Da secoli la filosofia medita sulla natura del tempo domandandosi se consista in un singolo istante o in una dimensione vera e propria. I fisici cercano di comprendere le ragioni per cui il tempo pare scorrere in una sola direzione, sulla possibilità di viaggiare nel tempo e persino, tout-court, sulla sua effettiva esistenza.

I neuroscienziati e gli psicologi, a loro volta, tentano di capire che cosa si intende quando si parla del ‘percepire’ il passaggio del tempo, in che modo il cervello lo misuri e come mai gli esseri umani possiedano la peculiare capacità di proiettarsi mentalmente nel futuro. Su quest’ultimo punto si sono soffermati i ricercatori della Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste che coordinati da Domenica Bueti hanno scovato tra le maglie del cervello dell’uomo le “mappe del tempo”, veri e propri canali che consentono di percepire il trascorrere di minuti, giorni e anni. A generarle è l’area che si chiama “corteccia supplementare motoria” e il meccanismo è descritto per la prima volta sulla rivista “Plos Biology”.
Il team di studiosi ha dimostrato che nella regione del cervello diverse aree sono attivate da stimoli di diversa durata: le zone anteriori per le durate più brevi, le parti posteriori per i periodi più lunghi. “Per la prima volta – commenta Bueti – si è capito, nell’uomo, come il nostro cervello decodifica il passare del tempo”, dal momento che fino a questo studio era noto che la corteccia supplementare motoria fosse coinvolta nella percezione del tempo, ma non si aveva idea di come funzionasse. La percezione del tempo si avvale di due elementi: l’organizzazione della corteccia supplementare motoria, in cui le parti che rispondono a durate simili sono spazialmente vicine, e la selettività.
Alcune porzioni dell’area rispondono solo ad una certa durata. Così quella che reagisce a uno stimolo brevissimo circa 200 millisecondi, si attiva con uno stimolo simile di 400 millisecondi ma non per uno diverso di 3 secondi. In più la qualità delle mappe è correlata alla percezione del tempo: più accurata e precisa è la percezione, migliore è la mappa registrata.
Per arrivare a questo risultato sono stati monitorati con la risonanza magnetica due gruppi di volontari sani, che dovevano selezionare alcune immagini in successione sullo schermo di un computer per diverse durate, e dire quale delle due immagini era stata presentata per più tempo. I ricercatori vogliono ora capire qual è il tempo che hanno mappato, se cioè quello fisico della durata degli stimoli sullo schermo, o quello percepito dal volontario, e anche se la mappa è innata, o è il frutto dell’esperienza e dell’educazione.
I neuroni del tempo. Una scoperta questa che per certi versi si relazione a quella fatta nel 2017 da un’équipe di scienziati del Champalimaud Centre for the Unknown di Lisbona che hanno identificato, per la prima volta al mondo, i circuiti neurali che modulano la percezione dello scorrere del tempo, nel cervello dei topi. Il team inoltre è anche riuscito a manipolare l’attività dei neuroni dopaminergici, responsabili del rilascio di dopamina, uno dei principali “messaggeri” chimici del cervello, in modo tale che gli animali sovrastimassero o sottostimassero la durata di un intervallo di tempo prefissato.