Andiamo…quante volte ce lo siamo detti scherzando che una parolaccia risolve tutto? Quante volte quel barattolo che proprio non si voleva aprire si è magicamente stappato con un “vaffa”? Quante volte quelle pentole incastrate si sono separate “grazie ad una parolaccia”? Beh quello che abbiamo sempre pensato, anche solo scherzandoci su, oggi è confermato dalla scienza: dire parolacce nei momenti di grande fatica ci rende fisicamente più forti.

Richard Stephens, psicologo dell’Università di Keele (Regno Unito), si è sempre detto un amante del turpiloquio (in termini scientifici of course), ed ha deciso di dedicare gli ultimi anni della sua vita ad una ricerca alquanto bizzarra: capire se effettivamente dire parolacce riesce a sbloccare qualcosa in noi, una forza ancestrale, una sopportazione maggiore del dolore. Avete presente quando Goku nel cartone animato Dragon Ball si arrabbia e trasforma in Super Sayan? Beh non è del tutto campato in aria, e probabilmente qualche parolaccia la dirà anche lui in quei momenti.

Il test di Stephens si è svolto in questo modo: ha chiesto a una serie di persone di dire parolacce o pronunciare una parola “neutra” mentre pedalavano brevemente su una cyclette o afferravano un oggetto con la mano. Per la pedalata di 30 secondi sono stati ingaggiati 29 volontari dell’età media di 21 anni, mentre per l’handgrip test – un semplice compito di presa con la mano e di stretta di 10 secondi – sono stati coinvolti 52 diciannovenni.

A tutti è stato chiesto di ripetere in continuazione o l’imprecazione che avrebbero pronunciato dopo una testata. Ebbene, si è evinto che grazie all’imprecazioni la quasi totalità degli esaminati ha dimostrato un incremento di forza e resistenza. Nella pedalata sulla cyclette si è rilevato un aumento della potenza massima di ben 24 watt, rispetto a chi esclamava parole neutre come “fiore” o “coriandoli”. Ed anche nel compito della presa il risultato è stato simile. Il 100% delle persone che hanno testato la loro forza coaudiuvata da una parolaccia, hanno rilevato in media un aumento della forza di 2,4 Kg circa.

Ad oggi non è ancora stato appurato il perchè questo accada. Il battito cardiaco dei partecipanti, infatti, non è aumentato pronunciando le parolacce – come invece è appurato accada in reazione della situazione “attacco o fuga”, in cui la nostra percezione di pericolo, può rilasciare una scarica adrenalinica con conseguente prestazioni atletiche (anche se per un breve lasso di tempo) ampliate.

Insomma lo studio è tutto fuorchè completo ed un campione di un centinaio scarso di partecipanti non può essere certo completamente esaustivo. È certo però che una tendenza c’è e potrebbe essere interessante elaborarla meglio in un prossimo futuro. Nel frattempo, se proprio avete bisogno di un pò di forza in più potete anche provare a dire una parolaccia…certo…magari assicuratevi non ci siano persone troppo sensibili intorno.

Amaro, dolce, aspro, salato e…umami. Molti di noi a scuola, studiando i gusti percepibili dalle nostre papille gustative, avranno imparato a conoscere i primi 4, ma molto difficilmente le maestre avranno introdotto l’umami. Questo gusto, ormai riconosciuto da diversi anni, è stato “scoperto” poco più di un secolo fa da un chimico di Tokyo (a questo è dovuto il nome “orientaleggiante”) che lo isolò da un brodo di alghe.

Umami letteralmente vuol dire “saporito”, ed è questa la sensazione che stimola ai nostri recettori sulla lingua. Questo tipo di gusto è spesso identificato con il sapore della salsa di soia, ma lo troviamo spessissimo in alimenti made in Italy come il Parmigiano.

 

 

Oltre a rallegrare le papille gustative, l’umami può far pure bene alla salute: pare infatti che possa favorire scelte alimentari più sane, stando a una ricerca pubblicata di recente su Neuropsychopharmacology. Un alimento molto umami come il brodo, infatti, ridurrebbe l’appetito in generale e modificherebbe l’attività cerebrale tanto da far portare in tavola cibi meno grassi: lo ha scoperto Miguel Alonso del Centro per gli Studi in Medicina della Nutrizione del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, studiando che cosa succede nella testa (e nella dieta) di alcune volontarie sottoposte a un pasto molto umami, una tazza di brodo appunto.

 

A cosa è dovuto questo sapore (per molti) irresistibile?

Semplice, al glutammato. Questa molecola è la responsabile del gusto tanto succulento, un aminoacido non essenziale che si trova in moltissimi cibi e dona loro una caratteristica sapidità.

Oltre al parmigiano ed alla salsa di soia già citati, sono molto “umami” pietanze come: alghe, cibi stagionati o fermentati (i crauti per esempio) ma pure vegetali come pomodori, funghi, mais, olive o asparagi; tutti i cibi proteici poi, dalla carne ai latticini, contengono glutammato e sono più o meno umami. Il brodo di carne è un esempio classico, anche perché il tipico dado da brodo altro non è che glutammato monosodico, un sale di glutammato.

 

È vero che riduce la fame?

Il dottor Alonso è entrato anche nello specifico della caratteristica “saziante” di questo gusto: «Mangiare cibi umami aiuta a ridurre l’appetito. Tanti hanno indagato che cosa accade nel cervello esposto al dolce o al salato, si sa invece ancora poco dell’umami: abbiamo valutato effetti immediati e solo in test di laboratorio, ma se questi risultati saranno confermati potrebbe essere opportuno suggerire a chi lotta con i chili di troppo di iniziare il pasto con una tazza di brodo, per mangiare poi un po’ di meno e scegliere cibi più sani. In Giappone o Corea del Sud, Paesi con un’elevata aspettativa di vita, il consumo di alimenti sapidi è molto diffuso: l’introito di zuccheri è molto più basso rispetto all’Occidente, invece è elevato l’apporto di glutammato».

Come per tutti gli alimenti però il troppo storpia, ed anche in questo caso, un eccessivo utilizzo di questo alimento potrebbe portare a problematiche. L’eccesso può provocare mal di testa o picchi di pressione, così nel 2017 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha stabilito una soglia di sicurezza giornaliera da non oltrepassare per glutammato e derivati, pari a 30 milligrammi per chilo di peso.

Insomma godetevi questo gusto con maggior consapevolezza.

E’ l’organo che utilizziamo più di tutti, quello che ci contraddistingue maggiormente, uno dei più sensibili, uno dei più utili, uno dei più estesi sul nostro corpo, insomma chi più ne ha più ne metta. Il cuore? Naaa. Il cervello? Naaa. Fegato? Neanche. La pelle! Scopri quali sono le 10 curiosità che (forse) non conosci su questo incredibile organo grazie ad una classifica stilata da da Bild Zeitung nella giornata dedicata dall’Organizzazione mondiale della sanità alla lotta contro la psoriasi.

1 ) L’organo più grande

La pelle di un adulto misura circa 2 metri quadrati, e pesa fino a 14 chilogrammi, dimensioni che la rendono per distacco l’organo più esteso del nostro corpo. La pelle inoltre può dire di noi tantissimo: si possono intuire l’età, la provenienza, alimentazione e molto altro.

2) Miliardi di esseri viventi

Sulla pelle esistono miliardi di microorganismi (secondo alcune stime circa 100 mila miliardi), che vivono in simbiosi con il nostro corpo. Pensate che solo intorno all’ombelico ci sono 2400 diversi tipi di batteri.

3) Muta come per i serpenti (o quasi)

Nuove cellule della pelle sono generate in continuazione, così velocemente che ogni 28 anni ogni essere umano ottiene praticamente una nuova pelle.  Adesso tenetevi forte ma…la metà della polvere presente negli appartamenti è composta da pelle morte, che rimane in circolazione nell’aria in quantità ben più grandi.

4) Mantello biologico

La nostra autodifesa verso i microorganismi che ploriferano sulla pelle inizia sin dalla nascita. Appena etratti del ventre materno, la pelle fino a quel momento rimasta in uno spazio completamente asettico viene sottoposta ad un vero e proprio bagno batterico. Questo “mantello biologico” influenza in modo rilevante il nostro sistema immunitario, tanto che si nota come i bambini nati col parto cesareo siano più spesso soggetti a sviluppare malattie come le allergie, l’asma o autoimmuni.

5) Abbiamo una pelle sottilissima

Rispetto agli altri animali la pelle degli uomini è particolarmente fine, oscillando tra gli 0,04 millimetri e i 4 millimetri. Basti pensare a quella dei rinoceronti ad esempio, che può arrivare fino a cinque centimetri, ma il guiness world record se lo aggiudica lo squalo balena, con una pelle spessa ben 15 centrimetri. L’infermiere che dovrà fargli un prelievo, potrebbe avere dei problemi insomma, per diversi motivi.

6) Siamo stati tutti neri

Come tutti ormai ben sappiamo la specie umana deriva dal continente africano, anche se all’epoca non poteva ancora definirsi tale, visti gli ovvi cambiamenti geografici e geologici avvenuti in queste centinaia di migliaia di anni. Il chiarimento dei pigmenti si è verificato (solo) tra 20 e 50 mila anni fa quando le migrazioni hanno portato i primi uomini a stabilirsi nelle zone più fredde a nord. Fino a 5.000 anni fa infatti gli europei avevano una pelle ancora molto più chiara della pigmentazione odierna.

7) Specchio del cervello

Diverse malattie della pelle, come la neurodermite o la psoriasi, sono favoriti da disturbi psichici. Le ricerche scientifiche si stanno concentrando su questo legame, e finora è emerso il rilevante ruolo giocato dai semiochimici, i composti come i feromoni che regolano le interazioni tra organismi viventi.

8) Il pericolo psoriasi 

Pur non essendo “famosa” come altre malattie, la psoriasi è tra le cinque malattie non contagiose più diffuse al mondo, secondo quanto riportato dall’ OMS (Organizzazione mondiale della sanità). Nella top five sono presenti infatti: cancro, diabete, disturbi cardiovascolari e malattie alle vie respiratorie. Soffrono di psoriasi, secondo i dati ufficiali, circa 125 milioni di persone a livello globale.

9) Termometro naturale

La pelle funziona come difesa dal caldo e dal freddo per il corpo umano, un compito svolto grazie a circa 250 mila termorecettori che reagiscono alla temperatura esterna. Questi sensori si trovano nelle cellule nervose della pelle, e sono particolarmente concentrate su orecchia, naso e mento. Per questo motivo il nostro corpo si “congela” più rapidamente in queste parti quando fa freddo.

10) Sudore a litri

Il nostro corpo, come qualsiasi altro elemento in natura, tenda allo status quo, ed ha trovare un certo equilibrio anche nelle temperature. Uno dei maggiori incaricati di “sorvegliare” questi valori è il sudore, che con le temperature alte viene utilizzato cospicuamente per abbassarle. Il nostro corpo può arrivare ad espellere fino a 10 litri in un giorno in condizioni di alte temperature, grazie all’attivazione delle ghiandole sudoripare.

Sono tantissime le leggende metropolitane che persistono nella nostra cultura. Da quelle a carattere storico, a quelli di cronaca, o ancora credenze pseudo-scientifiche che hanno davvero poca relazione con la realtà dei fatti. Molte credenze tramandate da rimedi della nonna un pò troppo casalinghi e falsi esperti che spesso possono anche danneggiare la nostra salute. Oggi ci divertiremo e smentire 10 credenze comuni sulla salute, che (probabilmente) non avresti mai messo in dubbio!

1) La birra mi fa crescere la pancia?

No, o perlomeno non proprio. In realtà una birra non ha mai fatto ingrassare eccessivamente nessuno. Non è la birra che fa ingrassare, ma il fatto che, essendo la quantità d’alcol che contiene in genere ridotta (110 calorie al litro contro le 160 del vino rosso), si tenda a berne in grandi quantità. Chi beve spesso birra tende, inoltre, anche ad accompagnarla con snack poco salutari: ecco spiegati i chili in più dei bevitori. Il mito è nato dalla non sempre ottima forma dei tedeschi, noti bevitori di birra, al quale grande utilizzo si attribuiva l’aumento di circonferenza della vita, ma in realtà oggi sappiamo che i giapponesi sono almeno altrettanto amanti di questa deliziosa bevanda al luppolo, pur mantenendo in molti un’ottima forma. Insomma una birra non fa ingrassare, ma comunque meglio non esagerare.

2) Sta troppo vicino alla TV danneggia gli occhi?

Quante volte ve lo hanno detto le vostre mamme quando eravate piccoli? Ebbene, almenochè non siate nati prima degli anni ’50 sappiate che allontanarsi dalla tv, per i vostri occhi, non è stato granchè utile. Le televisioni a tubo catodico effettivamente potevano emettere radiazioni che potevano danneggiare la vista, ma le televisioni moderne non danno nessun problema del genere. Attenzione però…guardare la TV da troppo vicino e troppo a lungo può causare però stanchezza visiva.

3) Posso fare il bagno con le mestruazioni? 

Proibizioni e inibizioni come non fare il bagno, non lavarsi i capelli e persino non fare il bucato hanno accompagnato il ciclo mestruale fin dall’antichità. Queste superstizioni non hanno nulla di scientifico: dedicarsi ad attività rilassanti o fare del movimento durante il ciclo aiuta a contrastare gli sbalzi di umore e il malessere dovuto al flusso, oltre a favorire una corretta igiene. Basta premunirsi di non bagnarsi con acqua troppo fredda.

4) Scrocchiare le dita fa venire l’artrite?

Lo schiocco è provocato dall’esplosione delle bollicine d’aria che si formano nel fluido sinoviale, che ha lo scopo di nutrire i tessuti e lubrificare le giunzioni articolari. Ci sono stati diversi studi per capire se questo tipo di attività possa influire su di una futura artrite e la risposta è no! Schioccare le dita non fa né bene, né male.

5) Una mela al giorno toglie il medico di torno?

Le mele contengono fibre e vitamina C, entrambi essenziali per la nostra salute. Nonostante questo però, non può dirsi certo un alimento che ci fornisca uno scudo completo ed adeguato contro qualsiasi malattia. Le mele, come molti altri frutti, sono sicuramente fondamentali nella nostra alimentazione, ed all’interno della nostra dieta, assieme ad altri alimenti correttamente assunti come verdure, pesce e carni possono sicuramente preservarci da un bel pò di visite.

6) Se esco con il freddo mi ammalo?

No, anzi, per assurdo è restare in casa che aumenta il rischio di ammalarsi. Con il freddo tendiamo a passare più tempo al chiuso, dove l’aria è spesso troppo secca e la ventilazione scarsa, un’abitudine che favorisce la trasmissione di virus e batteri. È pur vero che le basse temperature riducono le riserve di muco che di norma proteggono le vie respiratorie dai patogeni, lasciandoci più esposti alle infezioni. Ma non è certo il freddo in se per se il responsabile principale dei nostri malanni.

7) Mangiare cioccolato fa venire i brufoli?

No, il cioccolato non fa venire i brufoli, diciamo forte e chiaro. Aspettate però a spatolarvi il barattolo di nutella della credenza in 5 secondi. Specifichiamo che la presenza di brufoli è determinata soprattutto dagli ormoni, perciò dipende dalla predisposizione e dall’età. Vero invece è che un eccesso di cibi fritti e dolci fa male alla pelle.

8) Lo zucchero rende i bambini iperattivi?

Numerosi studi scientifici sono stati messi in campo per verificare questa diffusa teoria, ma non sono state trovate evidenze che la confermino (anche se dosi eccessive di zucchero fanno male alla salute di grandi e piccoli, e incoraggiano obesità, diabete e carie). L’associazione è nata nel 1974, con una lettera di un medico statunitense, William Crook, alla American Academy of Pediatrics, in cui si denunciava il presunto legame. Ma una lettera non ha la stessa validità scientifica di un articolo pubblicato su una rivista in peer review.

9) Lo zucchero di canna è più salutare di quello bianco?

Siete anche voi di quelli che se non hanno il proprio zucchero di canna il caffè proprio non lo bevono? Beh, sappiate che lo zucchero di canna non è nè più salutare, ne più magro di quello bianco. L’unica differenza è che mentre lo zucchero bianco contiene solo saccarosio, quello bruno contiene anche qualche residuo di melassa (tra l’1% e il 5% a seconda dei tipi di zucchero grezzo in commercio), che gli dà un aroma un po’ diverso. Nella melassa sono presenti, in quantità molto basse, minerali e vitamine; ma le dosi giornaliere di zucchero che assumiamo, o dovremmo assumere, sono troppo basse perché queste abbiano un qualche beneficio.

10) Gli spinaci fanno diventare più forti?

No, o perlomeno, non più di molte altre verdure in circolazione. Il falso mito nacque nel 1890, quando alcuni nutrizionisti americani resero noto il contenuto di ferro delle verdure. Per un banale errore di stampa – una virgola al posto sbagliato – si attribuì agli spinaci un contenuto di ferro 10 volte superiore al reale. L’errore fu scoperto dopo decenni, ma nel frattempo Braccio di Ferro e il suo cibo preferito avevano conquistato il mondo.

 

Si tiene in questi giorni a Bologna, fino a domenica 6 maggio, la IV edizione del Festival della Scienza Medica, dedicata al tema “Il Tempo della cura”.  Quattro giorni di incontri, conferenze ed eventi con protagonisti scienziati di fama internazionale, tra cui Premi Nobel, massimi esperti in diversi campi della ricerca e dell’innovazione, con l’ambizioso obiettivo di avvicinare e rendere accessibile al grande pubblico la cultura medico-scientifica.

Tra gli appuntamenti più interessanti c’è anche la presentazione di uno studio dell’Università di Bologna sulla “storia genomica degli italiani”, presentato dal prof. Davide Pettener, antropologo del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Univesrità di Bologna.

Secondo i risultati di questa ricerca, “gli italiani non esistono, sono solo un’aggregazione di tipo geografico”, spiega Pettener – “Abbiamo identità genetiche differenti, legate a storie e provenienze diverse, e non solo a quelle”.

Lo studio, che rientra in un progetto mondiale finanziato dalla National Geographic Society, ha creato una banca di campioni di Dna per tracciare la storia genetica degli italiani, e ha rilevato che “la variabilità genetica in Italia segue un cambiamento graduale non sull’asse Nord-Sud, bensì secondo una linea più longitudinale che separa la zona nord-occidentale da una sud-orientale”.

La storia genetica degli italiani, secondo questa ricerca, non è stata influenzata soltanto dalle migrazioni: anche l’adattamento alle diverse pressioni selettive è stato determinante, influenzando la suscettibilità a malattie diverse”. Così ad esempio, l’evoluzione delle popolazioni nell’Italia settentrionale è stata condizionata da un clima freddo, che ha reso necessaria una dieta molto calorica e grassa. Quindi la selezione naturale in queste popolazioni ha favorito la diffusione di varianti genetiche in grado di ridurre i rischi di malattie cardiovascolari e diabete.

“Clima diverso e innesti con altre popolazioni mediterranee – spiega Luigi Ripamonti dalle pagine del Corriere della Sera – hanno fatto sì che gli abitanti dell’Italia centro-meridionale mantenessero invece più diffusamente varianti responsabili di una maggiore vulnerabilità a tali malattie”.

E poi c’è l’analisi delle popolazioni isolate e della Sardegna: “ I sardi si differenziano da tutti gli italiani e gli europei, perché conserva le sue antiche tracce non avendo subito invasioni, e si è così differenziata dagli altri abitanti del continente, al pari dei baschi e dei lapponi”, spiega Pettener.

Una macchina del tempo che ci rivela da dove proveniamo e verso dove stiamo andando. Sfatando i falsi miti delle differenze tra Nord e Sud Italia.

Numerosi gli spunti di interesse sui temi di divulgazione scientifica per questa edizione del Festival delle Scienze. Un appuntamento a cui vi consigliamo, se siete dalle parti di Bologna, di non mancare.

«Molte cose sono più facili per le persone autistiche di quanto non lo siano per le persone non autistiche», sosteneva Marc Segar, scrittore britannico e studioso di autismo e disturbi comportamentali.

Il 2 Aprile ricorre la Giornata Mondiale per la consapevolezza sull’autismo, che quest’anno cadrà fatalmente il giorno di Pasquetta. Negli ultimi anni, come da tradizione, le Amministrazioni di numerose città del mondo, come segno di attenzione e sensibilità su questo tema, illuminavano i monumenti di blu. “Ma quest’anno chi si occuperà di accendere le luci azzurrine su Montecitorio? E gli italiani, impegnati quel giorno nelle gite fuoriporta e in quelli immediatamente precedenti, ad aderire alla causa ovina contro la strage degli agnelli, come potranno davvero interessarsi ai problemi degli autistici fantasmi?”, si domanda e riflette il giornalista Gianluca Nicoletti, autore e coprotagonista del film “Tommy e gli altri”.

Innanzitutto diciamo che l’autismo è una condizione che riguarda circa 1 persona ogni 80 nel mondo. “L’autismo è un modo diverso di leggere il mondo”, fatto di percezioni diverse, spesso di difficoltà motorie e un dizionario sociale più limitato rispetto ai propri coetanei. Inoltre non è sempre facile riconoscere l’autismo perché ne esistono tante sfumature.

Diverse sono le terapie per persone con autismo, ma quella più efficace risulta essere ad oggi la terapia ABA (Applied Behavioral Analysis), basata su una scienza che analizza il comportamento per modificarlo verso il risultato atteso e che da oltre 30 anni è di beneficio per milioni di persone in tutto il mondo.

Per le persone con autismo vivere esperienze  con i coetanei  a sviluppo tipico rappresenta un’occasione unica per ricercare apprendimenti funzionali, per comprendere meglio il mondo e le sue regole e per generalizzare apprendimenti acquisiti in ambito abilitativo. Per questo in Italia numerose associazioni si occupano di supportare l’incontro e l’interazione tra persone autistiche e la realtà circostante.

Tra queste realtà che promuovono un intervento psicoeducativo individualizzato, abbiamo incontrato a Bari l’associazione DALLA LUNA, molto attiva nelle campagne di sensibilizzazione sul tema dell’autismo, che offre gratuitamente alcuni contributi di approfondimento online, come le interviste ai principali esperti internazionali di autismo e disturbi del comportamento, consultabili direttamente sul sito web dell’associazione www.dallaluna.it

Abbiamo parlato con il dott. Guido D’Angelo, psicoterapeuta ed esperto in disturbi comportamentali e autismo, e ci ha assicurato che le terapie di gruppo e ludiche tra bambini autistici e coetanei a sviluppo tipico sono importanti perchè «l’incontro con coloro che hanno un modo diverso di approcciarsi al mondo rappresenta una possibilità per accettare tutte le parti di sé e per far proprie strategie creative per interagire con persone diverse». In questa video-intervista il dott. D’Angelo intende sfatare i falsi miti sull’autismo e ci aiuta a individuare i sintomi per riconoscerlo.

L’autismo non è una malattia, ma una condizione naturale dello sviluppo – ha detto inoltre il prof. Lucio Moderato psicologo e psicoterapeuta di ‘Fondazione Sacra Famiglia’ e docente all’università Cattolica di Milano -. Ci piaccia o no siamo un po’ tutti autistici. Occorre sdoganare i pregiudizi, ricorrere a diagnosi precoci che consentano a questi ragazzi di potersi esprimere secondo la loro natura”.

 

Fabio Dell’Olio

 

 

 

“Rimorchiare” è un arte, ma come per tutti i tipi di talenti, c’è chi ci nasce e chi di propria indole fa un più fatica. Oltre al carattere, che sicuramente è un fattore predominante in questo talento, diversi studi medici hanno evidenziato come la predisposizione ad essere spigliato verso il sesso opposto, dipende anche da un fattore ormonale.

Siete dei timidoni? Arrossite solo all’idea di approcciarvi a qualcuno? Beh, abbiamo una buona notizia per voi. Alcuni ricercatori hanno scoperto una sostanza che potrebbe rendervi molto più spigliati: la kisspeptina. Questa è una molecola a base di ormoni che prende il nome da un dolce tipico della città di Hershey (Pennsylvania) – i “baci di cioccolato”, dove la kisspeptina è stata scoperta.

Già in precedenza, studi su tale molecola, avevano dimostrato che la kisspeptina è in grado di attivare circuiti neuronali associati all’eccitazione sessuale, lavorando sull’ipotalamo (struttura del sistema nervoso centrale) e arrivando alle gonadi (testicoli e ovaie) stimolando la produzione degli ormoni della riproduzione sessuale. Ma è solamente con le ultime indagine che hanno elaborato una teoria ancor più interessante.

Questa molecola infatti potrebbe essere in grado di attivare anche recettori posti nell’amigdala, nel sistema limbico generale (il nostro deposito delle emozioni), riducendo l’ansia e favorendo l’intraprendenza. In altre parole, semplificando un po’, chi l’assume risulterebbe un po’ meno imbranato nel fare avances e sarebbe indotto a proporsi in modo un po’ più ardito al “gentil sesso”. Una sorta di elisir naturale per trasformarsi da imbranato a perfetto playboy spigliato.

L’importante scoperta è stata fatta attraverso dei test del dottor Adekumbi  e dai suoi colleghi del King’s College di Londra. La sperimentazione su alcuni topi maschi ha evidenziato che la kisspeptina effettivamente incrementava la loro propositività verso le femmine regalandone evidenti ” per lunghi intervalli di tempo, successivi alla somministrazione.

La somministrazione secondo i ricercatori potrebbe in futuro rivelarsi importante per risolvere problemi di disfunzione erettile. Che la kisspeptina possa realmente fare andare in pensione la famosa pillola blu? L’ansia e lo stress infatti vengono identificati nel 90% dei casi il principale motivo dei problemi a letto. In un colpo solo questa molecole potrebbe aiutare a superare le paturnie ed ansie della vita quotidiana, favorendo una maggior tranquillità anche nei rapporti interpersonali.

Quello che è certo è che la kisspeptina funziona già per i trattamenti di donne non più fertili a causa di menopause precoci o rallentamenti ormonali (circa l’8% delle donne che non riescono da avere figli): in questi casi la somministrazione della molecola è in grado di restituire l’ovulazione, dimostrandosi una terapia più efficace dell’iperstimolazione ovarica.

Fonte: Focus.it

L’atrofia muscolare spinale (SMA) è una malattia neuromuscolare ereditaria causata dalla delezione e/o mutazione del gene SMN1 (fattore di sopravvivenza dei motoneuroni). Questo gene è responsabile della produzione di una proteina essenziale al corretto funzionamento dei motoneuroni. Le persone mancanti di entrambe le copie del gene SMN1 sviluppano la malattia, mentre i portatori sani sono mancanti di una copia soltanto.

Esiste un gene molto simile al SMN1, chiamato SMN2, che è posseduto anche dalle persone affette da SMA. Purtroppo il gene SMN2 è differente quanto basta per non produrre una quantità sufficiente della proteina. La mancanza di questa proteina causa la degenerazione dei motoneuroni del midollo spinale, portando alla SMA. Non è possibile immettere semplicemente la proteina nel sangue o nel muscolo, oppure mangiarla; essa è prodotta all’interno delle singole cellule per un uso all’interno delle stesse. Tuttavia se il gene SMN2 potesse in qualche modo essere modificato per produrre la proteina in sufficiente quantità, questo porterebbe a un’efficace terapia della SMA.

Per vedere come questo potrebbe essere fatto, occorre capire qualcosa di più in merito alla struttura dei geni e sulla sintesi delle proteine. Normalmente un gene è composto da esoni (la parte più importante del gene, che codifica la proteina) e introni (la porzione non significativa, di “riempimento”, che è eliminata nel processo di splicing). Il DNA (che include introni ed esoni) è trascritto in RNA, che in questo primo stadio contiene la stessa struttura esoni-introni del DNA. In un secondo stadio gli introni sono eliminati e gli esoni sono uniti assieme formando il mRNA. L’mRNA codifica la proteina. Le proteine formano, supportano e sostentano le cellule. Ci sono milioni di diverse proteine, ciascuna con un suo preciso utilizzo nei vari tipi di cellule.

Ma in che cosa i due geni, SMN1 e SMN2, sono simili e in che cosa differiscono?
Il gene per la SMN include 9 esoni (1, 2a, 2b, 3, 4, 5, 6, 7, 8). Mentre l’mRNA del gene SMN1 contiene tutti i 9 esoni (full-length SMN1), l’SMN2 produce mRNA che difetta dell’esone 7 (SMN2D7) e quindi la proteina dell’SMN2 è troncata (accorciata). Ma proprio l’esone 7 codifica una parte essenziale della proteina, quella che le consente di legarsi in più copie. Infatti per funzionare correttamente i monomeri SMN (singole copie della proteina) devono legarsi assieme per formare oligomeri (multiple copie della proteina).
In termini semplicistici si può dire che l’SMN2 è privo di una parte molto importante – un determinato esone – che permette alla proteina risultante di unirsi in più copie onde funzionare correttamente.

Nel 1999 è stato identificato il motivo del differente processo di splicing nei geni SMN1 e SMN2. Normalmente all’interno della cellula avviene un complesso meccanismo di formazione dell’RNA dal DNA, con conservazione delle porzioni significative e eliminazione di quelle non significative. Tuttavia, a causa di un singolo errore (uno scambio di nucleotide) nell’esone 7, questo meccanismo non funziona perfettamente e il gene SMN2 produce soltanto circa il 30% della proteina correttamente. Ma questo 30% è identico alla proteina codificata dal gene SMN1.

Le persone con la SMA non hanno copie del gene SMN1, ma posseggono il gene SMN2. Questo significa che nei pazienti SMA la produzione della corretta proteina SMN è molto inferiore che negli individui sani, ma comunque sufficiente per il corretto funzionamento di quasi tutte le cellule del corpo umano, non sufficiente però per i motoneuroni del midollo spinale che degenerano, portando alla debolezza e all’atrofia dei muscoli volontari. C’è inoltre una chiara correlazione tra il numero di copie del gene SMN2 e la severità della malattia: più copie possiede il paziente SMA e più lieve è il fenotipo, cioè meno severa è la malattia (ecco perchè i topi SMA senza il gene SMN1 ma con 8 copie del gene SMN2, non sono affetti dalla SMA).

Secondo degli studi condotti presso la University College di Londra esiste già un farmaco, l’ Exenatide, attualmente utilizzato per combattere il diabete di tipo 2, che potrebbe riuscire a debellare definitivamente anche il morbo di Parkinson. Questo farmaco serve a regolare la glicemia e ha come bersaglio d’azione un recettore che si chiama ”glucagone di tipo peptide-1” (GLP-1). Questo tipo di recettore si trova anche nel cervello, motivo per cui il farmaco potrebbe avere un effetto terapeutico nel Parkinson (nonchè su altre malattie neurodegenerative come l’Alzheimer), anche se al momento il meccanismo d’azione resta sconosciuto.

Pur essendo una malattia ben nota e da molto studiata, ad oggi non esiste una vera e propria cura farmacologica che riesca a debellare definitivamente il decorso di questa malattia. Fino ad ora i medicinali riescono solamente a tenere a bada alcuni sintomi del Parkinson, ma difficilmente ad avere anche minimi miglioramenti. Gli esperti hanno testato il farmaco su metà dei pazienti, dando all’altra metà una pillola di placebo. Dopo 48 settimane di terapia i pazienti che avevano assunto exenatide hanno mostrato di aver mantenuto un quadro clinico stabile, mentre coloro che avevano assunto il placebo erano peggiorati nel tempo come purtroppo avviene in questa malattia.  

Ovviamente siamo ben lontani da poter asserire con certezza che questo farmaco potrà avere efficacia anche nel lungo termine contro la progressione del Parkinson. Serviranno studi molto approfonditi ed un range temporale molto più ampio da analizzare se è realmente in grado di bloccare la morte dei neuroni o se nasconde solamente i sintomi di neurodegenerazione.

Quel che è certo, è che è una novità molto interessante, che riuscirà comunque a fornire spunti importanti contro la lotta di questa malattia tanto temuta e (fino ad ora) implacabile.

Amanti del caffè amaro, bollente, senza zucchero? Secondo una ricerca condotta dall’Università di Innsbruck, le preferenze verso i gusti amari sono indice di istinti psicopatici e narcisismo (nell’immagine di copertina il campione britannico di tuffi, Tom Daley, si fa un bagno nel caffè!).

Gli esperti hanno preso in esame oltre mille persone, a cui è stato sottoposto un test riguardante le preferenze dei gusti in tavola e la loro personalità: i risultati, spiegano i ricercatori, “forniscono la prova empirica che la preferenza per un gusto amaro è legata a tratti delle personalità malevoli, ambigui e con scarsa empatia verso il prossimo”.

Ad ogni modo il caffè resta una bevanda ricca di proprietà benefiche talvolta insospettabili: innanzitutto fa bene al cervello; previene il diabete; è un potente antiossidante e infine aiuta il fegato.

La caffeina se assunta in dosi limitate, stimola la corteccia cerebrale,  acuisce la concentrazione e la capacità di attenzione; assunta in dosi eccessive è causa di eccitazione e insonnia.

Inoltre ha effetto sui reni, aumentando la diuresi. Stimola l’attività cardiaca, alza la pressione, e ha un’azione dilatatrice dei bronchi. Numerosi gli effetti benefici sulla salute: il consumo di caffè è stato associato ad una riduzione dell’incidenza di alcuni tumori fra cui quello alla prostata e al colon-retto. La Harvard school of Public Health ha condotto una ricerca su uomini che bevevano più di 6 tazze al giorno di caffè. Il risultato riferito è una riduzione del rischio del cancro alla prostata del 60%. La caffeina esercita anche un’azione importante su bocca e denti: uno studio della Boston University condotto sull’osservazione di più di 1000 pazienti, sostiene che gli antiossidanti del caffè riducano la perdita ossea parodontale. Certo è che il caffè macchia i denti.

Attenzione però, col caffè bisogna andarci piano e non eccedere nel consumo, poiché specialmente nei soggetti predisposti può portare a disturbi da ansia, ipertensione, agitazione, nervosismo!