“Rimorchiare” è un arte, ma come per tutti i tipi di talenti, c’è chi ci nasce e chi di propria indole fa un più fatica. Oltre al carattere, che sicuramente è un fattore predominante in questo talento, diversi studi medici hanno evidenziato come la predisposizione ad essere spigliato verso il sesso opposto, dipende anche da un fattore ormonale.

Siete dei timidoni? Arrossite solo all’idea di approcciarvi a qualcuno? Beh, abbiamo una buona notizia per voi. Alcuni ricercatori hanno scoperto una sostanza che potrebbe rendervi molto più spigliati: la kisspeptina. Questa è una molecola a base di ormoni che prende il nome da un dolce tipico della città di Hershey (Pennsylvania) – i “baci di cioccolato”, dove la kisspeptina è stata scoperta.

Già in precedenza, studi su tale molecola, avevano dimostrato che la kisspeptina è in grado di attivare circuiti neuronali associati all’eccitazione sessuale, lavorando sull’ipotalamo (struttura del sistema nervoso centrale) e arrivando alle gonadi (testicoli e ovaie) stimolando la produzione degli ormoni della riproduzione sessuale. Ma è solamente con le ultime indagine che hanno elaborato una teoria ancor più interessante.

Questa molecola infatti potrebbe essere in grado di attivare anche recettori posti nell’amigdala, nel sistema limbico generale (il nostro deposito delle emozioni), riducendo l’ansia e favorendo l’intraprendenza. In altre parole, semplificando un po’, chi l’assume risulterebbe un po’ meno imbranato nel fare avances e sarebbe indotto a proporsi in modo un po’ più ardito al “gentil sesso”. Una sorta di elisir naturale per trasformarsi da imbranato a perfetto playboy spigliato.

L’importante scoperta è stata fatta attraverso dei test del dottor Adekumbi  e dai suoi colleghi del King’s College di Londra. La sperimentazione su alcuni topi maschi ha evidenziato che la kisspeptina effettivamente incrementava la loro propositività verso le femmine regalandone evidenti ” per lunghi intervalli di tempo, successivi alla somministrazione.

La somministrazione secondo i ricercatori potrebbe in futuro rivelarsi importante per risolvere problemi di disfunzione erettile. Che la kisspeptina possa realmente fare andare in pensione la famosa pillola blu? L’ansia e lo stress infatti vengono identificati nel 90% dei casi il principale motivo dei problemi a letto. In un colpo solo questa molecole potrebbe aiutare a superare le paturnie ed ansie della vita quotidiana, favorendo una maggior tranquillità anche nei rapporti interpersonali.

Quello che è certo è che la kisspeptina funziona già per i trattamenti di donne non più fertili a causa di menopause precoci o rallentamenti ormonali (circa l’8% delle donne che non riescono da avere figli): in questi casi la somministrazione della molecola è in grado di restituire l’ovulazione, dimostrandosi una terapia più efficace dell’iperstimolazione ovarica.

Fonte: Focus.it

L’atrofia muscolare spinale (SMA) è una malattia neuromuscolare ereditaria causata dalla delezione e/o mutazione del gene SMN1 (fattore di sopravvivenza dei motoneuroni). Questo gene è responsabile della produzione di una proteina essenziale al corretto funzionamento dei motoneuroni. Le persone mancanti di entrambe le copie del gene SMN1 sviluppano la malattia, mentre i portatori sani sono mancanti di una copia soltanto.

Esiste un gene molto simile al SMN1, chiamato SMN2, che è posseduto anche dalle persone affette da SMA. Purtroppo il gene SMN2 è differente quanto basta per non produrre una quantità sufficiente della proteina. La mancanza di questa proteina causa la degenerazione dei motoneuroni del midollo spinale, portando alla SMA. Non è possibile immettere semplicemente la proteina nel sangue o nel muscolo, oppure mangiarla; essa è prodotta all’interno delle singole cellule per un uso all’interno delle stesse. Tuttavia se il gene SMN2 potesse in qualche modo essere modificato per produrre la proteina in sufficiente quantità, questo porterebbe a un’efficace terapia della SMA.

Per vedere come questo potrebbe essere fatto, occorre capire qualcosa di più in merito alla struttura dei geni e sulla sintesi delle proteine. Normalmente un gene è composto da esoni (la parte più importante del gene, che codifica la proteina) e introni (la porzione non significativa, di “riempimento”, che è eliminata nel processo di splicing). Il DNA (che include introni ed esoni) è trascritto in RNA, che in questo primo stadio contiene la stessa struttura esoni-introni del DNA. In un secondo stadio gli introni sono eliminati e gli esoni sono uniti assieme formando il mRNA. L’mRNA codifica la proteina. Le proteine formano, supportano e sostentano le cellule. Ci sono milioni di diverse proteine, ciascuna con un suo preciso utilizzo nei vari tipi di cellule.

Ma in che cosa i due geni, SMN1 e SMN2, sono simili e in che cosa differiscono?
Il gene per la SMN include 9 esoni (1, 2a, 2b, 3, 4, 5, 6, 7, 8). Mentre l’mRNA del gene SMN1 contiene tutti i 9 esoni (full-length SMN1), l’SMN2 produce mRNA che difetta dell’esone 7 (SMN2D7) e quindi la proteina dell’SMN2 è troncata (accorciata). Ma proprio l’esone 7 codifica una parte essenziale della proteina, quella che le consente di legarsi in più copie. Infatti per funzionare correttamente i monomeri SMN (singole copie della proteina) devono legarsi assieme per formare oligomeri (multiple copie della proteina).
In termini semplicistici si può dire che l’SMN2 è privo di una parte molto importante – un determinato esone – che permette alla proteina risultante di unirsi in più copie onde funzionare correttamente.

Nel 1999 è stato identificato il motivo del differente processo di splicing nei geni SMN1 e SMN2. Normalmente all’interno della cellula avviene un complesso meccanismo di formazione dell’RNA dal DNA, con conservazione delle porzioni significative e eliminazione di quelle non significative. Tuttavia, a causa di un singolo errore (uno scambio di nucleotide) nell’esone 7, questo meccanismo non funziona perfettamente e il gene SMN2 produce soltanto circa il 30% della proteina correttamente. Ma questo 30% è identico alla proteina codificata dal gene SMN1.

Le persone con la SMA non hanno copie del gene SMN1, ma posseggono il gene SMN2. Questo significa che nei pazienti SMA la produzione della corretta proteina SMN è molto inferiore che negli individui sani, ma comunque sufficiente per il corretto funzionamento di quasi tutte le cellule del corpo umano, non sufficiente però per i motoneuroni del midollo spinale che degenerano, portando alla debolezza e all’atrofia dei muscoli volontari. C’è inoltre una chiara correlazione tra il numero di copie del gene SMN2 e la severità della malattia: più copie possiede il paziente SMA e più lieve è il fenotipo, cioè meno severa è la malattia (ecco perchè i topi SMA senza il gene SMN1 ma con 8 copie del gene SMN2, non sono affetti dalla SMA).

Secondo degli studi condotti presso la University College di Londra esiste già un farmaco, l’ Exenatide, attualmente utilizzato per combattere il diabete di tipo 2, che potrebbe riuscire a debellare definitivamente anche il morbo di Parkinson. Questo farmaco serve a regolare la glicemia e ha come bersaglio d’azione un recettore che si chiama ”glucagone di tipo peptide-1” (GLP-1). Questo tipo di recettore si trova anche nel cervello, motivo per cui il farmaco potrebbe avere un effetto terapeutico nel Parkinson (nonchè su altre malattie neurodegenerative come l’Alzheimer), anche se al momento il meccanismo d’azione resta sconosciuto.

Pur essendo una malattia ben nota e da molto studiata, ad oggi non esiste una vera e propria cura farmacologica che riesca a debellare definitivamente il decorso di questa malattia. Fino ad ora i medicinali riescono solamente a tenere a bada alcuni sintomi del Parkinson, ma difficilmente ad avere anche minimi miglioramenti. Gli esperti hanno testato il farmaco su metà dei pazienti, dando all’altra metà una pillola di placebo. Dopo 48 settimane di terapia i pazienti che avevano assunto exenatide hanno mostrato di aver mantenuto un quadro clinico stabile, mentre coloro che avevano assunto il placebo erano peggiorati nel tempo come purtroppo avviene in questa malattia.  

Ovviamente siamo ben lontani da poter asserire con certezza che questo farmaco potrà avere efficacia anche nel lungo termine contro la progressione del Parkinson. Serviranno studi molto approfonditi ed un range temporale molto più ampio da analizzare se è realmente in grado di bloccare la morte dei neuroni o se nasconde solamente i sintomi di neurodegenerazione.

Quel che è certo, è che è una novità molto interessante, che riuscirà comunque a fornire spunti importanti contro la lotta di questa malattia tanto temuta e (fino ad ora) implacabile.

Amanti del caffè amaro, bollente, senza zucchero? Secondo una ricerca condotta dall’Università di Innsbruck, le preferenze verso i gusti amari sono indice di istinti psicopatici e narcisismo (nell’immagine di copertina il campione britannico di tuffi, Tom Daley, si fa un bagno nel caffè!).

Gli esperti hanno preso in esame oltre mille persone, a cui è stato sottoposto un test riguardante le preferenze dei gusti in tavola e la loro personalità: i risultati, spiegano i ricercatori, “forniscono la prova empirica che la preferenza per un gusto amaro è legata a tratti delle personalità malevoli, ambigui e con scarsa empatia verso il prossimo”.

Ad ogni modo il caffè resta una bevanda ricca di proprietà benefiche talvolta insospettabili: innanzitutto fa bene al cervello; previene il diabete; è un potente antiossidante e infine aiuta il fegato.

La caffeina se assunta in dosi limitate, stimola la corteccia cerebrale,  acuisce la concentrazione e la capacità di attenzione; assunta in dosi eccessive è causa di eccitazione e insonnia.

Inoltre ha effetto sui reni, aumentando la diuresi. Stimola l’attività cardiaca, alza la pressione, e ha un’azione dilatatrice dei bronchi. Numerosi gli effetti benefici sulla salute: il consumo di caffè è stato associato ad una riduzione dell’incidenza di alcuni tumori fra cui quello alla prostata e al colon-retto. La Harvard school of Public Health ha condotto una ricerca su uomini che bevevano più di 6 tazze al giorno di caffè. Il risultato riferito è una riduzione del rischio del cancro alla prostata del 60%. La caffeina esercita anche un’azione importante su bocca e denti: uno studio della Boston University condotto sull’osservazione di più di 1000 pazienti, sostiene che gli antiossidanti del caffè riducano la perdita ossea parodontale. Certo è che il caffè macchia i denti.

Attenzione però, col caffè bisogna andarci piano e non eccedere nel consumo, poiché specialmente nei soggetti predisposti può portare a disturbi da ansia, ipertensione, agitazione, nervosismo!

 

 

Che ne sarà di mio figlio autistico quando non sarò più al suo fianco?“. Questa è la domanda che si pongono tanti genitori di ragazzi autistici e disabili in generale, preoccupati proprio come Gianluca Nicoletti, giornalista e scrittore, padre di un simpatico e riccioluto ragazzone di nome Tommy.

Sull’autismo in Italia non ci sono numeri ufficiali: “Quelli che possiamo registrare derivano dai dati raccolti da alcune Regioni, e si parla del 3-4 per mille” – riferisce Serafino Corti, ricercatore e membro del Comitato scientifico della Fondazione italiana per l’autismo.

Mancano i soldi, gli investimenti nella formazione degli insegnanti, il sostegno alle famiglie, i centri nel Sud Italia, le possibilità di lavoro: l’80% degli adulti autistici non ha un’occupazione. Non ci sono nemmeno dei dati precisi in merito alle diagnosi. Mamme e papà dei figli autistici devono affrontare anche il problema del lavoro. All’estero il 40% di queste persone lavora. In Italia è diverso.

Il giornalista Gianluca Nicoletti ha scritto due libri (Una notte ho sognato che parlavi e Alla fine qualcosa ci inventeremo) e prodotto un docufilm su questo argomento, “Tommy e gli altri“, un progetto ambizioso prodotto in crowdfunding, in arrivo prossimamente nelle sale cinematografiche. #tommyeglialtrifilm

Vogliamo che il nostro racconto sia veramente uno sguardo realistico sui cittadini  italiani autistici e sulle loro famiglie.ha spiegato Nicoletti – Il film dovrà rappresentare luci e ombre di una realtà che fino a pochissimo tempo fa era assolutamente indicibile“.

Tommy e gli altri” è un film in progress, come il sito Pernoiautistici, ma anche un film collettivo, perché saranno le famiglie a girarlo, offrendo la “soggettiva” del proprio ragazzo autistico e contribuendo così a svelare il suo mondo.

Quello di Nicoletti è un film necessario, perchè, oltre che portare le storie di umanità, gioia e sofferenza delle famiglie di questi figli “stralunati”, intende lanciare un progetto, Insettopia, per dare un tetto e spazi di lavoro e condivisione ai ragazzi autistici, che gli permetta di crescere con maggiore autonomia. Perchè la loro vita continui felice anche dopo la morte dei propri familiari.

Il 2 aprile si celebra la “Giornata mondiale di consapevolezza sull’autismo“, istituita nel 2007  dalle Nazioni Unite, con numerose iniziative e dibattiti in tutta Italia, piazze e monumenti che si colorano simbolicamente di blu.

La spesa media pubblica per ogni disabile in Italia è di 8 euro al giorno, siamo in fondo alla classifica in Europa per fondi destinati alle disabilità. E soprattutto mancano politiche nazionali capaci di uniformare i servizi e l’assistenza, le risorse cambiano da Regione a regione e a volte, da Asl a Asl. E così finisce che a farsi carico della presenza, l’assistenza, le cure siano sempre e soltanto le famiglie. E quanto spendono davvero gli italiani con parenti disabili? Solo i familiari alle prese con malattie degenerative come l’Alzheimer, 8 miliardi l’anno.

 

Il bando della Regione Lazio per assumere due ginecologi non obiettori di coscienza, è diventato un caso nazionale. E ha attirato gli strali della CEI e della Ministra alla Sanità, Beatrice Lorenzin, che ritengono si tratti di una “forzatura abortista” in contrasto con lo spirito della legge 194 del 1978. Questa legge – ricordiamolo – “garantisce alle donne la possibilità di abortire gratuitamente in tutti gli ospedali italiani“, entro i primi 90 giorni oppure entro il quinto mese se si tratta di un aborto terapeutico.

Senza scendere nel vivo delle polemiche che rischiano di riproporre antichi schemi ideologici, soffermiamoci a ricordare i fatti. E i numeri. Che descrivono il fenomeno in tutta la sua preoccupante gravità: nell’ultimo anno si sono registrati in Italia oltre 50.000 aborti illegali a causa degli obiettori di coscienza.

La comunità scientifica nazionale sta assistendo ad una drammatica involuzione dei servizi medici prestati alle giovani donne italiane. L’Italia si è ammalata di obiezione di coscienza: più dell’80% dei ginecologi è obiettore. “La regione con più alto numero di obiettori è il Molise con l’85,7% di medici obiettori, seguito dalla Basilicata dove sono l’85,2%, quindi dalla Campania con l’83,9% e dalla Sicilia con l’80,6%. In tutto il paese la percentuale non scende mai al di sotto del 50%, tranne per la Valle d’Aosta dove gli obiettori sono il 16,7%. A Bari gli ultimi due medici che facevano interruzioni di gravidanza hanno deciso di abbandonare il reparto, a Napoli il servizio viene assicurato soltanto da un ospedale in tutta la città”, secondo dati ufficiali ripresi dal Blog di divulgazione scientifica, La Medicina in uno Scatto.

Il risultato è che oggi in molti ospedali italiani a causa dell’assenza di ginecologi non obiettori, molti reparti per l’interruzione volontaria di gravidanza sono stati smantellati. Nel caso delle minorenni, la legge le tutela affermando che possono abortire ma con il consenso del giudice tutelare e facendosi accompagnare dai genitori.

È inquietante il modo in cui la gente si aspetta che le donne debbano affrontare questa esperienza. Il messaggio è chiaro: se il bambino muore, dovete soffrire in silenzio” – ha dichiarato qualche tempo fa la giornalista britannica Janet Murray in una video testimonianza diffusa dal The Guardian, che ha fatto il giro del mondo.

Dall’altra parte dell’Oceano, invece, il presiedente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel suo terzo giorno di presidenza, ha firmato una serie di ordini esecutivi tra cui quello volto a ripristinare la cosiddetta Mexico City Policy, impedendo così alle organizzazioni internazionali non governative impegnate nel fornire servizi alle donne che decidono di abortire, di ricevere finanziamenti dal governo degli Stati Uniti.

L’aborto non in sicurezza rimane la principale causa di morte delle donne in età fertile nel mondo. Secondo le stime sono oltre 43mila le donne morte così nel mondo nel 2013, pari al 14,9% di tutte le morti materne. Ecco perché un network di 1.800 gruppi e associazioni di 115 Paesi ha avviato una campagna per chiedere alle Nazioni Unite di riconoscere il 28 settembre come data ufficiale per il diritto all’aborto sicuro, con una lettera al segretario generale Ban Kii-Mon.

 

 

Il 2016 è stato per il nostro Paese un anno molto positivo per quanto riguarda il numero dei trapianti e delle donazioni di organi effettuate. Si acheter viagra calcola che i pazienti trapiantati lo scorso anno hanno toccato quota 3.736, circa 400 in più dell’anno precedente.

La cifra più elevata mai registrata a livello nazionale e del maggiore incremento mai osservato (+13%). I dati emersi dalle indagini del Centro nazionale trapianti (Cnt) confermano un trend incoraggiante: nell’ultimo anni sono stati eseguiti 3.268 trapianti, contro i 3.002 del 2015 e il totale dei donatori d’organi è stato di 1.260, contro i 1.165 dello scorso anno. La principale novità riguarda le donazioni da vivente, che già nel 2015 avevano registrato un incremento del 20,4% rispetto all’anno precedente. In particolare quelle di rene da vivente hanno raggiunto un altro record, superando per la prima volta la soglia dei 300 prelievi.

Tra le buone pratiche spicca la collaborazione tra AIDO e Comune di Milano: nel capoluogo lombardo sono 25 mila i milanesi maggiorenni che hanno detto sì alla donazione degli organi. Una decisione molto importante che ogni cittadino prende al momento del rinnovo della carta d’identità, esprimendo la propria volontà sul tema della donazione.

La volontà espressa in vita sui propri organi è il più grande principio di autodeterminazione che un individuo possa compiere, è il maggiore rispetto e diritto civile possibile. “A sessant’anni da quando Don Gnocchi, contro ogni legge, scelse di donare le cornee alla sua morte, oggi i medici hanno finalmente la possibilità di eseguire le volontà di una persona che si è espressa in merito con una forte delega all’azione” – ricorda il coordinatore Regionale Trapianti della Lombardia, Giuseppe Piccolo.

La regione italiana con il maggior numero di donatori di organi è l’Emilia Romagna (86 mila consensi) seguita in seconda posizione dalla Lombardia (84mila). In tutta Italia le adesioni si attestano sulle 415 mila a fronte di 3.000 trapianti effettuati annualmente e a fronte di una lista di attesa di 9.000 malati, di cui 500 ogni anno muoiono prima che l’organo di cui hanno bisogno sia disponibile.

Non ci sono limiti di età alla donazione: in alcuni casi gli organi possono essere prelevati anche a una persona con più di 80 anni. Due sono le uniche certezze che regolano la donazione: il rispetto della volontà dell’individuo, la sua libera scelta consapevole, e l’avvenuto decesso. In Italia, il programma terapeutico dell’espianto di organi è uno dei migliori in tutta Europa e conferma un trend positivo di questo tipo di operazioni. La percentuale di sopravvivenza, a 5 anni dal trapiano, varia tra l’80% e il 90% con un sensibile miglioramento del ritorno alla vita normale del paziente trapiantato.

Esiste una piscologia del colore. Ci aiuta a prevenire e curare alcune malattie di natura psicosomatica. Curarsi con i colori, infatti, è il principio alla base della cromoterapia, tecnica terapeutica della medicina olistica, antichissima, nata in Oriente, per alleviare disturbi nervosi e dar sollievo alla psiche.

Se tutto ciò che ci circonda è colore, la ricerca delle tinte giuste per dipingere le pareti di casa, sarà dunque una decisione tutt’altro che semplice, visto che le diverse nuances influenzano il nostro umore. Ansia e depressione, quindi, così come felicità e buonumore, possono essere associate alle variazioni cromatiche.

Ogni persona è un colore: se la tinta è in sintonia con il nostro stato psicologico diremo che ci piace, se invece è in discordanza, diremo che non ci piace“, afferma il dottor Michele Cucchi, psichiatra e direttore del sanitario del Centro Medico Santagostino di Milano.

In casa la scelta dei colori è fondamentale: dalla cucina al salotto, dal bagno alla camera da letto, i colori riflettono il nostro stato d’animo e ne condizionano l’umore. Il verde, così come il bianco, trasmette relax, armonia, amore, equilibrio, ed è indicato per la camera da letto. In questo ambiente sono vietati colori intensi.  Il giallo, culturalmente è sinonimo di gelosia, ma è legato anche alla follia, all’allegria e alla felicità. Può essere il colore giusto con cui dipingere una o più pareti della cucina. La sala da pranzo deve avere un’atmosfera rilassata ma conviviale. Dunque via libera al rosa. Il bianco e l’avorio sono invece i colori neutri delle persone che non vogliono osare, offrono serenità e si scelgono per tenere gli ambienti puliti e candidi. Ideali per le stanze scure e prive di luce, come per esempio corridoio o i bagni ciechi. Il ha a che fare con lo stile e l’eleganza e per questo sarebbe adatto soprattutto per la camera da letto. Anche rosso e arancione vanno bene per la camera da letto, ma attenzione affinchè i colori forti non dominino in modo assoluto, perchè si creerà un’atmosfera di disagio.

Ogni colore apporta sicuramente una serie di benefici e richiede diversi trattamenti.

Infine, anche l’alimentazione può sfruttare i benefici della cromoterapia. Soprattutto la frutta e laverdura ci aiutano a migliorare le nostre condizioni di salute in base ai loro colori. Secgliamo perciò di variare gli ingredienti dei nostri piatti anche in base alle tonalità dei cibi, in modo da garantirci tutti i possibili effetti curativi e riequilibranti dei colori.

 

 

Si dice che sono “multitasking”, ovvero sanno svolgere più attività contemporaneamente. E poi sono in modalità “always on”, perennemente connessi. Questo li rende più liberi ma al contempo più fragili rispetto alle dipendenze.

Controllano lo smartphone un centinaio di volte al giorno, sono ossessionati dall’ansia di condividere, sempre e comunque, e incollati alla consolle di un videogame, perdendo completamente la cognizione del tempo…

Sulla dipendenza da internet: è un fatto ormai assodato che l’uso eccessivo della rete porta progressivamente a difficoltà soprattutto nell’area relazionale dell’individuo, sia familiare che scolastica, cosicché il soggetto viene assorbito totalmente dalla sua esperienza virtuale, restando “agganciato alla rete” (Cantelmi et. All 2000) e rischiando anche gravi episodi dissociativi.

Secondo la Dott.ssa Grattagliano dello Studio di Psichiatria di Napoli, “la dipendenza dalla rete passa attraverso fasi. La fase iniziale, tossicofilica, è caratterizzata da un’attenzione eccessiva per la mail box, una polarizzazione ideo-affettiva su temi inerenti la rete, un incremento del tempo di permanenza on line con difficoltà a sospenderla, intensa partecipazione a chat e newsgroup, collegamenti notturni e perdita di sonno. La seconda fase,tossicomanica, è correlata a fenomeni psicopatologici; è caratterizzata dall’incontro con i MUD e da collegamenti  così prolungati da compromettere la vita sociale”.

“Le evidenze delle neuroscienze mostrano come siano sollecitate aree cerebrali diverse”- spiega Laura Ambrosiano, psicoanalista della Società psicoanalitica Italiana. “Il funzionamento della mente dei ‘nativi’ è diverso rispetto agli ‘immigrati digitali’, come viene definito chi appartiene alle generazioni precedenti. In futuro – continua – la loro modalità di pensiero costantemente iperconnessa potrebbe portare a modificazioni importanti. Ora tuttavia possiamo provare a tracciare un identikit del nativo, sulla base degli studi disponibili”.

I nativi, inoltre, mostrano di possedere un sapere enciclopedico, più vasto degli immigrati, eppure meno sistematico, e a volte con gravi lacune: “Imparano ciò che è utile a loro, per condividerlo subito con il gruppo, perché è nel gruppo che si risolve spesso la loro ricerca di soddisfazione”.

Per scoprire quanto le nuove tecnologie, e in particolare l’uso dello smartphone, ci assorbono totalmente, è nata Menthal, un’app ideata dai ricercatori dell’Università di Bonn, che traccia il nostro comportamento con il dispositivo. “Chi la installa (inizialmente mette in coda d’attesa) non vede solo quanto tempo gli rubano le chiamate, ma anche quali sono le applicazioni usate più frequentemente. E se l’app di Twitter viene usata per diverse ore al giorno, allora forse è meglio che spegniate tutto e resettiate, fissando nuove priorità”.

Quindi occorre fare molta attenzione a non fare un uso smodato dei dispositivi. Perchè accendere uno smartphone e aprire un’applicazione è spesso il modo migliore per buttare via un’occasione, deconcentrarsi sul lavoro e soprattutto dilapidare tempo prezioso della vostra vita.

 

I primi sintomi di casi di dislessia (DSA) si presentano generalmente intorno alla seconda elementare, oppure indicatori precoci possono registrarsi già dai 4 o 5 anni del bambino. I segnali riguardano un’inattesa difficoltà nell’apprendimento della lettura e della scrittura. In particolare in difficoltà comunicative linguistiche come: la scarsa conoscenza delle parole e dei significati; difficoltà con filastrocche e frasi in rima; scarsa capacità di costruzione della frase; problemi di memoria nell’apprendimento delle parole.

AID Italia, l’Associazione Italiana Dislessia, consiglia “ai genitori che sospettano di avere un figlio dislessico di rivolgersi al pediatra e agli insegnanti per valutare eventuali percorsi di potenziamento per risolvere le problematiche evidenziate. Se l’attività didattica risulta inefficace, bisogna fare, al più presto, una valutazione diagnostica”. La diagnosi deve essere fatta da specialisti esperti mediante specific test standardizzati e condivisi (test per intelligenza, capacità di scrittura, capacità di lettura, comprensione del testo, capacità del calcolo).

La ricerca scientifica sta facendo importanti passi avanti per valutare terapie per contrastare e prevenire l’insorgenza di questi disturbi. Ad esempio è attuale lo studio dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù e della Fondazione Santa Lucia di Roma, pubblicato sulla rivista scientifica Restorative, Neurology and Neuroscience, secondo cui “la stimolazione cerebrale migliora la capacità di lettura dei bambini dislessici“(fonte Agensir).

Imfatti, dopo 6 settimane di stimolazione cerebrale trattamento non invasivo, velocità e accuratezza di lettura aumentati del 60%. La dislessia è un disturbo che in Italia colpisce circa il 3% dei bambini in età scolare con ripercussioni sull’apprendimento, sulla sfera sociale e psicologica.

Per condurre lo studio è stata utilizzata la tecnica di stimolazione transcranica a corrente diretta (Tdcs), procedura non invasiva con passaggio di corrente a basso voltaggio già impiegata per la terapia di alcuni disturbi come l’epilessia focale o la depressione. Per la prima volta è stata utilizzata dai ricercatori del Bambino Gesù su 19 bambini e adolescenti dislessici di età compresa tra i 10 e i 17 anni, che dopo 6 settimane di trattamento hanno migliorato del 60% la velocità e l’accuratezza in alcune prove di lettura, passando da 0,5 a 0,8 sillabe lette al secondo. 0,3 sillabe di miglioramento al secondo è quanto un bambino dislessico ottiene spontaneamente (ovvero senza terapia) nell’arco di un intero anno. Le competenze acquisite si sono dimostrate stabili anche dopo un mese dall’ultima seduta e ulteriori valutazioni verranno effettuate a 6 mesi dalla fine trattamento per verificarne l’efficacia a lungo termine. “Uno studio preliminare i cui dati attendono di essere supportati da indagini su casistiche ancora più ampie, ma i risultati ottenuti in questa prima fase sono di grande importanza dal punto di vista clinico” sottolinea Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria infantile del Bambino Gesù, perché possono aprire “la strada a nuove prospettive di riabilitazione della dislessia”.