caso di Zenon Bartlett, 16enne britannico che a due giorni da Natale, dopo aver fatto coming out e al termine della sua prima storia amorosa, decide tragicamente di togliersi la vita nella sua cameretta, riapre la tormentata questione del disagio degli adolescenti omosessuali. E delle continue vessazioni che spesso a scuola subiscono dai bulli di turno. Anche il cinema la scorsa stagione ne ha rappresentato la condizione in tutta la sua drammaticità con la bellissima pellicola del regista Ivan Cotroneo, Un bacio.

La realtà parla di numerosi casi come quello di Zenon anche e soprattutto in Italia. Tristemente doloroso è stato il caso del ragazzo di Bari suicidatosi a maggio scorso perchè non accettato dalla famiglia adottiva. Il silenzio sul tema dell’omofobia nelle famiglie e nelle scuole non fa bene alla personalità in formazione di un adolescente, molto fragile di natura. E il costituzionalista Andrea Pugiotto ha ricordato che: “le etichette denigratorie (frocio invece di gay), le etichette categoriali (culattoni invece di omosessuali), gli scherzi di odio (che, ridendo, rinsaldano il pregiudizio, come rappresentato in una nota sequenza del film Philadelphia di Jonathan Demme), il ricorso agli insulti («nella vita bisogna provare tutto, tranne la droga e i culattoni», Renzo Bossi dixit), fino ad integrare vere e proprie fattispecie di reato (ingiuria, diffamazione, istigazione)“.

Un ragazzo su quattro che si uccide tra i 16 e i 25 anni lo fa per l’omofobia, secondo una ricerca dell’Università di Edinburgo. «Il suicidio è l’espressione estrema di un’esperienza comune per gay, lesbiche e trans: la percezione di un ambiente ostile, la paura di essere rifiutati, che diventa convinzione di essere sbagliati. Si chiama minority stress, “stress da minoranza”, e colpisce chi appartiene a gruppi emarginati», spiega Vittorio Lingiardi, psichiatra e direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia alla Sapienza di Roma. «Chi ha un orientamento sessuale minoritario ha una difficoltà in più: se ti discriminano perché sei nero o ebreo, quando torni a casa trovi il sostegno della famiglia. I gay molto spesso sono costretti a “nascondersi” anche a lì», aggiunge.

Mentre in Italia la proposta di legge contro l’omofobia (DDL Scalfarotto) è in stallo in Parlamento, nonostante la strage di Orlando, prima di Natale il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea, nella quale chiede con forza agli Stati membri di colmare le lacune legislative in materia di discriminazione e violenza omofoba.

«L’Unesco dice che l’omofobia è un comportamento appreso, non la reazione naturale per i ragazzini. Gli adolescenti — etero e gay — hanno bisogno di identificarsi in base alla sessualità. Lo fanno in maniera aggressiva e discriminatoria solo se la società è omofobica. Altrimenti diventa un fattore di differenziazione positivo. Sta agli adulti che hanno intorno, in famiglia, a scuola e nelle istituzioni, insegnarglielo».

Numerose associazioni in Italia svolgono un’intensa attività di counseling a favore dei ragazzi e delle persone omosessuali in difficoltà: il telefono amico e il Gay Help Line  sono  alcuni esempi di servizi di volontariato per prevenire questi fenomeni. La consapevolezza diffusa è che contro i casi di bullismo ed omofobia sia necessaria una condotta esemplare delle istituzioni educative (famiglia, scuola, parrocchie…) ma una legge contro le discriminazioni sarebbe necessaria.

 

Siamo tra i popoli più longevi d’Europa (il 22% ha superato i 65 anni), ma con un tasso di natalità (8xmille) più basso tra quelli dell’UE. In questo contesto è cresciuta esponenzialmente la domanda di prestazioni sanitarie, rimasta disattesa a causa dei tagli alla Sanità (passata da 93,3 miliardi nel 2000 a 148,1 nel 2015), che di certo non aiutano ad accorciare i tempi biblici delle liste d’attesa (500 giorni per una mammografia!). Contemporaneamente è aumentato anche il costo dei ticket sanitari a carico dei cittadini, che hanno preferito quindi altre forme private di tutela sanitaria. Oppure, come spesso succede, hanno rinunciato completamente alle cure mediche.

Secondo l’ultima indagine dell’Istat (2013), infatti, sono circa due milioni e mezzo le persone che hanno rinunciato per motivi economici, un milione e 200mila erano donne, 800mila dai 40 ai 64 anni, proprio nell’età in cui è più necessario fare prevenzione. In questo 9,5% della popolazione che non ha potuto fruire di prestazioni che dovrebbero essere garantite dal servizio sanitario pubblico, a pagare di più gli effetti di questa grande recessione economica (iniziata nel 2008 e mai finita) sono soprattutto i giovani: l’11% dei ragazzi sotto i 18 anni vivono in famiglie povere.

Se è vero che “la salute è la più grande forza di un popolo civile”, il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) ha però dimostato la sua incapacità di mantenere adeguati livelli di copertura sanitaria pubblica per tutti i cittadini. Per far fronte alle molteplici carenze del SSN, i pazienti hanno fatto più frequentemente ricorso ad Enti della Sanità Integrativa (Fondi Sanitari, Casse di assistenza sanitaria e soprattutto a Società di Mutuo Soccorso) come per esempio il Gruppo Health Italia. Secondo il Censis, il 57,1% degli italiani è a favore del cosiddetto “secondo pilastro”, e sono 26,5 milioni gli italiani che si dicono propensi ad aderirvi.

Al tempo della Sanità digitale, non è più avveniristico permettere ai pazienti-utenti di prenotare online le visite specialistiche beneficiando magari di tariffe convenzionate. E’ l’idea coltivata da tempo dal team di ScegliereSalute e fondata sul valore dell’accesso universale alle cure mediche.

La nostra idea di Sanità – ci dice Giuseppe Lorusso, co-fondatore del sito ScegliereSalute.it – è quella di garantire nuove forme di accesso ai servizi sanitari e offire una valida alternativa ai rigidi schemi del SSN”. Nato per recensire e condividere informazioni su centri sanitari e specialisti, ScegliereSalute è pronto a offrire un nuovo servizio, facile e veloce, di prenotazione online di prestazioni sanitarie. Per ampliare la gamma di servizi offerti, ScegliereSalute in totale trasparenza ha scelto di ospitare le prestazioni di centri diagnostici e professionisti convenzionati, gratuitamente, senza alcuna fee di ingresso, ma con l’impegno a mantenere calmierati i prezzi delle prestazioni in modo da consentire facile accesso a tutti.

Con questo nuovo servizio di booking online sarà possibile acquistare oltre che visite mediche anche prestazioni diagnostiche per via delle convenzioni con grandi gruppi sanitari privati (ad esempio Gruppo Kos) con tariffe più basse di almeno il 10% rispetto a quelle offerte direttamente dai centri stessi.

Sono oltre 11 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno fatto ricorso alla Sanità privata, considerata ormai un’opportunità per colmare le lacune del servizio pubblico e per rispondere alla domanda di salute degli italiani. Celermente ed efficacemente.

Spesso si parla di lavori “stressanti” o attività quotidiane da svolgere “sotto stress”. Con gli anni sono diventate nuove skill essenziali per stare al passo coi tempi (precari) che corrono e soprattutto con il mercato fortemente competitivo. Ma che cosa significa veramente “soffrire di stress sul lavoro”? Giovedì 28 aprile l’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha scelto il tema “stress lavoro correlato” per la Giornata Mondiale per la Salute e della Sicurezza sul Lavoro”.

stressa lavoro classificaSecondo i dati di una ricerca pubblicata dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA), il livello dei rischi psicosociali nei luoghi di lavoro europei è elevato: il 77% delle imprese segnala la presenza di almeno un fattore di rischio come il dover gestire clienti, pazienti o allievi difficili (58%), avere ritmi pressanti (43%); nelle aziende dell’Ue con 20 o più impiegati, solo il 33% segnala di essersi dotato di un piano d’azione per la prevenzione dello stress lavoro-correlato. Alcuni esempi di condizioni di lavoro che comportano rischi psicosociali sono: carichi di lavoro eccessivi; richieste contrastanti e mancanza di chiarezza sui ruoli; scarso coinvolgimento nei processi decisionali e mancanza di influenza sul modo in cui il lavoro viene svolto; gestione inadeguata dei cambiamenti organizzativi, precarietà; comunicazione inefficace, mancanza di sostegno da parte dei colleghi o dei superiori; molestie psicologiche e sessuali, violenza da parte di terzi.

Secondo l’Ilo: “a causa dei cambiamenti importanti nelle relazioni industriali e dell’attuale recessione economica, i lavoratori si confrontano con i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e con le ristrutturazioni, la diminuzione delle opportunità lavorative, l’aumento della precarietà, la paura di perdere il lavoro, i licenziamenti massicci e la disoccupazione, la diminuzione della stabilità finanziaria, con serie conseguenze per la loro salute mentale e per il loro benessere” (Fonte AdnKronos Salute).

In un contesto così complesso, l’ambiente di lavoro rappresenta un’importante fonte di rischio psicosociale, ma è anche il luogo ideale per affrontare tali rischi in modo da proteggere la salute e il benessere dei lavoratori.

 

 

Si dice che sono “multitasking”, ovvero sanno svolgere più attività contemporaneamente. E poi sono in modalità “always on”, perennemente connessi. Questo li rende più liberi ma al contempo più fragili rispetto alle dipendenze.

Controllano lo smartphone un centinaio di volte al giorno, sono ossessionati dall’ansia di condividere, sempre e comunque, e incollati alla consolle di un videogame, perdendo completamente la cognizione del tempo…

Sulla dipendenza da internet: è un fatto ormai assodato che l’uso eccessivo della rete porta progressivamente a difficoltà soprattutto nell’area relazionale dell’individuo, sia familiare che scolastica, cosicché il soggetto viene assorbito totalmente dalla sua esperienza virtuale, restando “agganciato alla rete” (Cantelmi et. All 2000) e rischiando anche gravi episodi dissociativi.

Secondo la Dott.ssa Grattagliano dello Studio di Psichiatria di Napoli, “la dipendenza dalla rete passa attraverso fasi. La fase iniziale, tossicofilica, è caratterizzata da un’attenzione eccessiva per la mail box, una polarizzazione ideo-affettiva su temi inerenti la rete, un incremento del tempo di permanenza on line con difficoltà a sospenderla, intensa partecipazione a chat e newsgroup, collegamenti notturni e perdita di sonno. La seconda fase,tossicomanica, è correlata a fenomeni psicopatologici; è caratterizzata dall’incontro con i MUD e da collegamenti  così prolungati da compromettere la vita sociale”.

“Le evidenze delle neuroscienze mostrano come siano sollecitate aree cerebrali diverse”- spiega Laura Ambrosiano, psicoanalista della Società psicoanalitica Italiana. “Il funzionamento della mente dei ‘nativi’ è diverso rispetto agli ‘immigrati digitali’, come viene definito chi appartiene alle generazioni precedenti. In futuro – continua – la loro modalità di pensiero costantemente iperconnessa potrebbe portare a modificazioni importanti. Ora tuttavia possiamo provare a tracciare un identikit del nativo, sulla base degli studi disponibili”.

I nativi, inoltre, mostrano di possedere un sapere enciclopedico, più vasto degli immigrati, eppure meno sistematico, e a volte con gravi lacune: “Imparano ciò che è utile a loro, per condividerlo subito con il gruppo, perché è nel gruppo che si risolve spesso la loro ricerca di soddisfazione”.

Per scoprire quanto le nuove tecnologie, e in particolare l’uso dello smartphone, ci assorbono totalmente, è nata Menthal, un’app ideata dai ricercatori dell’Università di Bonn, che traccia il nostro comportamento con il dispositivo. “Chi la installa (inizialmente mette in coda d’attesa) non vede solo quanto tempo gli rubano le chiamate, ma anche quali sono le applicazioni usate più frequentemente. E se l’app di Twitter viene usata per diverse ore al giorno, allora forse è meglio che spegniate tutto e resettiate, fissando nuove priorità”.

Quindi occorre fare molta attenzione a non fare un uso smodato dei dispositivi. Perchè accendere uno smartphone e aprire un’applicazione è spesso il modo migliore per buttare via un’occasione, deconcentrarsi sul lavoro e soprattutto dilapidare tempo prezioso della vostra vita.

 

I primi sintomi di casi di dislessia (DSA) si presentano generalmente intorno alla seconda elementare, oppure indicatori precoci possono registrarsi già dai 4 o 5 anni del bambino. I segnali riguardano un’inattesa difficoltà nell’apprendimento della lettura e della scrittura. In particolare in difficoltà comunicative linguistiche come: la scarsa conoscenza delle parole e dei significati; difficoltà con filastrocche e frasi in rima; scarsa capacità di costruzione della frase; problemi di memoria nell’apprendimento delle parole.

AID Italia, l’Associazione Italiana Dislessia, consiglia “ai genitori che sospettano di avere un figlio dislessico di rivolgersi al pediatra e agli insegnanti per valutare eventuali percorsi di potenziamento per risolvere le problematiche evidenziate. Se l’attività didattica risulta inefficace, bisogna fare, al più presto, una valutazione diagnostica”. La diagnosi deve essere fatta da specialisti esperti mediante specific test standardizzati e condivisi (test per intelligenza, capacità di scrittura, capacità di lettura, comprensione del testo, capacità del calcolo).

La ricerca scientifica sta facendo importanti passi avanti per valutare terapie per contrastare e prevenire l’insorgenza di questi disturbi. Ad esempio è attuale lo studio dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù e della Fondazione Santa Lucia di Roma, pubblicato sulla rivista scientifica Restorative, Neurology and Neuroscience, secondo cui “la stimolazione cerebrale migliora la capacità di lettura dei bambini dislessici“(fonte Agensir).

Imfatti, dopo 6 settimane di stimolazione cerebrale trattamento non invasivo, velocità e accuratezza di lettura aumentati del 60%. La dislessia è un disturbo che in Italia colpisce circa il 3% dei bambini in età scolare con ripercussioni sull’apprendimento, sulla sfera sociale e psicologica.

Per condurre lo studio è stata utilizzata la tecnica di stimolazione transcranica a corrente diretta (Tdcs), procedura non invasiva con passaggio di corrente a basso voltaggio già impiegata per la terapia di alcuni disturbi come l’epilessia focale o la depressione. Per la prima volta è stata utilizzata dai ricercatori del Bambino Gesù su 19 bambini e adolescenti dislessici di età compresa tra i 10 e i 17 anni, che dopo 6 settimane di trattamento hanno migliorato del 60% la velocità e l’accuratezza in alcune prove di lettura, passando da 0,5 a 0,8 sillabe lette al secondo. 0,3 sillabe di miglioramento al secondo è quanto un bambino dislessico ottiene spontaneamente (ovvero senza terapia) nell’arco di un intero anno. Le competenze acquisite si sono dimostrate stabili anche dopo un mese dall’ultima seduta e ulteriori valutazioni verranno effettuate a 6 mesi dalla fine trattamento per verificarne l’efficacia a lungo termine. “Uno studio preliminare i cui dati attendono di essere supportati da indagini su casistiche ancora più ampie, ma i risultati ottenuti in questa prima fase sono di grande importanza dal punto di vista clinico” sottolinea Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria infantile del Bambino Gesù, perché possono aprire “la strada a nuove prospettive di riabilitazione della dislessia”.