E’ tempo di vacanze e si sprecano le raccomandazioni per affrontare serenamente i viaggi per le destinazioni turistiche in totale sicurezza. Tra le più ovvie e frequenti, c’è quella di predisporre una piccola “farmacia in viaggio”, un kit di pronto soccorso per prevenire eventuali infortuni come scottature, contusioni, dermatiti, mal di gola, mal di tesa, insonnia, mal di denti, ecc.

Ovviamente prima di partire va controllato se nella meta del nostro viaggio ci sono problemi sanitari particolari o se sono obbligatorie o consigliate vaccinazioni specifiche. Sul sito della Farnasina ‘Viaggiare Sicuri’ (www.viaggiaresicuri.mae.aci.it) si possono trovare tutte le informazioni del caso. Per le vaccinazioni ci si può recare presso il centro vaccinazioni internazionali della Asl di competenza. Rincuora invece lo studio realizzato da Anifa (Associazione nazionale dell’industria farmaceutica dell’automedicazione), secondo cui quasi tutti gli italiani, per la precisione l’80%, non parte senza avere con sé un kit di medicinali essenziali.

Non serve mettere in valigia tanti medicinali per precauzione, ma è molto meglio portarne con sé pochi, adeguati però alle proprie esigenze e al Paese di destinazione. Buona norma, spiegano i farmacisti, è mettere sempre in valigia almeno del paracetamolo, del disinfettante, dei fermenti lattici e una pomata che possa alleviare le scottature. Ma la «check list dei farmaci» va completata con medicinali ad hoc, a seconda della destinazione. Nelle zone malariche o in viaggi nella Foresta Amazzonica, per esempio, può essere vitale un repellente anti-zanzare da spruzzare anche sui vestiti, che altrove sarebbe inutile. Se ci si avventura in escursioni di diverse ore in luoghi dove non c’è acqua, meglio prevedere, per chi deve assumere farmaci continuativi, una versione oro-solubile. In generale, sempre meglio portare con sè anche un disinfettante in salviette. Tra le regole d’oro del viaggiatore, infine, c’è quella di stipulare prima di partire una polizza di assicurazione sanitaria, che può offrire una copertura in caso di emergenza sanitaria in paesi dove l’assistenza medica ha costi molto elevati o dai quali è preferibile essere velocemente trasferiti o rimpatriati con vettori speciali. Chi ama roccia, attività subacquee, rafting, può pensare anche a una polizza infortuni.

In Italia continua a salire la spesa sanitaria pubblica pro capite (+ 0,38% tra il 2015 e il 2016) attestandosi a 1.845 euro. A riferirlo è il recente Rapporto Osservasalute, che evidenzia come la spesa sanitaria privata raggiunge, nel 2015, la quota di 588,10 euro con un trend crescente dal 2002 a un tasso annuo medio dell’1,8%.

Tutte le Regioni registrano un tasso medio di crescita degli esborsi che oscilla dallo 0,6% delle Lombardia al 3,7% della Basilicata. Nel 2015, in valori assoluti, la spesa privata pro capite più alta si registra in Valle d’Aosta con 948 euro, mentre la più bassa è in Sicilia con 414 euro.

Tuttavia secondo gli esperti al Sud si muore di più. Il tasso di mortalità per tumori e malattie croniche è infatti maggiore di una percentuale che va dal 5 al 28% e la Campania è la Regione con il dato più allarmante (+28% di mortalità rispetto alla media nazionale del 2,3%). In contro tendenza il dato secondo cui nel nostro Paese, si muore meno per tumori e malattie croniche ma solo dove la prevenzione funziona, ovvero principalmente nelle Regioni settentrionali. Il report prende in esame la cosiddetta mortalità precoce, dai 30 ai 69 anni, per varie patologie come tumori, diabete e malattie croniche e cardiovascolari.

 

In questo quadro preoccupante, una buona notizia riguarda i progressi dell’Italia in fatto di welfare aziendale, che conquista molte PMI, considerato non come uno strumento di filantropia, ma come un investimento che incide sui risultati aziendali: il 32,5% delle piccole e medie imprese investono in benessere e il 52,7% prevede un incremento delle misure di welfare nei prossimi 2-3 anni. E’ quanto riportato dai dati della ricerca Welfare Index Pmi.

Le priorità su cui le aziende concentrano maggiore attenzione sono la salute, l’assistenza e il work-life balance.  Seguendo questa tendenza, anche il Gruppo Health Italia si rivolge al mercato con un approccio completo al welfare aziendale, integrando l’offerta di piani sanitari e servizi assistenziali con programmi di flexible benefits. Il servizio viene erogato attraverso BenefitOnline, la piattaforma di fornitura e gestione del programma.

Tornando al Rapporto Osservasalute, “sempre nel Mezzogiorno una persona su cinque dichiara di non aver soldi per pagarsi le cure”. La Campania e ancor di più la Calabria sono le Regioni che nel quadro complessivo mostrano il profilo peggiore. Si evidenziano dunque, si legge nel documento, “situazioni di buona copertura dei sistemi sanitari nelle regioni del Centro-Nord, mentre per il Meridione appare urgente un forte intervento in grado di evitare discriminazioni sul piano dell’accesso alle cure e dell’efficienza del sistema”.

 

Anche per dare una risposta chiara e credibile a questa domanda di assistenza sanitaria nei contronti di oltre 11 milioni di italiani che non hanno accesso alle cure mediche, da un anno Scegliere Salute, startup e-health del Gruppo Health Italia, ha lanciato il progetto di “Banca delle Visite” per offrire una visita medica gratuita a chi non può permettersi di pagare.

Finora varie decine di persone sono state aiutate da questa campagna sociale. E’ possibile donare liberamente collegandosi al portale www.bancadellevisite.it

 

Fabio Dell’Olio

Gioite signori, gioite, per una volta non siamo nè i primi nè gli unici nella graduatoria di un disservizio ospedaliero. No…in realtà però non c’è (ancora) molto di cui gioire.

Secondo una ricerca condotta in tutta Europa sui tempi di attesa per accedere alle visite mediche, si è evinto che molti dei sistemi sanitari del vecchio continente non hanno saputo trovare i giusti accorgimenti per evolvere le pesanti burocrazie alla loro base. Ci sono però delle mosche bianche come Francia e Portogallo, che hanno saputo evolversi più in fretta, e dalle quali potremmo prendere importanti spunti per migliorare. Andiamo nello specifico a vedere com’è la situazione europea:

Regno Unito

Le procedure cardiologiche hanno visto aumentare i tempi di attesa e un paziente su dieci lamenta l’aumento dei tempi d’attesa per la cura dei tumori. Fino ad un terzo dei pazienti prevede di rivolgersi al settore privato.

Danimarca

Dal 1 ottobre 2007, se il tempo di attesa per il trattamento è superiore ad un mese, i pazienti danesi possono scegliere un ospedale privato in Danimarca o un ospedale all’estero.

Finlandia

Lunghe liste d’attesa per la chirurgia elettiva erano tipiche in Finlandia nel corso degli anni 2000. Una riforma dei tempi di attesa e’ in vigore dal marzo 2005, finalizzato a  garantire la parità di accesso e criteri di assistenza alle cure non-urgenti a tutti i cittadini.

Risultato: la considerazione per i gruppi di intervento chirurgico con lunghi tempi di attesa è stata prioritaria In alcuni gruppi il tempo medio di attesa è diminuito senza un aumento degli interventi. Pertanto, l’aumento del numero di interventi non era l’unico modo per ridurre il tempo di attesa. Il controllo delle liste di attesa e l’utilizzo di criteri più stretti per l’intervento chirurgico riduceva il numero dei pazienti in attesa
diminuendo quindi i tempi medi di attesa.

Austria

La mancanza di un sistema ufficiale di controllo dei tempi di attesa e la riluttanza degli ospedali a consentire l’accesso ai dati del paziente ha reso, in partenza l’ argomento molto complicato.

C’è troppo poco coordinamento e trasparenza per ottimizzare i tempi di attesa. Ad alcuni pazienti della nostra indagine sono stati offerti tempi di attesa più brevi in cambio di pagamenti informali o visite nello studio privato.

Ci sono grandi differenze nei tempi di attesa rispetto al tipo di operazione (chirurgia della cataratta, sostituzione dell’anca, sostituzione dell’articolazione del ginocchio) tra e all’interno delle regioni. Secondo tutte le aziende ospedaliere, esistono tempi di attesa per le operazioni alla cataratta, per interventi di chirurgia dell’anca e del ginocchio comuni.

Tuttavia, solo le aziende ospedaliere di Stiria e Alta Austria sono state in grado di fornire dati esatti.

Svezia

Le lunghe liste d’attesa sono il risultato più problematico, nel tentativo di contenere i costi. La Svezia ha adottato un nuovo sistema di assistenza sanitaria, che ha permesso la privatizzazione della sanità, consentendo ai medici e agli ospedali di avere più controllo sulle decisioni mediche, e garantire ai pazienti la possibilità di scegliere il proprio medico.

Attraverso la libera concorrenza di mercato, la Svezia sperava di diminuire le liste di attesa, pur contenendo i costi. I primi risultati sono stati positivi, le liste di attesa erano diminuite e la spesa teneva. Tuttavia, il libero mercato nel lungo periodo non ha funzionato in modo efficiente. Le liste d’attesa, insieme ai costi, hanno ricominciato a salire, riducendo la qualità delle cure che i pazienti potevano ricevere.

Secondo una legge sanitaria entrata in vigore nel luglio 2010, gli svedesi dovrebbero essere in grado:

  • di vedere un medico entro sette giorni in una clinica finanziata con mezzi pubblici;
  • non dovrebbero attendere più di 90 giorni per vedere uno specialista;
  • qualsiasi trattamento prescritto dovrebbe essere fissato entro 90 giorni dopo la
    visita dello specialista.

Spagna

E’ stato approvato in Parlamento un regio decreto che stabilisce che nessun paziente deve attendere più di 6 mesi per un intervento chirurgico.

Le operazioni specificamente menzionate nel decreto sono le procedure cardio-vascolari, cataratta, protesi d’anca e di ginocchio, che hanno tradizionalmente tempi più lunghi di attesa

Portogallo

Liste di attesa assenti.

Francia

Attualmente non esiste il problema delle liste d’attesa (ad eccezione degli interventi oftalmici). Il 70% degli interventi chirurgici e’ effettuato in strutture private. Il 90% dei cittadini e’ coperto da un’assicurazione privata.

Germania

Il Paese ha più del doppio di ospedali per 1000 abitanti degli USA. Le strutture sanitarie tedesche trattano ciascuna quasi il doppio dei pazienti degli ospedali degli USA.

Negli ospedali tedeschi per acuti i pazienti con assicurazioni cialis forum private hanno tempi di attesa significativamente più brevi dei pazienti con copertura sanitaria pubblica.

Dato che vi e’ poca trasparenza, non sappiamo se la discriminazione nei tempi di attesa porta anche a discriminazione nella qualità del trattamento.

Belgio

Non esistono vere e proprie liste d’attesa per un ricovero in Belgio, e questo soprattutto perché molti dei medici hanno un rapporto di lavoro autonomo ed hanno forte voce in capitolo nella gestione dell’ospedale. Il numero dei chirurghi è elevato.

Non c’è un vero e proprio “Sistema Sanitario Nazionale”, ma un Fondo nazionale della previdenza sociale che retribuisce il personale sanitario autonomo e dipendente allo stesso livello e per gli stessi importi. Per ogni atto sanitario il paziente deve pagare una quota di tasca propria corrispondente al 15% della tariffa, ma fino ad un importo
limitato.

Portogallo e Francia i due paesi virtuosi che hanno abbattuto questo fenomeno.

Analizziamo il modello adottato in Portogallo.

Per ridurre i tempi d’attesa negli ospedali, il Portogallo ha adottato un modello che funziona e che trasforma le liste d’attesa in tempi d’attesa con diritto per il malato a un voucher da utilizzare in qualunque struttura pubblica se non viene operato nei termini previsti. In questo modo ci guadagnano sia i pazienti che gli ospedali.

Il Portogallo, come l’Italia non ha molte risorse per finanziare il suo Servizio Sanitario Nazionale (spesa sanitaria pro-capite: €2.150 – €2.446  in Italia).

Negli ultimi decenni sono adottati numerosi provvedimenti, molti dei quali costosi ed inefficaci, con l’obiettivo specifico di ridurre le liste di attesa, nessuno però ha portato ai risultati sperati.

Nel 2004, però nasce una nuova prospettiva: il SIGIC (Sistema Integrado de Gestão de Inscritos para Cirurgia).

Un nuovo approccio che si avvale di un potente sistema informatizzato che raccoglie in maniera trasparente e sicura (in termini di privacy) tutti i dati su tempi di attesa,  volumi di prestazioni e performance degli ospedali pubblici e privati.

Il principio alla base del SIGIC è che se un paziente non è operato entro il tempo prefissato ha diritto ad un voucher con cui può essere trasferito ad un qualsiasi altro ospedale (pubblico o privato del Portogallo) ed essere operato (sempre gratuitamente)  nei tempi prestabiliti.

Il vantaggio per i pazienti è evidente: una volta raggiunto il 70% del tempo massimo di attesa per il loro intervento nel loro ospedale di riferimento, possono chiedere di essere trasferiti ad un’altra struttura pubblica o privata ed essere operati immediatamente.

Ma cosa ci guadagnano gli ospedali ad essere efficienti aldilà di una buona reputazione? 

La risposta è semplice: se un ospedale opera un paziente di sua pertinenza, questo viene rimborsato in base al DRG corrispondente.

Se un paziente non è operato entro un tempo prestabilito (che varia a seconda della procedura e delle condizioni del paziente), ha diritto a spostarsi e scegliere attraverso il sistema informatico un qualsiasi altro ospedale che ha una buona performance ed un tempo di attesa inferiore.

L’ospedale che accoglie il paziente trasferito guadagna i soldi del rimborso che non andranno più all’ospedale di pertinenza ma al nuovo ospedale in cui il paziente è stato operato.

I soldi “viaggiano” con il paziente trasferito che costituisce una fonte di guadagno extra per gli ospedali più efficienti e clinicamente efficaci.

Dal 2012, è stata introdotta una penale del 10% del rimborso per gli ospedali che non riescono a rispettare i “tempi giusti”, che diventa un incentivo in più per migliorare e “trattenere” i loro pazienti.

Un sistema che ha azzerato le liste d’attesa in Portogallo.

I risultati del SIGIC:

  • in cinque anni il tempo medio di attesa per una operazione chirurgica elettiva si è ridotto del 63%, da una media di otto mesi a soli tre mesi.
  • Il numero di interventi fatti nelle strutture pubbliche e private è aumentato del 40% senza conseguenze per la qualità della performance.
  • Nonostante un iniziale scetticismo nei confronti delle strutture pubbliche, si è osservato che non c’è mai stato, neanche agli inizi del programma, un esodo di massa dal pubblico al privato per i pazienti che avevano sforato i tempi di attesa.
  • Tutte le strutture sia pubbliche che private hanno risposto al SIGIC aumentando la produttività per i pazienti di pertinenza durante l’orario lavorativo regolare ed in più hanno accresciuto la capacità produttiva aumentando le ore extra di lavoro per i pazienti trasferiti (intra moenia).
  • Il privato ha assorbito il restante della domanda in eccesso.

Il cambiamento è alla portata e non di difficile realizzazione anche in Italia. Auspichiamo che anche da noi si possa assistere a questa svolta.

 

Fonte

Nursetime.it

 

Dopo aver praticato a lungo il salto dal piatto al salotto, per milioni di italiani, dopo i pranzi delle feste natalizie, è tempo di fare i conti con la propria coscienza. E con la bilancia! E nel mese di gennaio si registra un picco di iscrizioni in palestra, con sedute dimagranti e numerosi corsi che promettono effetti miracolosi. L’incantesimo del buon atleta dura però al massimo un paio di mesi perchè già a marzo si registra il primo esodo dai corsi e dall’attività fisica.

Eppure non passa giorno che medici esperti e nutrizionisti non ricordino i benefici di praticare l’attività sportiva. La scarsa attività fisica è implicata nell’insorgenza di alcuni tra i disturbi e le malattie oggi più frequenti: diabete di tipo 2, malattie cardiocircolatori (infarto, miocardico, ictus, insufficienza cardiaca), tumori. Un rapporto del Ministero della Salute fa notare che “in Italia il 30% degli adulti tra 18 e 69 anni svolge, nella vita quotidiana, meno attività fisica di quanto è raccomandato e può essere definito sedentario. In particolare, il rischio di sedentarietà aumenta con il progredire dell’età, ed è maggiore tra le persone con basso livello d’istruzione e difficoltà economiche. La situazione è migliore nelle regioni del nord Italia, ma peggiora nelle regioni meridionali”.

Trascorrere molto tempo stando seduti, come avviene quando si svolgono lavori d’ufficio o si spendono tante ore davanti alla tv, può pregiudicare la salute generale dell’organismo rendendo più vulnerabili a una serie di patologie croniche e degenerative, dal diabete alle malattie cardiache fino al cancro. Purtroppo l’attività fisica da sola non riesce a compensare i danni di una vita prettamente sedentaria. Secondo uno studio condotto da un’équipe di ricercatori dello University Health Network (UHN), 30 minuti di esercizio fisico al giorno non bastano a limitare l’impatto sulla salute di 23 ore e mezza di vita sedentaria.

I ricercatori spiegano che in una giornata tipo di 12 ore, per prevenire il rischio di malattie e morte prematura l’ideale sarebbe ridurre di due o tre ore il tempo totale trascorso da seduti. I benefici di uno stile di vita meno sedentario saranno evidenti a breve e a lungo termine, con un notevole miglioramento delle condizioni di salute generali e un minore rischio di malattie gravi.

Secondo un altro studio, con 20 minuti di camminata o pedalata in bici ogni giorno il rischio di morire per conseguenze legate al tumore alla prostata diminuirebbe del 39% rispetto a coloro che ne praticano per una durata inferiore, mentre la mortalità generale scenderebbe di quasi un terzo (-30%).

A conti fatti sembra che i costi di una palestra o più in generale di uno stile di vita dinamico siano assai più ridotti degli eventuali effetti collaterali che la sedentarietà comporta, ai pazienti e al Sistema Sanitario Nazionale.

Un motivo in più per non rimandare a domani l’attività sportiva che potreste svolgere oggi.

Siamo tra i popoli più longevi d’Europa (il 22% ha superato i 65 anni), ma con un tasso di natalità (8xmille) più basso tra quelli dell’UE. In questo contesto è cresciuta esponenzialmente la domanda di prestazioni sanitarie, rimasta disattesa a causa dei tagli alla Sanità (passata da 93,3 miliardi nel 2000 a 148,1 nel 2015), che di certo non aiutano ad accorciare i tempi biblici delle liste d’attesa (500 giorni per una mammografia!). Contemporaneamente è aumentato anche il costo dei ticket sanitari a carico dei cittadini, che hanno preferito quindi altre forme private di tutela sanitaria. Oppure, come spesso succede, hanno rinunciato completamente alle cure mediche.

Secondo l’ultima indagine dell’Istat (2013), infatti, sono circa due milioni e mezzo le persone che hanno rinunciato per motivi economici, un milione e 200mila erano donne, 800mila dai 40 ai 64 anni, proprio nell’età in cui è più necessario fare prevenzione. In questo 9,5% della popolazione che non ha potuto fruire di prestazioni che dovrebbero essere garantite dal servizio sanitario pubblico, a pagare di più gli effetti di questa grande recessione economica (iniziata nel 2008 e mai finita) sono soprattutto i giovani: l’11% dei ragazzi sotto i 18 anni vivono in famiglie povere.

Se è vero che “la salute è la più grande forza di un popolo civile”, il Sistema Sanitario Nazionale (SSN) ha però dimostato la sua incapacità di mantenere adeguati livelli di copertura sanitaria pubblica per tutti i cittadini. Per far fronte alle molteplici carenze del SSN, i pazienti hanno fatto più frequentemente ricorso ad Enti della Sanità Integrativa (Fondi Sanitari, Casse di assistenza sanitaria e soprattutto a Società di Mutuo Soccorso) come per esempio il Gruppo Health Italia. Secondo il Censis, il 57,1% degli italiani è a favore del cosiddetto “secondo pilastro”, e sono 26,5 milioni gli italiani che si dicono propensi ad aderirvi.

Al tempo della Sanità digitale, non è più avveniristico permettere ai pazienti-utenti di prenotare online le visite specialistiche beneficiando magari di tariffe convenzionate. E’ l’idea coltivata da tempo dal team di ScegliereSalute e fondata sul valore dell’accesso universale alle cure mediche.

La nostra idea di Sanità – ci dice Giuseppe Lorusso, co-fondatore del sito ScegliereSalute.it – è quella di garantire nuove forme di accesso ai servizi sanitari e offire una valida alternativa ai rigidi schemi del SSN”. Nato per recensire e condividere informazioni su centri sanitari e specialisti, ScegliereSalute è pronto a offrire un nuovo servizio, facile e veloce, di prenotazione online di prestazioni sanitarie. Per ampliare la gamma di servizi offerti, ScegliereSalute in totale trasparenza ha scelto di ospitare le prestazioni di centri diagnostici e professionisti convenzionati, gratuitamente, senza alcuna fee di ingresso, ma con l’impegno a mantenere calmierati i prezzi delle prestazioni in modo da consentire facile accesso a tutti.

Con questo nuovo servizio di booking online sarà possibile acquistare oltre che visite mediche anche prestazioni diagnostiche per via delle convenzioni con grandi gruppi sanitari privati (ad esempio Gruppo Kos) con tariffe più basse di almeno il 10% rispetto a quelle offerte direttamente dai centri stessi.

Sono oltre 11 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno fatto ricorso alla Sanità privata, considerata ormai un’opportunità per colmare le lacune del servizio pubblico e per rispondere alla domanda di salute degli italiani. Celermente ed efficacemente.

Spesso si parla di lavori “stressanti” o attività quotidiane da svolgere “sotto stress”. Con gli anni sono diventate nuove skill essenziali per stare al passo coi tempi (precari) che corrono e soprattutto con il mercato fortemente competitivo. Ma che cosa significa veramente “soffrire di stress sul lavoro”? Giovedì 28 aprile l’Ilo (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha scelto il tema “stress lavoro correlato” per la Giornata Mondiale per la Salute e della Sicurezza sul Lavoro”.

stressa lavoro classificaSecondo i dati di una ricerca pubblicata dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA), il livello dei rischi psicosociali nei luoghi di lavoro europei è elevato: il 77% delle imprese segnala la presenza di almeno un fattore di rischio come il dover gestire clienti, pazienti o allievi difficili (58%), avere ritmi pressanti (43%); nelle aziende dell’Ue con 20 o più impiegati, solo il 33% segnala di essersi dotato di un piano d’azione per la prevenzione dello stress lavoro-correlato. Alcuni esempi di condizioni di lavoro che comportano rischi psicosociali sono: carichi di lavoro eccessivi; richieste contrastanti e mancanza di chiarezza sui ruoli; scarso coinvolgimento nei processi decisionali e mancanza di influenza sul modo in cui il lavoro viene svolto; gestione inadeguata dei cambiamenti organizzativi, precarietà; comunicazione inefficace, mancanza di sostegno da parte dei colleghi o dei superiori; molestie psicologiche e sessuali, violenza da parte di terzi.

Secondo l’Ilo: “a causa dei cambiamenti importanti nelle relazioni industriali e dell’attuale recessione economica, i lavoratori si confrontano con i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e con le ristrutturazioni, la diminuzione delle opportunità lavorative, l’aumento della precarietà, la paura di perdere il lavoro, i licenziamenti massicci e la disoccupazione, la diminuzione della stabilità finanziaria, con serie conseguenze per la loro salute mentale e per il loro benessere” (Fonte AdnKronos Salute).

In un contesto così complesso, l’ambiente di lavoro rappresenta un’importante fonte di rischio psicosociale, ma è anche il luogo ideale per affrontare tali rischi in modo da proteggere la salute e il benessere dei lavoratori.

 

 

Si dice che sono “multitasking”, ovvero sanno svolgere più attività contemporaneamente. E poi sono in modalità “always on”, perennemente connessi. Questo li rende più liberi ma al contempo più fragili rispetto alle dipendenze.

Controllano lo smartphone un centinaio di volte al giorno, sono ossessionati dall’ansia di condividere, sempre e comunque, e incollati alla consolle di un videogame, perdendo completamente la cognizione del tempo…

Sulla dipendenza da internet: è un fatto ormai assodato che l’uso eccessivo della rete porta progressivamente a difficoltà soprattutto nell’area relazionale dell’individuo, sia familiare che scolastica, cosicché il soggetto viene assorbito totalmente dalla sua esperienza virtuale, restando “agganciato alla rete” (Cantelmi et. All 2000) e rischiando anche gravi episodi dissociativi.

Secondo la Dott.ssa Grattagliano dello Studio di Psichiatria di Napoli, “la dipendenza dalla rete passa attraverso fasi. La fase iniziale, tossicofilica, è caratterizzata da un’attenzione eccessiva per la mail box, una polarizzazione ideo-affettiva su temi inerenti la rete, un incremento del tempo di permanenza on line con difficoltà a sospenderla, intensa partecipazione a chat e newsgroup, collegamenti notturni e perdita di sonno. La seconda fase,tossicomanica, è correlata a fenomeni psicopatologici; è caratterizzata dall’incontro con i MUD e da collegamenti  così prolungati da compromettere la vita sociale”.

“Le evidenze delle neuroscienze mostrano come siano sollecitate aree cerebrali diverse”- spiega Laura Ambrosiano, psicoanalista della Società psicoanalitica Italiana. “Il funzionamento della mente dei ‘nativi’ è diverso rispetto agli ‘immigrati digitali’, come viene definito chi appartiene alle generazioni precedenti. In futuro – continua – la loro modalità di pensiero costantemente iperconnessa potrebbe portare a modificazioni importanti. Ora tuttavia possiamo provare a tracciare un identikit del nativo, sulla base degli studi disponibili”.

I nativi, inoltre, mostrano di possedere un sapere enciclopedico, più vasto degli immigrati, eppure meno sistematico, e a volte con gravi lacune: “Imparano ciò che è utile a loro, per condividerlo subito con il gruppo, perché è nel gruppo che si risolve spesso la loro ricerca di soddisfazione”.

Per scoprire quanto le nuove tecnologie, e in particolare l’uso dello smartphone, ci assorbono totalmente, è nata Menthal, un’app ideata dai ricercatori dell’Università di Bonn, che traccia il nostro comportamento con il dispositivo. “Chi la installa (inizialmente mette in coda d’attesa) non vede solo quanto tempo gli rubano le chiamate, ma anche quali sono le applicazioni usate più frequentemente. E se l’app di Twitter viene usata per diverse ore al giorno, allora forse è meglio che spegniate tutto e resettiate, fissando nuove priorità”.

Quindi occorre fare molta attenzione a non fare un uso smodato dei dispositivi. Perchè accendere uno smartphone e aprire un’applicazione è spesso il modo migliore per buttare via un’occasione, deconcentrarsi sul lavoro e soprattutto dilapidare tempo prezioso della vostra vita.

 

Più di 3 milioni di persone in Italia, in gran parte adolescenti nella fascia 18-24 anni, sono adusi ad un consumo smodato di alcool. Secondo le stime della Relazione annuale inviata dal Ministero della Sanità al Parlamento Italiano, sono in aumento le “abbuffate di alcool” a stomaco vuoto già all’età di 11 anni.

Nella relazione si legge che il 10% degli uomini e il 2,5% delle donne con più di 11 anni hanno dichiarato di aver consumato 6 o più bicchieri di bevande alcoliche in una sola occasione e che sono poco più dell’11% coloro che lo hanno fatto tra gli 11 e i 15 anni; ma la percentuale sale a 7,4% per i ragazzi e 4,6% per le ragazze tra i 15 e i 17 anni che si sono ubriacati durante l’ultimo anno e ammontano a 21% i maschi e 7% le femmine tra i 18-24 anni.

Il Ministero della Salute persevera nel ribadire la pericolosità dell’alcool per la salute, che costituisce “ un serio problema di sanità pubblica” che sottopone agravi rischi per la salute e la sicurezza non solo del singolo bevitore ma anche all’intera società”.

alcol2C’è poi la categoria dello “sballo del sabato sera” con l’uso combinato di sostanze stupefacenti illegali (dalla cannabis fino alle smart drugs). Il fenomeno cosiddetto del “binge drinking“, ovvero bere tanti alcolici in poco tempo, è la principale casusa del rischio di ipertensione tra i giovanissimi.

“Il consumo di bevande alcoliche in grandi quantità costituisce di per sé un rischio per la salute, ma aumenta anche il rischio di diventare obesi”, osserva Italia Salute . “Il motivo non risiede solo nel grande contenuto calorico degli alcolici, ma sta soprattutto nei cambiamenti che avvengono nel cervello e più precisamente nelle sedi del “sistema di ricompensa cerebrale”.

 

I dati europei: 120 mila decessi prematuri all’anno dovuti al consumo eccessivo di alcol

Nei paesi dell’Unione europea l’alcol è ritenuto responsabile di circa 120 mila morti premature all’anno: una su 7 tra gli uomini e una su 13 tra le donne di età 15-64 anni.
I dati confermano inoltre che sono gli abitanti della UE a detenere il triste primato del consumo di alcol pro capite a livello globale: i cittadini comunitari (Croazia inclusa) bevono 10,2 litri di alcol puro l’anno pro capite. Una quantità che, se consideriamo anche la Norvegia, la Svizzera e gli altri stati candidati ad entrare nella UE scende di poco (9,4 litri annui pro capite). Il trend degli ultimi 20 anni, a fronte di una media leggermente in calo, registra infatti un aumento sensibile delconsumo pro capite nell’Europa centrale ed orientale, lieve nel nord, una diminuzione moderata nella zona occidentale e marcata al sud (area che comprende l’Italia).

 

A partire dagli ultimi decenni dello scorso millennio si è registrato un crescente interesse a livello mondiale per il tema della salute, concepita non più in una dimensione di responsabilità individuale, ma come diritto-dovere che chiama in causa la collettività. La promozione della salute non richiede solo il coinvolgimento consapevole del singolo, ma soprattutto interventi organici e coerenti da parte di politiche pubbliche lungimiranti.

E’ in questa ottica che l’OMS, in continuità con un percorso iniziato alla fine degli anni 70, ha lanciato, nel gennaio 2004, la Strategia Globale per la Dieta, l’Attività Fisica e la Salute, sollecitando il coinvolgimento dei governi del mondo in unazione coordinata per la salvaguardia della salute e del benessere di tutti gli abitanti del pianeta Terra. L’iniziativa viene considerata dalla Commissione Europea come elemento chiave in una strategia dell’UE volta ad affrontare l’aumento dell’obesità negli Stati membri, in particolare tra i bambini.

Nonostante i progressi ottenuti nella prevenzione e nella gestione, le malattie croniche stanno aumentando. Entro il 2030, le stime indicano che nell’Unione europea 52 milioni di persone moriranno a causa di una malattia cronica. Come possiamo invertire questa “tendenza”?

Ciascuno può cominciare aiutando se stesso.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ciascuno di noi può ridurre fino all’80% l’insorgenza di ictus e diabete di tipo 2 evitando i fattori di rischio (tabacco, alcol e cibo spazzatura), e praticando 30 minuti di esercizio fisico ogni giorno. Sì, ma come si incoraggiano le persone ad adottare scelte di vita più sane? L’idea di collegare le prestazioni dei servizi sanitari sulla base di “comportamenti sani” da sempre oggetto di dibattito. Valutare i comportamenti infatti tutt’altro che semplice. Il primo problema il monitoraggio e i parametri. Se si accetta un’autocertificazione, che peso hanno l’ambiente in cui si vive e il contesto sociale? Se non si accettano le autocertificazioni, si rischia di incorrere in una violazione della privacy e della libertà personale.

 Altro punto di discussione è il tema della responsabilità. Il singolo deve essere più responsabile circa le proprie scelte di vita oppure sono i governi a dover attuare misure opportune? Alcuni governi in Europa sono già intervenuti, per esempio vietando il fumo nei locali pubblici, o applicando oneri fiscali pesanti su tabacco e alcolici. Altri hanno preso provvedimenti riguardo le informazioni nutrizionali presenti sulle confezioni degli alimenti lavorati. Austria, Ungheria, Islanda, Norvegia e Svizzera hanno seguito l’esempio della Danimarca, che nel 2003 è stato il primo paese al mondo a vietare i grassi insaturi.
I progetti per influenzare le scelte del pubblico verso stili di vita sani in questi anni si stanno dunque moltiplicando. Ma da soli i cittadini non possono farcela. Occorrono parternariati tra istituzioni pubbliche, private e del terzo settore per creare società più sane e affrontare le grandi questioni sociali. A partire dagli inquinanti ambientali (insetticidi, pesticidi, fertilizzanti); dagli additivi artificiali utilizzati in campo alimentare, (zucchero raffinato e acidi grassi insaturi); e dall’inquinamento atmosferico, che è responsabile di 400.000 morti premature in Europa ogni anno.

Il diritto alla salute rappresenta anche per i detenuti il primo dei diritti. Innanzitutto perchè la popolazione detenuta rappresenta un gruppo ad alta vulnerabilità, il cui livello di salute, ancor prima dell’entrata in carcere, è mediamente inferiore a quello della popolazione generale. Inoltre, il principio della pari opportunità (tra liberi e detenuti) all’accesso al bene salute da un lato incontra ostacoli nelle esigenze di sicurezza. Quindi il diritto alla salute in carcere non si esaurisce nell’offerta di prestazioni sanitarie adeguate: particolare attenzione deve essere prestata alle componenti ambientali, assicurando alle persone ristrette condizioni di vita e regimi carcerari accettabili, come recita la Costituzione italiana (art.32, 1° comma) che definisce la salute come “fondamentale diritto dell’individuo” e come “interesse della collettività“.

Con specifico riferimento alle persone recluse, viene in rilievo l’esigenza della “sicurezza”, e dunque il problema centrale è quello dell’estensione del limite di questa esigenza di sicurezza, potenzialmente idoneo ad incidere anche sulle altre espressioni del diritto alla salute e in special modo sul diritto ai trattamenti sanitari, che si traduce nella pretesa all’ottenimento dei trattamenti di miglior livello che, nelle circostanze date, gli operatori sono in grado di fornire, sul rifiuto dei trattamenti sanitari non imposti dalla legge, che discende dall’art. 32, sul diritto a lasciarsi morire, sul divieto di accanimento terapeutico e sul diritto all’ambiente salubre.

Perciò, problemi quali il sovraffollamento, l’inadeguatezza delle condizioni igieniche, la carenza di opportunità di lavoro e di studio, la permanenza per gran parte della giornata in cella, la difficoltà a mantenere relazioni affettive e contatti con il mondo esterno, sono da considerarsi ostacoli determinanti nell’esercizio del diritto alla salute.

Riguardo le carenze del sistema carcerario, il Comitato Nazionale di Bioetica in passato si è già espresso in merito ai gravi problemi di chi vive costretto “dentro le mura”.

La prigione è un luogo di contraddizioni: contraddizione fra il principio della parità dei diritti dentro e fuori le mura (eccetto la libertà di movimento), e le esigenze di sicurezza che tendono a limitarli; fra le norme secondo cui le istituzioni devono garantire “la salubrità degli ambienti di vita” e “gli standard igienico sanitari previsti dalla normativa vigente”, e le reali condizioni di vita nelle celle sovraffollate; fra il significato della pena, basato sulla responsabilità individuale, e la concentrazione in carcere di un numero crescente di persone che appartengono agli strati più deprivati della popolazione; fra il deficit di salute di chi entra negli istituti penitenziari e un carcere che produce sofferenza e malattia.
Sono queste alcune delle ragioni che chiamano alla responsabilità etica nei confronti dei detenuti, in quanto gruppo ad alta vulnerabilità bio-psico-sociale (La Salute “dentro le mura”, CNB, 2013).

La OMS ci informa che i principali disturbi in carcere sono di natura psichica, infettiva e gastroenterica. Alcuni comportamenti poco salutari, come il consumo di tabacco e l’abuso di alcol, associati alla malnutrizione e alla mancanza di attività fisica, possono aggravare gravi patologie croniche come il diabete e l’ipertensione, che hanno prevalenza più elevata rispetto alla popolazione non istituzionalizzata.

Nell’insieme, il carcere si conferma come ambiente a rischio: è a rischio il 13% della popolazione carceraria contro il 7% della popolazione generale. La sproporzione è particolarmente evidente per alcuni disturbi: la dipendenza da droghe raggiunge il 21,5% fra i detenuti contro il 2,1% della popolazione generale; il 15,3% dei detenuti ha problemi dentali (contro il 4,5 fra la p-g.); il 13,5% presenta malattie osteoarticolari e post traumatiche (contro l’11,9 fra la p.g.); il 2,08% soffre di infezione da HIV (contro lo 0,2 della p.g.).

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Ma come funziona l’assistenza sanitaria in carcere? 

Negli istituti penitenziari la suddetta esigenza è soddisfatta assicurando la presenza di un servizio medico e farmaceutico rispondente alle esigenze profilattiche e di cura della salute dei detenuti (art. 11, 1° comma, O.P.), ferma restando la possibilità del “trasferimento”, disposto dal magistrato di sorveglianza, dei condannati e degli internati in ospedali civili o in altri luoghi esterni di cura ove siano necessarie cure o accertamenti diagnostici che non possono essere apprestati dai servizi interni (art. 11, 2° comma, O.P.). I detenuti sono sottoposti a visita medica generale all’atto dell’ingresso in istituto e a periodici riscontri, indipendentemente dalle richieste degli interessati (art. 11, 5° comma, O.P.). Inoltre è loro assicurata la possibilità di richiedere di essere visitati a proprie spese da un sanitario di fiducia (art. 11, 11° comma, O.P.).

L’art. 11 O.P. fissa anche il principio della collaborazione con i servizi pubblici sanitari locali, ospedalieri ed extra ospedalieri, per l’organizzazione e il funzionamento del servizio sanitario per i detenuti, consentendo di ritenere quest’ultimo, anche per effetto delle previsioni del regolamento penitenziario, “come una funzione a cui le risorse esterne direttamente e continuamente collaborano”.

Un altro aspetto della riforma sanitaria in carcere è la collocazione amministrativa del personale sanitario alle dipendenze del SSN e non più dell’Amministrazione Penitenziaria. Questo passaggio rappresenta una garanzia per l’autonomia del personale sanitario.

I detenuti sono esonerati dal sistema di compartecipazione alle spese sanitarie (ticket) e mantengono l’iscrizione al S.S.N., anche se stranieri, per tutto il periodo della detenzione. Inoltre, ogni A.S.L. deve adottare una “Carta dei servizi dei detenuti“, da predisporre consultando gli stessi detenuti e le associazioni di volontariato per la tutela dei diritti dei cittadini.

Le situazioni di “incompatibilità” con la detenzione.

Le situazioni d’incompatibilità possono essere “relative” o “assolute“. Nel primo caso può essere, ad esempio, disposto il ricovero presso un centro diagnostico terapeutico dell’amministrazione penitenziaria, nel secondo si proporrà l’alternativa tra il ricovero in un istituto di cura extra carcerario o la concessione degli arresti domiciliari. In sostanza, il differimento dell’esecuzione della pena potrà essere concesso solo in caso di grave infermità.

Infine, sul diritto del detenuto a non essere curato, con particolare riguardo allo “sciopero della fame”, vale la libertà di autodeterminazione per cui “la vera garanzia del diritto del detenuto a non farsi curare risiede proprio nella mancanza di una previsione legislativa che consenta l’alimentazione forzata in caso di sciopero della fame”.

La OMS sottolinea come condizioni di rischio comuni nelle prigioni il bullismo, il mobbing, la forzata inattività. Si raccomanda perciò di perseguire l’obiettivo di un carcere “sicuro”, sia sotto l’aspetto igienico sanitario che della sicurezza intesa come protezione dalla violenza e dal sopruso. Il rispetto dei diritti umani, insieme a condizioni accettabili di vita carceraria, costituiscono le fondamenta della promozione della salute poiché abbracciano tutti gli aspetti della vita del detenuto.