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L’esercizio fisico nelle persone anziane fa bene al cervello e alla salute. Secondo uno studio pubblicato on line su ‘Neurology’, la rivista medica della American Academy of Neurology, chi pur essendo in là con gli anni effettua costantemente attività fisica, può contare su un cervello 10 anni più giovane rispetto a chi non pratica sport.

Secondo gli esperti statunitensi “L’attività fisica aiuta a ridurre il carico di deterioramento cognitivo, costa poco e non interferisce con le terapia farmacologiche che spesso gli anziani devono seguire”.

Il rischio di mortalità prematura legata a scorretti stili di vita, di cui la sedentarietà costituisce uno degli elementi salienti, aumenta in modo significativo tra le persone con oltre 65 anni di età, la fascia di popolazione in più rapido aumento in Italia e più colpita da patologie croniche o malattie non trasmissibili.

In base alle raccomandazioni dell’Oms, i livelli di attività fisica raccomandati per gli adulti over 65 anni: 1. Almeno 150 minuti alla settimana di attività fisica aerobica di moderata intensità o almeno 75 minuti di attività fisica aerobica con intensità vigorosa ogni settimana o una combinazione entrambe. 2. L’attività aerobica dovrebbe essere praticata in sessioni della durata di almeno 10 minuti. 3. Per avere ulteriori benefici, aumentare l’attività fisica aerobica di intensità moderata a 300 minuti per settimana, o impegnarsi in 150 minuti di attività fisica aerobica di intensità vigorosa ogni settimana, o una combinazione di entrambe. 4. In caso di mobilità scarsa, svolgere attività fisica per tre o più giorni alla settimana, per migliorare l’equilibrio e prevenire le cadute. 5. Le attività di rafforzamento muscolare dovrebbero essere fatte due o più giorni alla settimana. 6. Se non è possibile svolgere la quantità raccomandata di attività fisica, adottare uno stile di vita attivo adeguato alle loro capacità e condizioni.

Ambiente killer per 12,6 milioni di persone nel mondo, decedute a causa dell’inquinamento ambientale, inteso come inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, esposizioni chimiche, cambiamenti climatici e radiazioni ultraviolette.

In Europa, nel 2012, l’esposizione a fattori di rischio ambientale è costata la vita a 1,4 milioni di persone. E’ quanto emerge dal Rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sull’impatto dell’inquinamento ambientale, secondo cui questi elementi contribuiscono all’insorgenza di più di 100 malattie e danni alla salute.

Secondo Flavia Bustreo, vicedirettore generale dell’Oms per la Salute della famiglia, delle donne e dei bambini,
“Un ambiente sano è alla base di una popolazione sana e se i Paesi non intraprendono al più presto azioni volte a ridurre l’inquinamento e migliorare le condizioni dell’ambiente in cui si vive e si lavora, in milioni continueranno ad ammalarsi e a morire prematuramente”.

Il nuovo rapporto Oms, che arriva a 10 anni di distanza dalla prima edizione, delinea azioni concrete che i Paesi possono mettere in atto per invertire la tendenza al rialzo registrata in termini di malattie e morti legate all’inquinamento ambientale.

Tra i principali rimedi per ridurre i rischi di inquinamento ambientale contemplati dal Rapporto OMS, c’è la riduzione dell’uso di combustibili solidi per cucinare o l’utilizzo di tecnologie energetiche a bassa emissione di carbonio. “E’ necessario agire in fretta – fa notare la Bustreo – e investire in strategie efficaci per ridurre i rischi ambientali nelle nostre città, case e luoghi di lavoro. Investimenti mirati possono aiutarridurre a livello globale e in modo significativo il crescente numero di malattie cardiovascolari e respiratorie, così come anche di tumori, e al tempo stesso a ridurre i costi del sistema sanitario”.

Nel rapporto emerge che i più esposti ai fattori di rischi ambientali sono i bambini al di sotto dei cinque anni e gli adulti fra i 50 e i 75 anni. Ogni anno 1,7 milioni di bimbi al di sotto dei cinque anni e 4,9 milioni di adulti tra i 50 ei 75 perdono la vita per cause che potrebbero essere evitate grazie a una migliore gestione dell’ambiente. Sono infatti i più piccoli a essere maggiormente colpiti da infezioni delle basse vie respiratorie e dalle malattie diarroiche, mentre le persone anziane sono le più esposte a patologie non trasmissibili.

Osservando oltre 100 categorie di patologie e di danni alla salute, la stragrande maggioranza dei decessi correlati ai rischi ambientali sono dovuti a malattie cardiovascolari, come ictus e cardiopatie ischemiche (ictus 2,5 milioni di morti ogni anno; cardiopatie ischemiche 2,3 milioni); lesioni involontarie come morti per incidenti stradali (1,7 mln); tumori (1,7 mln); malattie respiratorie croniche (1,4 milioni); malattie diarroiche (846.000); infezioni delle vie respiratorie (567.000); condizioni neonatali (270.000); malaria (259.000); lesioni volontarie come suicidi (246.000).

Il Corriere della Sera riferisce che “riguardo allo specifico inquinamento dell’aria, l’Italia a novembre era risultato il Paese dell’Unione europea con più morti prematuri secondo il Rapporto dell’Agenzia per l’ambiente europea. Nel nostro Paese nel 2012 59.500 decessi erano attribuibili al particolato fine (PM 2.5), 3.300 all’ozono (O3) e 21.600 al biossido di azoto (NO2). L’Italia guidava la classifica europea delle morti da biossido di azoto, dovute agli scarichi delle auto, in particolare ai veicoli diesel. Anche sull’ozono eravamo primi in Europa, mentre sulle polveri sottili, emesse anche dalla combustione delle biomasse, eravamo primi insieme alla Germania”.
Il nuovo rapporto dell’Oms indica le strategie per migliorare l’ambiente e per prevenire le malattie legate all’inquinamento ambientale. L’utilizzo per esempio di tecnologie e combustibili puliti per le attività di tipo domestico come cucinare, o per il riscaldamento e l’illuminazione delle case, permetterebbe di ridurre le infezioni respiratorie acute, le malattie respiratorie croniche, le malattie cardiovascolari e le ustioni. Aumentare l’accesso all’acqua potabile e a servizi igienici adeguati o la promozione di semplici azioni, quali ad esempio lavarsi le mani regolarmente, ridurrebbe ulteriormente l’incidenza delle malattie diarroiche.
Anche la legislazione ha un ruolo chiave, come il miglioramento della circolazione nelle città e una buona pianificazione dell’assetto urbano, abbinati alla costruzione di abitazioni dotate di un efficiente sistema energetico. A Curitiba, nello Stato del Paranà in Brasile, ad esempio l’amministrazione ha fatto numerosi investimenti per rendere più vivibili i quartieri particolarmente disagiati, prevedendo il riciclo dei rifiuti, la creazione di spazi verdi e la costruzione di piste pedonali e ciclistiche.

I numeri hanno dimostrato gli effetti positivi di misure semplici, ma al tempo stesso efficaci: nonostante un aumento della popolazione 5 volte maggiore negli ultimi 50 anni, i livelli di inquinamento dell’aria sono relativamente inferiori rispetto a molte altre città in rapida crescita e l’aspettativa di vita è risultata essere di due anni superiore rispetto alla media nazionale. Durante la prossima Assemblea mondiale della sanità a maggio, l’Oms presenterà una road map per guidare la risposta globale da parte del settore sanitario nel ridurre gli effetti negativi dell’inquinamento atmosferico sulla salute.

A partire dagli ultimi decenni dello scorso millennio si è registrato un crescente interesse a livello mondiale per il tema della salute, concepita non più in una dimensione di responsabilità individuale, ma come diritto-dovere che chiama in causa la collettività. La promozione della salute non richiede solo il coinvolgimento consapevole del singolo, ma soprattutto interventi organici e coerenti da parte di politiche pubbliche lungimiranti.

E’ in questa ottica che l’OMS, in continuità con un percorso iniziato alla fine degli anni 70, ha lanciato, nel gennaio 2004, la Strategia Globale per la Dieta, l’Attività Fisica e la Salute, sollecitando il coinvolgimento dei governi del mondo in unazione coordinata per la salvaguardia della salute e del benessere di tutti gli abitanti del pianeta Terra. L’iniziativa viene considerata dalla Commissione Europea come elemento chiave in una strategia dell’UE volta ad affrontare l’aumento dell’obesità negli Stati membri, in particolare tra i bambini.

Nonostante i progressi ottenuti nella prevenzione e nella gestione, le malattie croniche stanno aumentando. Entro il 2030, le stime indicano che nell’Unione europea 52 milioni di persone moriranno a causa di una malattia cronica. Come possiamo invertire questa “tendenza”?

Ciascuno può cominciare aiutando se stesso.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ciascuno di noi può ridurre fino all’80% l’insorgenza di ictus e diabete di tipo 2 evitando i fattori di rischio (tabacco, alcol e cibo spazzatura), e praticando 30 minuti di esercizio fisico ogni giorno. Sì, ma come si incoraggiano le persone ad adottare scelte di vita più sane? L’idea di collegare le prestazioni dei servizi sanitari sulla base di “comportamenti sani” da sempre oggetto di dibattito. Valutare i comportamenti infatti tutt’altro che semplice. Il primo problema il monitoraggio e i parametri. Se si accetta un’autocertificazione, che peso hanno l’ambiente in cui si vive e il contesto sociale? Se non si accettano le autocertificazioni, si rischia di incorrere in una violazione della privacy e della libertà personale.

 Altro punto di discussione è il tema della responsabilità. Il singolo deve essere più responsabile circa le proprie scelte di vita oppure sono i governi a dover attuare misure opportune? Alcuni governi in Europa sono già intervenuti, per esempio vietando il fumo nei locali pubblici, o applicando oneri fiscali pesanti su tabacco e alcolici. Altri hanno preso provvedimenti riguardo le informazioni nutrizionali presenti sulle confezioni degli alimenti lavorati. Austria, Ungheria, Islanda, Norvegia e Svizzera hanno seguito l’esempio della Danimarca, che nel 2003 è stato il primo paese al mondo a vietare i grassi insaturi.
I progetti per influenzare le scelte del pubblico verso stili di vita sani in questi anni si stanno dunque moltiplicando. Ma da soli i cittadini non possono farcela. Occorrono parternariati tra istituzioni pubbliche, private e del terzo settore per creare società più sane e affrontare le grandi questioni sociali. A partire dagli inquinanti ambientali (insetticidi, pesticidi, fertilizzanti); dagli additivi artificiali utilizzati in campo alimentare, (zucchero raffinato e acidi grassi insaturi); e dall’inquinamento atmosferico, che è responsabile di 400.000 morti premature in Europa ogni anno.

L’elisir di lunga vita è un’alimentazione ricca e controllata, con cibi cotti al punto giusto e la riscoperta di antichi sapori che l’industria alimentare tende ad omologare nei processi di produzione, senza il rispetto dei normali cicli biologici degli alimenti.  Ne è convinto lo chef pugliese Renato Morisco, ambasciatore nel mondo della dieta mediterranea con particolare riferimento all’olio extravergine di oliva, esperto in composizione e trasformazione dei cibi attraverso le cotture. Nell’intervista realizzata in collaborazione con Nicoletta Mele, blogger di MBA, Mutua Basis Assistance, società di mutuo soccorso, lo chef Morisco ci parla dell’importanza di una corretta alimentazione come mezzo di prevenzione, nel nostro quotidiano e nelle strutture ospedaliere.

renato morisco (1)

La salute nel piatto. Seguire un’equilibrata alimentazione è la regola n.1 per garantire al nostro organismo una vita sana. In che modo è possibile educare ad una corretta alimentazione?

“La piramide alimentare rappresenta in maniera chiave quella che dovrebbe essere una buona alimentazione, di base c’è l’acqua e l’elevato consumo di frutta e verdura, sostanze legate alle vitamine e sali minerali che di base aiutano a vivere meglio. In una corretta alimentazione, quindi, è importante che vengano seguiti dei parametri per il consumo degli alimenti, con giusto equilibrio di carboidrati e amminoacidi della carne e legati ai vegetali. Il consumo di amidi provenienti da grano e riso che non deve superare il 65% e gli amminoacidi, l’uso della carne invece non deve essere superiore al 15% e infine una quantità del 25% di grassi (1 a 1 grassi insaturi e grassi saturi). Evitare i grassi di origine animale e ottemperare l’uso di olio extravergine di oliva di eccellenza dove la quantità di grassi monoinsaturi è molto elevata”.

Uno degli aspetti che Lei ha approfondito maggiormente riguarda la composizione degli alimenti e la loro trasformazione attraverso le cotture. può spiegare quali sono le regole basi per non commettere errori e far sì che il cibo subisca una buona cottura per la tutela della salute?

“E’ fondamentale seguire delle metodiche, già individuate dai nostri antenati, che non alterino le sostanze nutritive del cibo e che non creano problemi digestivi nel corso della giornata. Ad esempio, come mantenere gli omega3 nel pesce azzurro, come rendere una carne altamente digeribile? Questo è possibile non solo facendo attenzione alla trasformazione del cibo, ma anche agli aspetti chimici dello stesso anche per non perdere le sostanze antitumorali degli alimenti.”

Uno degli aspetti che Lei ha approfondito maggiormente riguarda la composizione degli alimenti e la loro trasformazione attraverso le cotture. può spiegare quali sono le regole basi per non commettere errori e far sì che il cibo subisca una buona cottura per la tutela della salute?

“E’ fondamentale seguire delle metodiche, già individuate dai nostri antenati, che non alterino le sostanze nutritive del cibo e che non creano problemi digestivi nel corso della giornata. Ad esempio, come mantenere gli omega3 nel pesce azzurro, come rendere una carne altamente digeribile? Questo è possibile non solo facendo attenzione alla trasformazione del cibo, ma anche agli aspetti chimici dello stesso anche per non perdere le sostanze antitumorali degli alimenti.”

Spesso si commette l’errore di mangiare prima con gli occhi che con il palato, trascurando le conseguenze. Lei cosa ne pensa? E’ un abitudine che sta prendendo il sopravvento? Come evitarlo?

“Purtroppo c’è una perdita del gusto e quindi dei sensi. Il gusto medio si è abbassato al mediocre che non è possibile identificare un prodotto di qualità. Ci sono alimenti che hanno una forma e un colore invitanti alla vista, che possono piacere al cervello ma non è detto che siano di buona qualità. L’industria spesso organizza e trasforma un prodotto che va a coinvolgere i sensi e identifica un prodotto di qualità che può essere prodotto nutritivo ma non funzionale. Ad esempio se mangio del cioccolato extrafondente, esso mi identifica un prodotto nervino con capacità corroborante e tonificante, ma è un prodotto che posso consumare in quantità minime e permette di migliorare il nostro stato di salute e dell’umore”.

Negli ultimi anni si registra una crescita impressionante di fenomeni di malnutrizione e di intolleranze alimentari. Quali sono secondo lei le principali cause di questi disturbi?

“Non si può dare la colpa al prodotto, probabilmente negli anni anche la nostra genetica è cambiata, questi problemi erano già persistenti in passato ma non si conoscevano, mi riferisco alla celiachia e all’intolleranza al lattosio.

Grazie alla scienza oggi si sono scoperte queste malattie e le loro problematiche, ma è difficile identificare se la causa è l’aumento del glutine, perché ad esempio nel latte il lattosio c’è sempre stato. In questo caso si può pensare che l’influenza sarà dovuta dal tipo di allevamento. E’ infatti in atto una ricerca che ha paragonato il latte di capra a quello vaccino, e si è scoperto che “un latte vaccino dà poca allergenicità” , mentre il latte di vacca, che è prodotto nelle stalle con un’alimentazione controllata, ha un potere allergenico molto più alto. Chiaramente gli studi sono ancora in atto e ci vorranno anni per poter affermare che  l’allevamento dell’animale, in stalla o allo stato brado, è un elemento importante per la tutela della nostra salute”.

Tutti noi abbiamo il dovere di educarci ad una corretta alimentazione. Ci sono delle categorie di persone che devono seguire un specifico regime alimentare perché affetti da una determinata patologia. Nelle linee di indirizzo del Ministero della Salute per la ristorazione ospedaliera si parla dell’importanza del cibo come parte integrante della terapia clinica. Quanto è importante che nelle strutture ospedaliere venga distribuito un menu ad hoc per ogni categoria di paziente?

“Sono tutti pazienti quindi l’alimentazione nelle strutture ospedaliere deve essere altamente controllata, ad esempio bisogna fare attenzione alla cottura della carne e quale del tipo di grano è stato utilizzato per la produzione del pane. Il paziente che si trova all’interno di una struttura ospedaliera ha sicuramente un problema, quindi è fondamentale avere un’attenta metodica di servizio, ma con una visione più ampia rispetto alla cottura mantenendo inalterate le sensazioni del gusto. In sostanza, non solo cibarsi ma anche non privarsi della qualità del prodotto”.

L’OMS e l’Unione Europea hanno pianificato una politica internazionale finalizzata all’adozione da parte della popolazione di abitudini di vita salutari. Qual è la sua opinione sull’efficacia di queste misure e sulla consapevolezza dell’importanza di un’educazione alimentare sana fin dai primi anni di vita. In questo contesto può collocarsi il suo progetto della Piccola Scuola di Cucina? Di cosa si tratta?

“Abbiamo valutato il cambiamento che c’è stato negli ultimi 30 anni con l’arrivo di malattie legate al benessere e per benessere intendo anche abuso del cibo. Non è un caso che oggi circa un 1/3 dei bambini presenta problemi di obesità perché non seguono una corretta educazione alimentare e si nutrono di alimenti, ad esempio le merendine che presentano al loro interno strutture particolari. Per questo è fondamentale il supporto dei genitori: ad esempio se in casa la mamma non è preparata a creare un piatto buono che abbia questa visione salutistica per il figlio, avrà chiaramente ripercussioni sulla salute del figlio. La Piccola Scuola di Cucina, progetto che ho realizzato in collaborazione con la sede Rai della Puglia, ha l’obiettivo di educare le persone non solo a scegliere un prodotto a km zero, ma anche a come questo prodotto debba essere trasformato.  Per esempio l’uso dell’olio extra vergine d’oliva spesso identifica quel piccante che è fastidioso. Bisognerebbe abituare i bambini ad assaggiare quegli oli dal gusto piccante perché quel sapore identifica la qualità dei prodotti. I bambini di oggi, purtroppo, non conoscono più il vero frutto, ma sono abituati al cibo preparato, già tagliato e servito, si pensi alle insalate. Tutto è piatto, modificato, quasi legato a questo gusto molto mediocre, e molte volte la famiglia non aiuta in questo e bisognerebbe fare dei percorsi culturali fin dalle scuole elementari perché da lì si parte per un progetto di sana e corretta alimentazione”.