Bruciore oculare, sensazione di corpo estraneo, arrossamento degli occhi e fastidio alla luce, difficoltà ad aprire le palpebre (specialmente al risveglio) e annebbiamento della vista: sono i
sintomi della sindrome dell’occhio secco, un’alterazione dell’equilibrio che regola la secrezione e la distribuzione del film lacrimale. Quando la qualità delle lacrime peggiora, o se ne altera la quantità, infatti, l’occhio tende a seccarsi. Milioni di persone, soprattutto donne, soffrono della sindrome dell’occhio secco, che è stata definita dall’Oms “tra i più ignorati e sottovalutati disturbi della società moderna”. La maggior parte delle persone, infatti, si limita a sopportarla, senza intervenire; sbagliando, perché quando è “secco” l’occhio è più vulnerabile ed esposto all’aggressione di germi e batteri.

Le cause possono essere davvero moltissime: lo smog, l’esposizione eccessiva all’aria calda o all’aria condizionata, l’utilizzo prolungato di computer e smartphone, ma anche blefariti, congiuntiviti (anche allergiche), trattamenti specifici per il glaucoma, o un deficit di vitamina A, (che può ridurre il numero di cellule caliciformi che producono lo strato mucoso del film lacrimale).
Dietro all’occhio secco può esserci persino una malattia generale autoimmune (come l’artrite reumatoide, il lupus eritematoso sistemico, la sclerodermia o la sindrome di Sjögren).
Una ricerca della società scientifica Tear Film & Ocular Surface Society (Tfos) II, presentata recentemente a Roma, ha messo sotto accusa anche i prodotti cosmetici e i trattamenti estetici: pare infatti che l’utilizzo del make up sugli occhi, l’iniezione di tossine botuliniche e gli interventi chirurgici sulle palpebre mettano a dura prova la salute degli occhi, causando anche la secchezza
oculare.

Come ha sottolineato Amy Gallant Sullivan, Executive Director di Tfos, “è importante notare le ricerche che hanno dimostrato un’aumentata incidenza di reazioni avverse ai cosmetici per gli
occhi, tra cui irritazione oculare, reazioni allergiche, dermatite da contatto, blefarite e malattia dell’ occhio secco”.

Già, perché un semplice mascara, dopo solo tre mesi di utilizzo, è un vero e proprio covo di microbi, anche se utilizzato esclusivamente da una persona: cellule morte, batteri e acari si
accumulano sull’applicatore, contaminando tutto il prodotto, e possono alterare il delicato film idrolipidico che ricopre la superficie oculare. Attenzione anche all’eyeliner: secondo una ricerca
dell’Università di Waterloo, il 15-30% del prodotto applicato all’interno delle palpebre arriva sulla superficie dell’ occhio già dopo 5 minuti dall’ applicazione.

Infine, persino alcuni componenti delle creme anti-età – i retinoidi – possono contribuire alla secchezza degli occhi, interferendo con le funzioni delle Ghiandole di Meibomio.

“La maggiore prevalenza della malattia dell’occhio secco tra le donne e l’uso diffuso di cosmetici per gli occhi – ha aggiunto Amy Gallant Sullivan – richiedono oggi un’attenta ricerca per valutare
l’efficacia clinica dei trattamenti nelle donne che si truccano e una progressiva diminuzione degli ingredienti che possono interferire con la salute oculare”.

Ci sono tante piccole accortezze che si possono seguire per evitare che l’occhio si secchi: umidificare l’ambiente dove si trascorre buona parte della giornata, bere tanta acqua, non esagerare
con smartphone e pc (o almeno, fare spesso una pausa). Ancora, struccare bene gli occhi prima di andare a dormire, non abusare delle lenti a contatto, e, all’aperto, proteggere gli occhi con degli
occhiali da sole.

Non sempre è possibile curare alla radice la secchezza oculare (ad esempio, nel caso delle malattie autoimmuni), ma si può comunque attenuarne i sintomi e aiutare la lubrificazione e la protezione
della superficie oculare. Il rimedio più diffuso sono le lacrime artificiali, ma anche un gel oftalmico può aiutare, soprattutto nei casi più gravi.
Se anche seguendo questi accorgimenti il problema della secchezza non si risolve, è necessario rivolgersi all’oculista.

“Come te la spiego la paura di essere felici. Quando non l’hanno capita nemmeno i miei amici”. Inizia così la canzone di Martina Attili, 17 anni, romana, un grande talento espresso in toto nel suo ultimo brano Cherofobia, ispirato ad una forma di ansia che implica la paura  di essere felici.

Uno stato d’animo di cui molti ne soffrono, ma pochi ne parlano, perché ormai in tutto il mondo l’obiettivo ultimo è il raggiungimento di una felicità quasi apparente. Sono nate negli ultimi anni, ad esempio, organizzazioni pro-felicità, come Action for Happiness, che mira a formare persone capaci, poi, di agire per una società più felice e attenta a creare benessere nelle proprie case, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e comunità locali.

Tuttavia, il Journal of Happiness and Well-Being ha pubblicato di recente uno studio che parla della cherofobia non come un vero e proprio problema. Molte persone, anche nelle culture occidentali, attenuano deliberatamente i loro stati d’animo positivi e, in diverse nazioni, tra cui l’Iran e la Nuova Zelanda, si pensa che la gioia è seguita dalla tristezza.

L’avversione alla felicità, infatti, rappresenta un atteggiamento con il quale gli individui schivano intenzionalmente tutte quelle esperienze in grado di evocare emozioni positive o di estrema gioia. Tali persone sono convinte, in particolar modo, che potrebbe accadere loro qualcosa di terribile se dovessero andare incontro a momenti di gioia.

Sono state rilevate varie ragioni che causano un tale stato d’animo. Tra queste, vi sono le convinzioni che la felicità:

  • Porti a risultati negativi, molto forte nelle culture dell’Asia orientale influenzata dal taoismo il quale cita che “le cose tendono a tornare al loro contrario”. Una ricerca britannica di qualche fa chiese ai partecipanti di scegliere tra una serie di grafici sul corso della vita. I cinesi, a differenza degli americani, scelsero maggiormente quelli che mostravano periodi di tristezza.
  • Ti rende una persona peggiore, un pensiero radicato in alcune interpretazioni dell’Islam secondo cui la gioia ti distrae da Dio.
  • Rende più creativi. Il pittore norvegese Edvard Munch disse “Le sofferenze emotive sono parte di me e della mia arte. Sono indistinguibili da me e per questo voglio mantenere quelle sofferenze. “
  • Può danneggiare gli altri rendendoli, per esempio, eccessivamente invidiosi. Nella cultura Ifaluk, in Micronesia, la contentezza viene associata a ostentazione, sovraeccitazione e insuccesso nello svolgere i propri doveri.

Pertanto, si evince che la ricerca della felicità è ritenuta da molte culture e filosofie dannosa per se stessi e gli altri. Un testo buddista afferma: “E con ogni desiderio di felicità, per illusione essi distruggono il loro stesso benessere come se fosse il loro nemico.” Nel pensiero occidentale, fin dai tempi di Epicuro, si è ritenuto che la ricerca diretta della felicità può ritorcersi contro di noi e danneggiare chi ci circonda attraverso un eccessivo interesse personale. Inoltre, è stato affermato che la gioia può rendere gli oppressi deboli e meno inclini a combattere l’ingiustizia.

Dietro la parola felicità quindi, si nasconde una complessità senza confini. Soprattutto al giorno d’oggi dove, fin dall’infanzia, agli esseri umani viene imposto come scopo principale il conseguimento di una felicità materiale, di spirito… Poco importa, basta che si è felici. È vero, un sorriso al giorno toglie il medico di torno. Ma queste affermazioni, come quelle sopra citate, sicuramente veritiere che aiutano l’anima e l’apparato gastrointestinale evitando gastriti ed ulcere, si dimenticano di un importante dettaglio: tutti i tipi di gioie (affettive, sentimentali, lavorative, ecc.) spesso vengono raggiunte completamente e realmente a seguito di un dolore che può infliggere la nostra vita inaspettatamente, ma senza il quale oggi non saremo le persone che siamo.

Bisognerebbe, quindi, capovolgere il pensiero di base perché non è alla fine di un percorso di gioia che si arriva al dolore ma viceversa.

“È tempo che la psicologia occidentale riconosca in molti individui, e persino intere culture, la voglia di accettare il dolore per raggiungere la felicità”, evidenzia la The British Psychological Society. Come darle torto?

Fonte Health Online

Da secoli la filosofia medita sulla natura del tempo domandandosi se consista in un singolo istante o in una dimensione vera e propria. I fisici cercano di comprendere le ragioni per cui il tempo pare scorrere in una sola direzione, sulla possibilità di viaggiare nel tempo e persino, tout-court, sulla sua effettiva esistenza.

I neuroscienziati e gli psicologi, a loro volta, tentano di capire che cosa si intende quando si parla del ‘percepire’ il passaggio del tempo, in che modo il cervello lo misuri e come mai gli esseri umani possiedano la peculiare capacità di proiettarsi mentalmente nel futuro. Su quest’ultimo punto si sono soffermati i ricercatori della Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste che coordinati da Domenica Bueti hanno scovato tra le maglie del cervello dell’uomo le “mappe del tempo”, veri e propri canali che consentono di percepire il trascorrere di minuti, giorni e anni. A generarle è l’area che si chiama “corteccia supplementare motoria” e il meccanismo è descritto per la prima volta sulla rivista “Plos Biology”.
Il team di studiosi ha dimostrato che nella regione del cervello diverse aree sono attivate da stimoli di diversa durata: le zone anteriori per le durate più brevi, le parti posteriori per i periodi più lunghi. “Per la prima volta – commenta Bueti – si è capito, nell’uomo, come il nostro cervello decodifica il passare del tempo”, dal momento che fino a questo studio era noto che la corteccia supplementare motoria fosse coinvolta nella percezione del tempo, ma non si aveva idea di come funzionasse. La percezione del tempo si avvale di due elementi: l’organizzazione della corteccia supplementare motoria, in cui le parti che rispondono a durate simili sono spazialmente vicine, e la selettività.
Alcune porzioni dell’area rispondono solo ad una certa durata. Così quella che reagisce a uno stimolo brevissimo circa 200 millisecondi, si attiva con uno stimolo simile di 400 millisecondi ma non per uno diverso di 3 secondi. In più la qualità delle mappe è correlata alla percezione del tempo: più accurata e precisa è la percezione, migliore è la mappa registrata.
Per arrivare a questo risultato sono stati monitorati con la risonanza magnetica due gruppi di volontari sani, che dovevano selezionare alcune immagini in successione sullo schermo di un computer per diverse durate, e dire quale delle due immagini era stata presentata per più tempo. I ricercatori vogliono ora capire qual è il tempo che hanno mappato, se cioè quello fisico della durata degli stimoli sullo schermo, o quello percepito dal volontario, e anche se la mappa è innata, o è il frutto dell’esperienza e dell’educazione.
I neuroni del tempo. Una scoperta questa che per certi versi si relazione a quella fatta nel 2017 da un’équipe di scienziati del Champalimaud Centre for the Unknown di Lisbona che hanno identificato, per la prima volta al mondo, i circuiti neurali che modulano la percezione dello scorrere del tempo, nel cervello dei topi. Il team inoltre è anche riuscito a manipolare l’attività dei neuroni dopaminergici, responsabili del rilascio di dopamina, uno dei principali “messaggeri” chimici del cervello, in modo tale che gli animali sovrastimassero o sottostimassero la durata di un intervallo di tempo prefissato.

In Italia, due milioni di individui dichiarano di portare le lenti a contatto ma, tanti di questi e specialmente tra i giovani, rischiano di perdere la vista. Lo hanno sottolineato alcuni specialisti della Società Italiana Trapianto di Cornea (Sitrac). Le lacerazioni della cornea e le infezioni, che possono portare frequentemente alla perdita della vista e alla necessità di ricorrere ad un trapianto non facile, sono sempre di più in aumento.

Un quadro clinico così grave si verifica in quanto, ogni giorno, almeno un italiano su cinque perde la vista a causa del cattivo o errato uso delle lenti a contatto.

In particolare, le cause principali sono da ricondurre soprattutto alla mancanza di igiene, all’uso improprio delle lenti morbide, principalmente quelle mensili o settimanali, e allo scambio di lenti, pratica diffusa tra i giovani che usano quelle cosmetiche non più come un presidio sanitario, ma seguendo la moda del momento.

In tanti si rivolgono al pronto soccorso o a degli oculisti specializzati, ma spesso troppo tardi visto che le lenti a contatto in commercio sono ben tollerate dall’occhio e difficilmente mettono in allarme i portatori.

Per di più, le infezioni hanno un esordio ambiguo e sono difficili da diagnosticare e da trattare in tempistiche relativamente brevi. A questa situazione seguono ricoveri e degenze anche lunghe.

Quando è necessario il trapianto, poi, il decorso post-operatorio nei casi di infezione è complicato, dato l’elevato rischio di rigetti e la compromissione della situazione immunitaria.

Tra coloro che usano le lenti a contatto, l’85% fa uso di quelle morbide, dalle giornaliere alle mensili.

Fino a trenta portatori su dieci mila patiscono, però, degenerazioni gravi della cornea e la gran parte di questi risultano essere donne con un’età media intorno ai trenta anni, usano proprio lenti morbide mensili.

Le persone maggiormente a rischio, comunque, sono coloro che utilizzano le lenti a contatto senza controllo o in assenza di un difetto da sistemare.

Esiste un decalogo scritto da degli specialisti e che tutti dovrebbero seguire alla lettera:

  1. Controllare sempre scrupolosamente la data di scadenza e il tempo di uso corretto di lenti e liquidi per il loro lavaggio e conservazione.
  • Cambiare ogni 3-6 mesi il contenitore delle lenti.
  • Lavare e asciugare bene sempre le mani prima di mettere e togliere le lenti.
  • Non conservare le lenti in una soluzione salina, ma utilizzare sempre i liquidi indicati.
  • Non utilizzare mai la saliva e/o l’acqua corrente, fonti di infezioni e parassiti.
  • Sciacquare e pulire spesso anche il porta-lenti utilizzando soltanto gli appositi liquidi.
  • Non scambiarsi mai le lenti “cosmetiche” per evitare contagio e trasmissione di infezioni.
  • Non addormentarsi mai con le lenti a contatto.
  • Levare immediatamente le lenti al primo sintomo di fastidio e di lacrimazione, portando sempre con sé un paio di occhiali di scorta.
  1. Fumo, alcol e consumo di droghe (specie cocaina e crack) provocano danni a livello cellulare e alterano la percezione del dolore e del fastidio delle lenti.

In generale, se vengono rispettate queste regolo e utilizzate correttamente, le lenti a contatto risultano essere piuttosto sicure e comode dei classici occhiali da vista.

Giocare con piccoli oggetti, ad esempio palle antistress, sul posto di lavoro può stimolare il pensiero creativo e non solo essere un diversivo o una distrazione. Secondo diversi recenti studi alcuni tipi di movimento della mano infatti hanno un impatto sul funzionamento cognitivo, migliorano la capacità di concentrazione, fanno nascere nuove idee e favoriscono l’apprendimento veloce.

La ricerca dell’Università di New York

In particolare i ricercatori della Polytechnic School of Engineering dell’Università di New York stanno studiando come giocherellare con i gadget da scrivania possa produrre alcuni di questi benefici e come alcune persone che al lavoro si sentono irrequiete o costrette al terminale possano scaricare lo stress con questo semplice metodo. Tali comportamenti possono anche aiutare ad allontanare la sensazione di essere bloccati, annoiati, confusi, distratti o inquieti. Michael Karlesky, uno studente di dottorato, e Katherine Isbister, direttrice del Game Innovation Labdell’Università di New York stanno testando 40 persone sul posto di lavoro e l’uso che fanno dei gadget anche detti “scacciapensieri” constatando che più che “cacciare i pensieri” sono in grado di stimolarne di nuovi e creativi.
Il team di ricerca si è ha attivato anche sui social network invitando gli utenti a postare foto e video di giochi che utilizzano sul posto di lavoro, con la descrizione dei benefici sul sito fidgetwidgets.

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L’interazione mano-cervello

«La mano può funzionare come un direttore d’orchestra per la mente per aiutarla a raggiungere uno stato per cui le persone saranno in grado di ottenere il risultato che vogliono», racconta Frank R. Wilson (un neurologo autore di un libro su come l’interazione tra la mano e la mente stimoli l’intelligenza) al Wall Street Journal. Manipolare una pietra liscia o un filo di perle che sono piacevoli o rilassanti al tatto può evocare “un rituale meditativo” e mettere una barriera agli stimoli esterni, dice il dottor Wilson. Tenere in mano oggetti che suscitano pensieri piacevoli può inoltre alleviare la tensione.

Altri studi

I ricercatori della Princeton University e dell’University of California, a Los Angeles, hanno dedotto in base a tre diversi studi su 327 studenti pubblicati lo scorso anno su Psychological Science che prendere appunti a mano piuttosto che su un computer portatile, faceva loro comprendere i testi più a fondo e aiutava i ragazzi a dare migliori risposte a domande concettuali.
Una ricerca del 2011 su 22 persone pubblicata da Frontiers in Psychology ha inoltre scoperto che contare sulle dita migliora le prestazioni su problemi di aritmetica anche negli adulti. E infine i bambini che giocano spesso con blocchi o puzzle raggiungono risultati migliori nei test di ragionamento spaziale, secondo un’analisi su 847 soggetti pubblicata di recente suPsychological Science.

Fonte: Corriere Salute

La DAT (Dolphin Assisted Therapy = Terapia Assistita con i Delfini) è frutto di un approccio ancora “giovane” dal punto di vista scientifico.
Dell’amicizia tra uomini e delfini si parla sin dall’antichità classica. Diversi autori, come Eolide, Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane, descrivono amicizie tra ragazzi e delfini e salvataggi di persone in procinto di affogare. La vita sociale dei delfini, infatti, è improntata a una grande solidarietà : ad esempio, se un compagno è malato o ferito, essi lo sostengono in superficie, per aiutarlo a respirare.
David Nathanson e Betsy Smith , entrambi docenti presso la Florida International University di Miami, possono considerarsi i pionieri nel campo della terapia assistita dai delfini, cui si dedicano fin dalla fine degli anni ’70.
I delfini sono mammiferi, e questo di per sè li rende simili all’uomo più di ogni altra creatura acquatica. Ma esistono anche altre considerazioni che possono spiegare la straordinaria sensazione di “comunicazione“, che percepisce chiunque li avvicini. L’intelligenzadi cui sono dotati, per esempio, li avvicina all’uomo più della maggior parte delle specie animali. Infatti gli studi hanno dimostrato che è pari, se non superiore, a quella delle scimmie antropomorfe che tanto somigliano ai nostri antenati. Ed è questa intelligenza che permette loro di analizzare e coordinare le informazioni ricevute dall’ambiente e di elaborare strategie di risposta adeguate anche in situazioni non comuni, come quella dell’incontro con l’uomo.
Questa capacità dei delfini di interpretare dati nuovi e di agire di conseguenza, può spiegare l’impressione che essi capiscano l’umore delle persone con cui entrano in rapporto. Chi si è immerso con loro, infatti, li descrive capaci di stare “sulla stessa lunghezza d’onda”: timidi e distanti con chi ha timore, giocosi con chi è più attivo, tranquilli con chi è rilassato.

L’immersione nell’acqua è una esperienza particolare, per il legame concreto e simbolico che ha con le origini stesse della vita. Inoltre l’acqua salata aiuta a sciogliere alcune rigidezze corporee che spesso corrispondono a blocchi emotivi, fornisce un sostegno che facilita l’equilibrio, la fluidità del movimento e le sensazioni di rilassamento che ne derivano, il flusso dell’acqua, infine, offre una stimolazione tattile che migliora la percezione del proprio corpo.
La presenza dei delfini sembra moltiplicare gli effetti positivi del contatto con l’acqua. Tutte le testimonianze raccolte indicano che l’incontro con queste creature è un’esperienza eccezionale, profondamente coinvolgente a livello psichico, forse anche a motivo della componente archetipica che ha dato origine a tanti racconti mitologici.
Con il suo aspetto sorridente“, i suoi movimenti fluidi, il suo istintivo rispetto per lo spazio interpersonale (che fa sì che non si avvicini mai troppo a chi mostra timore) il delfino viene costantemente percepito amichevole e meno minaccioso o giudicante degli esseri umani. Nello stesso tempo offre gratificanti opportunità di scambio, basate sul gioco e sul contatto fisico, che portano la comunicazione a un livello accettabile anche per le persone più chiuse in se stesse. Il gioco con un delfino, inoltre, non è mai monotono o ripetitivo, la grande intelligenza di questi animali li rende capaci di inventare “trucchi” sempre nuovi e, a quanto pare, adeguati alle circostanze, tanto da riuscire a volte a spezzare anche le stereotipie di persone, come quelle autistiche, che sembrano imprigionate in una gabbia di comportamenti ripetitivi.
Sembra quindi che i delfini siano in grado in qualche modo di rompere l’isolamento presente nell’autismo e, in minor misura, nella depressione. Queste sono perciò le patologie prevalentemente trattate sia in Italia che all’estero.

In Italia abbiamo un’eccellenza di questa speciale terapia in Emilia-Romagna, nello specifico a Rimini. Nel delfinario della città è dal 1993 che esistono i primi “esperimenti” di delfino terapia, tutt’oggi presenti e sempre più utilizzati nei processi riabilitativi di grandi e piccini.

Le piaghe dell’umanità si potrebbero riassumere tranquillamente in 3 categorie: guerre, carestie e persone che russano. L’ultima pur essendo probabilmente la più diabolica di tutte, per fortuna è di molto più semplice risoluzione. Noi di ScegliereSalute vogliamo aiutarvi a conoscere meglio questo fenomeno, sfatare qualche falso mito e proporvi delle semplici soluzioni per debellarlo.

Perchè si russa?

Il russamento, in poche parole, potremmo riassumerlo con delle “mini apnee respiratorie”. Quando si russa, si manifesta una difficoltà nel far passare l’aria in fase di inspirazione, legata al restringimento parziale delle prime vie aeree. Quando appunto questo restringimento diventa completo, parliamo di apnea. Il russamento non è altro che il preludio di tale apnea. Questo evento può dipendere da diverse nature, sempre legate alle vie aeree: problematiche nella gola, o nel tratto oro-faringeo. L’aria, non defluendo liberamente, fa vibrare i tessuti, provocando il famoso rumore tanto odiato.

Ma chi russa?

Il russare è una problematica prevalentemente vissuta dagli uomini e quindi passivamente dalle donne. Fino ai 55 anni infatti è molto difficile che una donna possa soffrire di questa problematica. Dopo la menopausa però i cambiamenti ormoniali portano le percentuali molto vicine ai livelli degli uomini. Con l’arrivo della menopausa la donna non ha più la protezione degli ormoni femminili che da una parte stimolano l’attività respiratoria e dall’altra le impediscono di “mettere ciccia” dove in genere lo fa l’uomo e cioè sul collo. Dopo i 55 anni il russare è così diffuso, da arrivare ad interessare una persona su 5, quindi il 20% della popolazione.

Quali rischi per la salute?

Quando si russa molto profondamente, come abbiamo già detto, si cade in vere e proprie apnee respiratorie. Il reiterarsi di questo evento può portare a malattie cardiovascolari ed aumentare addirittura il rischio di infarto, visto che il sangue viene ossigenato più scarsamente. Anche in questo caso sono gli uomini ad avere la peggio, visto che nelle donne risultano apnee molto più leggere e meno prollungate.

Oltre ai problemi cardiovascolari, una forte attività di russamento può portare anche problematiche nella qualità del sonno notturno. In genere si dice che la sindrome di apnee ostruttive e il russamento sono causa di sonnolenza diurna.  L’associazione apnee e sonno durante il giorno è molto vera per gli uomini. Le donne che russano tendono invece a soffrire di insonnia.

Inoltre il russamento può portare ad altre problematiche non sospette come: la nicturia (cioè svegliarsi spesso di notte a fare pipì: questo è frequente in entrambi i sessi); cefalea mattutina (molto più frequente per le donne).

Si può smettere di russare?

Si, ci sono sia dei metodi clinici per agevolare le vie respiratorie, che dei piccoli trucchetti per migliorare la situazione.

Seguire una dieta corretta è sempre una panacea per tutti i mali, compreso il russare. L’accumulo di grasso già di per sè grava sulle notre capacità respiratorie. Ancor più se pensiamo che dopo i 50 anni, questo si deposita per il 10% nella zona del collo, dalla quale come facilmente possiamo immaginare, passano gran parte delle nostre vie respiratorie, che quindi possono essere occluse.

Dormire su un fianco. Per non russare va evitata la posizione supina perché questa postura tende ad abbassare i tessuti molli nella parte posteriore della gola impedendo il passaggio dell’aria. Girandosi su un fianco il problema si attenua e si riduce il rischio di russare.

Un altro trick molto utile è sollevare la testa. Certo non vi proponiamo di dormire in piedi come i cavalli, però dormire con un doppio cuscino o alzando lo schienale del letto di una decina di centimetri riduce il rischio di russamento perché in questo modo non si ostacola la trachea e si evita che le vie aeree superiori si restringano.

La tecnologia, come in tutti i campi, ci viene anche qui incontro. Sono in commercio infatti, dei bite (da apporre come un apparrecchio sui denti) che vengono utilizzati quando il russare è provocato da una particolare conformazione della mandibola: questo apparecchio sposta in avanti la mandibola facilitando così il passaggio dell’aria.

Non bere alcolici e non fumare L’alcol rilassa il corpo favorendo il russamento notturno perché i muscoli della gola si distendono e perdono tonicità. Mentre il fumo sappiamo bene che pregiudica le nostre capacità respiratorie e…..fate 1 + 1 dai.

Insomma, debellare il russamento si può, magari non si eliminerà del tutto, ma possiamo imparare a fare del bene a noi e a chi ci dorme vicino.

 

 

Scandalo in Premier League

In queste ore sta tenendo banco una notizia che sta facendo parecchio clamore nel mondo del calcio ma non solo. Il The Sun, testata giornalistica inglese di spicco, ha pubblicato un video risalente all’agosto scorso, in cui si mostrano alcuni tra i più importanti giocatori dell’Arsenal (squadra calcistica di Premier League), banchettare ad un festino con alcool e hippy crack.

Nel video, girato qualche giorno prima dell’inizio della Premier League nel Tape Club a Londra e alla presenza di una settantina di ragazze, si vedono i calciatori provare quella che viene chiamata “la droga di chi non si droga”. Non è infatti una vera sostanza stupefacente che lascia tracce nel sangue ma il gas esilarante (o ossido di azoto) usate anche come calmante per le anestesie: in Inghilterra il possesso non è illegale  ma è vietata la vendita ai minori di 18 anni se c’è il rischio che lo inalino.

Il vero problema è la combinazione tra l’inalazione di questo gas e gli alcolici (al party erano presenti anche vodka, scotch, champagne…): entrambi sono vasocostrittori e un’esposizione prolungata può provocare ipertensione o infarti.

Ma cos’è l’Hippy Crack?

Come già accennato in precedenza l’hippy crack bisogna chiarire che non è riconosciuta come sostanza dopante o illegale. Quindi non è stato commesso nessun reato, ma è certamente una sostanza che può creare reali problematiche alla salute.

Hippy Crack è il termine usato per l’eccesso di ossido di azoto, o gas esilarante. Di solito viene somministrato prendendo le piccole capsule di metallo usate nei vecchi contenitori di crema e perforando la parte superiore con un “cracker” e prendendo tutto il gas per riempire un grande palloncino. Il pallone a gas viene quindi inalato e tenuto in alto. L’effetto di stordimento dura solo per un minuto o meno, ma crea una pericolosa sensazione di assuefazione, che porta spesso a fare delle ulteriori inalazioni. Di qui l’associazione con Crack.

Winter is coming…lo sappiamo bene, ed i primi ad accorgersene sono stati i nostri piedi. Oramai abbiamo imparato bene a coprirci, le nostre case sono sempre ben riscaldate, abbiamo coperte, copertine plaid, tisane bollenti, pantofolone e cuscini riscaldati. Ma se c’è una regola scritta, è che appena ci mettiamo nel letto, i nostri piedi si congelano, non per tutti, ma sicuramente per molti di noi. E quando i nostri piedi riescono ad avere una temperatura quantomeno accettabile, ci pensa il partner a darci dei brividi di freddo sfiorandoci nel letto con i piedi con temperature simili agli 0 gradi.

Avvertire freddo alle mani e ai piedi è una sensazione molto diffusa, soprattutto per il sesso femminile. Le mani e i piedi freddi possono essere un disagio legato alla maggiore sensibilità verso il freddo ambientale. In altri casi meno frequenti rappresentano dei sintomi patologici ben precisi.
Dal punto di vista fisiologico, le mani e i piedi freddi sono il risultato da un fenomeno chiamato vasocostrizione o vasospasmo. In parole povere, l’organismo contrasta il freddo atmosferico riducendo l’afflusso di sangue alle periferie, in modo da ridurre la perdita di calore corporeo.

Ecco, noi di ScegliereSalute, ci teniamo che i vostri piedi siano sempre belli al calduccio e quindi abbiamo stilato questa lista di 10 semplici consigli, per riscadare al meglio le vostre “estremità”:

  1. Smettere di fumare – oltre a far sicuramente bene per la salute in generale, nello specifico la nicotina ha un effetto di vasocostrizione nel nostro sangue, che compromette la normale circolazione sanguigna. Lasciare le sigarette, vuol dire lasciar lavorare meglio i nostri vasi sanguigni, con un bel vantaggio per la nostra omogenea temperatura corporea.
  2. Bere alcool – ebbene si, in Russia ne sanno qualcosa, non a caso la vodka è la bevanda più venduta nel nord Europa per distacco ma….attenzione: il troppo storpia. Infatti è sufficiente un mezzo bicchiere di vino (sempre a patto che non faccia troppo freddo e che lo si faccia a stomaco non vuoto), per avere dei benefici nella circolazione sanguigna e della temperatura corporea.
  3. Sgranchirsi – Non è un caso che il freddo arrivi quando stiamo fermi, il non movimento fa andare il nostro corpo in stato di risparmio energetico, rallentando anche la circolazione. Sgranchire piedi e mani ogni tanto può ricordare al corpo che “ehi siamo vivi, vedi di darci un pò di sangue caldo!”
  4. Evitare alcuni sport – pensavate che fare dello sport fosse la panacea di tutti i mali? Quasi sempre, ma in questo caso no. Ci sono determinati sport come immersioni subacquee e ciclismo che possono essere dannosi nei mesi invernali. Nel ciclismo ad esempio durante la pedalata, il sangue defluisce per la maggior parte in cosce e glutei, lasciando le estremità con meno afflusso e quindi a rischio raffreddamento.
  5. Dieta – sappiamo che questa parola è un vero e proprio spauracchio per molti, ma una dieta corretta fa sempre bene, in Estate come in Inverno. Con alimenti che ci aiutano a gestire pressione bassa, anemia e disidratazione, il corpo ne gioverà in tutto il suo metabolismo, e quindi anche nella circolazione.
  6. Check up medico – spesso la problematica dei piedi freddi può dipendere anche da patologie di cui non siamo a conoscenza di soffrire. Per questo è importante fare sempre una visita di controllo per scongiurare qualsiasi problema. Possono causare tali problemi malattie come: ipotiroidismo, ateropatia periferica e sindrome di Rynaud.
  7. Non coprirsi troppo – strano vero? Ma coprirsi con 200 strati non da nessuna certezza di essere più caldi. Mettere troppi calzini ad esempio può creare una pressione troppo forte sul piede, tanto da provocare un rallentamento del flusso sanguigno e quindi sensazione di freddo. Insomma una giusta copertura può bastare. Diventare omini Michelin non migliorerà la situazione.
  8. Evitare il caffè – se siete degli amanti del caffè e ne bevete più di 3 al giorno, beh…non lamentatevi se avrete dei piedi freddi. Il caffè infatti, pur essendo eccitante è anche un potente vasocostrittore e rischia di lasciarvi senza il corretto afflusso di sangue nel corpo se ne abusate.

Insomma, piccole abitudini quotidiane che possono salvare i vostri piedi e spesso la vita dei vostri partner. D’ora in poi non lamentatevi se avrete i piedi freddo dopo questa guida. Del resto winter is coming, ma lo si può combattere!

Occhi rossi e lacrimosi, naso pieno, sensazione di stordimento, pruriti cutanei, secchezza delle fauci, sono solo alcune delle “meravigliose” manifestazioni delle allergie sul nostro corpo. Ma se a questa ci aggiungessimo anche l’impossibilità di baciare?

Ci sono allergie ed allergie, alcune anche se possono sembrare molto restrittive come per gli arachidi, in realtà portano in dote un rischio concreto ogni volta che ci si approccia a cibi come biscotti, caramelle, gelato, salse, pasta alle mandorle, specialità africane, asiatiche e messicane, dolci, mortadella ecc. Il problema è che se una persona è particolarmente predisposta a tale allergie, anche un semplice tocco sulle labbra, come quello di un candido bacio di una ragazza che ha assaggiato uno di questi alimenti, può diventare mortale.

È il caso di Oli Weatherall, ragazzo inglese di ventidue anni, che da perfetto Cenerentolo inverso, ha rischiato di cadere in un “sonno profondo” dopo il bacio di una principessa. Oli è allergico proprio alle arachidi prima citate. Da sempre attentissimo che la sua alimentazione sia completamente decontaminata da agenti allergici per la sua salute, che ha rischiato di morire proprio per via di un bacio di una ragazza. Per fortuna nonostante il ricovero immediato ed una gran brutta esperienza: “la sensazione è quella di morire per una crisi respiratoria, è terribile” – questo il suo commento dopo l’accaduto, adesso torna a sorridere per il pericolo scampato. Certamente d’ora in poi prima di baciare una ragazza, qualche domanda sulla sua alimentazione la farà. Non sarà il massimo per provarci, ma almeno non rischierà un attacco allergico mortale.