I numeri dello sport parlano chiaro: le iscrizioni a svariate attività sportive risultano essere in aumento rispetto agli anni precedenti. Lo conferma il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) che, insieme all’Istituto nazionale di statistica (Istat), ha portato a termine uno studio riguardante la pratica sportiva in Italia.

Prendendo come metro di paragone un arco temporale 2017-2018, la ricerca evidenzia che, con riferimento alle affiliazioni e ai tesseramenti si contano 4 milioni e 703 mila atleti tesserati, il numero più alto mai registrato con un incremento del 2,7%, maggiore infatti a confronto dell’anno scorso.

Molteplici sono i fattori che hanno trainato positivamente nel 2017 lo sviluppo delle pratiche sportive, agonistiche ma non solo. La continua introduzione di nuove discipline emergenti ha influenzato, per esempio, di molto tale crescita.

Tuttavia, non bisogna dimenticare che praticare esercizi fisici costanti genera numerosi benefici per il nostro corpo e la nostra mente.

“Mens sana in corpore sano”, disse il poeta e retore romano Giovenale. Ed è proprio così perché è stato dimostrato che svolgere attività fisica è un ottimo modo per prendersi cura di sé, mantenersi attivi e valorizzare il proprio corpo, rigenerandosi e sfogando in modo positivo le piccole tensioni che inevitabilmente sopraggiungono ogni giorno.

Una camminata giornaliera di venti minuti, prendere le scale, il nuoto, la pallanuoto… Qualsiasi tipo di movimento che apportiamo al nostro corpo si traduce in un forte beneficio per la nostra salute. Ma non solo.

La rivista scientifica Biological Psychiatry ha pubblicato recentemente uno studio che ha dimostrato una forte correlazione tra la partecipazione a qualsiasi tipo di sport di squadra ad una minore probabilità di depressione nei teenager e a modificazioni nella struttura del loro cervello.

In particolare, i ricercatori della Washington University hanno analizzato un campione di 4.191 bambini di 9 e 11 anni, i cui genitori hanno fornito indicazioni essenziali sulla partecipazione dei loro figli ad attività sportive e su eventuali sintomi depressivi. Successivamente sono state svolte delle scansioni cerebrali a questi bambini con dati sul volume del loro ippocampo, area del cervello importante per la memoria e l’umore.

Lo studio ha scoperto che il coinvolgimento in particolari sport è correlato ad un aumento del volume dell’ippocampo e alla riduzione della depressione nei giovanissimi. Le relazioni, inoltre, erano forti soprattutto in coloro che facevano parte di squadre scolastiche e associazioni sportive rispetto a chi aveva un impegno più informale nelle attività fisiche.

Ciò si è riscontrato, e si riscontra tutt’ora, sicuramente anche grazie alla maggiore interazione sociale e regolarità che comporta il lavoro in team.

Non è comunque ancora chiaro se il partecipare agli sport porti ad una totale e concreta diminuzione della depressione. Ad ogni modo, i risultati della ricerca stimolano nuovi lavori sulla prevenzione ed il trattamento di una condizione grave nei bambini.

La depressione è una brutta malattia che, secondo i dati Istat, in Italia colpisce 2,8 milioni di persone, e i valori raddoppiano se si parla di bambini, specialmente alunni disabili il cui numero aggirerebbe intorno ai 170mila.

Un altro sondaggio internazionale condotto da Sodexo, società che si occupa di servizi finalizzati a migliorare la qualità della vita, dimostra che su oltre 4 mila studenti universitari i giovani italiani sono i più insoddisfatti della propria vita. Tra le principali preoccupazioni dei giovani ci sono il carico di lavoro e i troppi impegni.

Bisognerebbe incitare, pertanto, le strutture scolastiche ed universitarie ad incrementare maggiormente nel loro piano di studi attività extracurriculari comprendenti lo sport. Alcune lo stanno già facendo ormai da tempo, come le università LUISS Guido Carli, la Sapienza e Bocconi.

Fonte Health Online

Donare salute si può!

Si chiama Banca delle visite, è uno dei progetti di Fondazione Basis, ente no profit costituito per iniziativa di Health Italia s.p.a., della controllata Coopsalute e delle Società di Mutuo Soccorso Mutua Mba, e dona prestazioni sanitarie a chi non può permettersi una visita a pagamento – secondo le stime negli ultimi anni circa 11 milioni di italiani –  o non può attendere le lunghe liste d’attesa del Sistema Sanitario Nazionale.

Il concetto è quello del caffè sospeso applicato alla salute con il contributo finanziario da parte di liberi cittadini ed aziende.

“Health Italia, unico player quotato al mercato AIM di Borsa Italiana che si occupa integralmente della gestione del processo del benessere delle persone – ha spiegato Anzanello – promuove le prestazioni degli Enti di Sanità Integrativa condividendone i valori sociali e mutualistici ed è per questo che si è fatta promotrice di un’esperienza diretta e partecipativa attraverso la Fondazione Basis. L’idea di riprendere una vecchia ma cara consuetudine napoletana come è quella del caffè sospeso, ha determinato la nascita di Banca delle Visite con la “visita sospesa” che sta ottenendo un importante successo in termini di riconoscibilità e di prestazioni erogate”.

Ad oggi sono presenti sul territorio diverse filiali e sportelli con volontari che contribuiscono a far conoscere l’utilità sociale del progetto. L’ultimo sportello è stato presentato qualche giorno fa a Terni e il mese scorso il terzo in Sardegna ad Iglesias con un evento organizzato dalla F.I.D.A.P.A col patrocinio del Comune.

La  Banca delle Visite è un progetto attivo da anni e grazie al contributo di cittadini, aziende, Associazioni e Comuni ha erogato visite specialistiche, quali dermatologiche, ginecologiche, oculistiche, dentistiche, cardiologiche, oncologiche, a chi ne ha avuto bisogno.

“I positivi risultati dell’iniziativa – ha commentato Anzanello – derivano dal fatto che la Banca delle Visite è un modello facilmente comprensibile, diretto, pratico, immediato e di utilità sociale”.

L’obiettivo è quello di una diffusione capillare su tutto il territorio azionale con una maggiore partecipazione dei medici e delle strutture sanitarie. Per i medici aderire all’iniziativa significa migliorare la qualità della vita delle persone più bisognose partendo dal bene primario dalla cura della propria salute. Per diventare un “super dottore” basta entrare nella pagina dedicata del portale www.bancadellevisite.it e cliccare su “contattaci”.

Come funziona il servizio per chi vuole donare una prestazione?

La procedura è semplice e veloce, innanzitutto bisogna collegarsi al sito internet

www.bancadellevisite.it e cliccare su “dona una prestazione” dove si richiede di compilare un breve modulo. Successivamente si può decidere se pagare il corrispettivo, tramite PayPal o carta di credito, oppure donare una somma di denaro libera che concorrerà, assieme ad altre donazioni in denaro, all’acquisto di visite /prestazioni sanitarie. Le prestazioni acquistate vengono “custodite” nella “Banca delle visite”  Un cittadino bisognoso, previa registrazione ed accettazione delle clausole sulla privacy, richiede la prestazione che gli occorre. Le storie di chi riceve le visite sono la conferma di trasparenza e di aiuto concreto a persone che ne hanno bisogno.  La “Banca” contatta il professionista che eroga la prestazione senza oneri a carico del cittadino richiedente. Le attività si svolgono nel rispetto della privacy, ma con elementi di trasparenza e limpidezza che determinano serietà e professionalità del progetto.

Le donazioni andranno direttamente sul conto della Fondazione Basis.

“La Fondazione Basis – ha concluso il Presidente di Health Italia –  è un ente no-profit impegnato nella divulgazione dei principi mutualistici e della solidarietà sociale e promuove  iniziative culturali, educative, formative, di integrazione sociale, di assistenza sanitaria e la diffusione della cultura. Con il modello dell’iniziativa “Un aiuto concreto a portata di click”, la Fondazione ha voluto coadiuvare l’impegno degli enti fondatori che destinano una percentuale dei loro ricavi ai progetti gestiti dalla fondazione stessa, con dei contributi da parte di tutti, utilizzati per gestire iniziative sociali sul territorio individuate con criteri basati sull’equità morale e sul concetto di necessità sociale”.

“La salute è per tutti” questo lo slogan della Banca delle Visite ed una visita sospesa è un importante strumento che consente a chi non può permettersi delle prestazioni sanitarie di godere di questo diritto.

“Per comprare questo Iphone dovrei vendermi un rene”: ormai la battuta è vecchia più o meno quanto l’azienda Macintosh, che pure chiamarla così fa parecchio datato, ma da oggi possiamo dire con certezza che non è più solo una boutade. Secondo quanto riporta la BBC, è davvero successo, un ragazzino cinese di 17 anni, ha barattato uno degli organi vitali più importanti, per potersi acquistare un iphone ed un ipad.

Per ricostruire l’accaduto dobbiamo andare indietro di 5 anni in Cina, per la precisione nella provincia di Anhui, una delle regioni più povere della Cina. Wang era un ragazzino di 17 anni, di una famiglia povera, che viveva passivamente la crescita economica di una Cina in veloce evoluzione. Il mito dell’occidente era ancora molto forte allora e possedere uno status simbol come un prodotto apple, ti proiettava automaticamente a “vip della tua cittadina”. Trovare un modo per racimolare i soldi necessari per lui era diventata una vera e propria missione di vita. Solo che per l’economia del suo territorio aveva due possibilità davanti a se: lavorare per decine di anni, o farsi asportare in un paio di ore un rene, per 3.500 $ scintillanti, si avete capito bene, si è venduto un rene per un guadagno di 3.000 euro. Perchè ovviamente il traffico di organi non agevola mai chi ha estremo bisogno di fondi, gli garantisce una mancetta, ma poi il grosso lo guadagnano i medici che perpetrano l’operazione. Visto che ha quanto emerso dalle indagini, i medici avrebbero guadagnato una cifra con almeno uno 0 in più.

Concluso l’intervento e la rapida convalescenza, il giovane andò tutto fiero a comprarsi un iPhone ed un iPad, tornandosene a casa trionfalmente. I genitori che a fatica riuscivano a fare la spesa per mangiare del riso in bianco, si fecero venire qualche concreto dubbio, vedendo che il figlio aveva fatto acquisti per il valore più o meno del loro appartamento, senza aver mai lavorato. Da qui partì l’indagine che rivelo in poco tempo tutto il fattaccio.

Gli imputati sono stati condannati a pene comprese tra i 3 ed i 5 anni di reclusione mentre la famiglia di Wang ricevette un risarcimento pari a circa 215.000 dollari. Il figlio attualmente è costretto a trattamenti dialitici che lo accompagneranno per il resto della sua vita. L’Iphone? Probabilmente non funziona più.

TUTTI GLI EFFETTI DI UNA POTENTE MEDICINA, IL VOLONTARIATO

Mala tempora currunt. Viviamo tensioni quotidiane continue, sopraffatti da angosce e paure alimentate talvolta della nuove tecnologie che ci rendono più consapevoli ed esposti, ma al tempo stesso più fragili e insicuri. Questo significa essere connessi nell’era delle fake news e del trionfo del “tutto e niente”, e fare scelte oggettive, per sé e per gli altri, appare impresa ardua. Le preoccupazioni che ci assalgono e ci dividono riguardano spesso responsabilità che non sempre sappiamo (o vogliamo) cogliere: dai vaccini per i nostri figli alla ricerca di ricette miracolose per un sano stile di vita. Tutto scandito dall’incertezza sulle prospettive del lavoro, dalle paure e dalle ipocondrie, dall’instabilità emotiva e affettiva lacerante.

Nonostante questo quadro cupo che parla di individualismo, paure e fobie, occuparsi degli altri, nelle più diverse forme di volontariato, di filantropia o di beneficenza che esistono, può essere un’ottima strada per sentirsi ancora parte attiva del mondo e non semplici spettatori.

Si tratta di domandarsi cosa può far una persona per vivere pienamente il suo tempo, per sentirsi ancora utile in un mondo in rapida trasformazione dove spesso gli anziani lamentano di sentirsi esclusi, di faticare a stare al passo con i ritmi iper-tecnologici che la contemporaneità impone.

Secondo gli ultimi dati ISTAT l’Italia è sempre più un paese di volontari: 6,63 milioni (12,6%) di persone si impegnano gratuitamente per gli altri o per il bene comune: 4,14 milioni (7,9%) degli italiani lo fanno all’interno di organizzazioni e 3 milioni (5,8%) individualmente. Le istituzioni No Profit sono oltre 336 mila, con una presenza più consistente in regioni come Lombardia e Lazio.

Va detto però che l’appartenenza a un gruppo sociale piuttosto che a un altro condiziona l’intensità e le modalità con cui si partecipa all’associazionismo. Infatti in un contesto economico-sociale precario, in cui quasi sette giovani under 35 su dieci vive nella famiglia d’origine, l’impegno sociale sembra essere diventato un lusso per chi se lo può permettere.

Secondo il Rapporto pubblicato da “Volontari e attività volontarie in Italia. Antecedenti, impatti, esplorazioni” (Il Mulino, 2016) ci sono differenti profili di impegno: si va dai volontari organizzati, quelli che fanno muovere il Terzo Settore, ai profili dei volontari individuali.

La ricerca in realtà smentisce l’opinione comune che il volontariato sia un’attività riservata ai soli ricchi. Essa attesta infatti che “non sono le risorse economiche la variabile determinante per accrescere le probabilità che una persona faccia volontariato, bensì le risorse socio-culturali”: titolo di studio, abilità digitali, partecipazione culturale. Maggiori risorse socio-culturali si traducono in via lineare in una maggiore propensione al fare volontariato. Per cui, più aumenta il numero di laureati e il numero di persone ricettive alla cultura e più aumenta il tasso di volontariato e il numero di cittadini che aiutano il prossimo e investono nel bene comune. Da qui deriva una precisa indicazione politica: per far crescere la solidarietà e l’impegno civico è di primaria importanza investire nell’educazione, nell’istruzione universitaria e nella cultura (cfr Repubblica.it).

Non si tratta di buonismo: se si fa il bene per ottenere qualcosa (la coscienza pulita, la salvezza nel regno dei cieli…), quasi sempre si resterà delusi e lo si farà male, perché in quei gesti apparentemente altruistici manca la spontaneità. Nessun obbligo autoimposto. “Tutto questo fa molto bene al cervello, lo rinnova e gli restituisce sprint e vitalità” sostiene la Psicologia (vedi articolo su Riza.it) . Insomma, come dice il titolo di questo articolo, “siate altruisti, fatelo per voi stessi”: perché non provare?

 

Fabio Dell’Olio

La Cinema-terapia fa parte dell’ampia famiglia delle Artiterapie, che da molti decenni annovera l’utilizzo del teatro, della musica, della danza, della pittura, ecc. In molti si chiedono se effettivamente il cinema possa riuscire a guarire da patologie, e se si come ci riescano realmente. Come si fa a riconoscere un normale film da uno “terapeutico”?

Bisogna partire da una disambiguazione importante: la cinema terapia non serve a risollevarsi dopo che il fidanzato ci ha lasciati o dopo che la ragazza ci ha dato il due di picche. Un conto sono i film che possono darti motivazione per superare momenti difficili, completamente diverso è il concetto di cinema-terapia, molto più elaborato e basato su studi scientifici. Questo non vuol dire che guardare un film in sala cinematografica non abbia effetti benefici.

Per fare chiarezza dobbiamo immaginare il Cinema al pari di uno strumento, come una penna o un computer. I risultati dipendono solo dall’uso che se ne fa, dalla mano che li utilizza e dai progetti e dai valori a cui essi vengono messi a disposizione. Con la penna si possono scrivere poesie ma anche insulti, e il computer si può usare per fare hackeraggio oppure per produrre aerei e progettare abitazioni. Freud agli inizi del 1900 utilizzava i sogni come uno strumento, ma non ha mai affermato (nè lo hanno fatto i suoi successori) che i sogni – di per sè – hanno una funzione terapeutica. Freud ha semmai scoperto che – utilizzando il materiale grezzo prodotto dall’analisi dei sogni all’interno di un preciso processo psicoanalitico – si ottenevano dei risultati curativi e di guarigione. Sebbene la Cinema-terapia non sia una psicoterapia (quindi non cura patologie), per analogia possiamo dire che essa utilizza le emozioni ‘grezze’ che emergono dalla visione di determinate pellicole, per poi lavorarci sopra e stimolare così processi di cambiamento, di aiuto, di sostegno e di trasformazione. Le emozioni ‘grezze’ che emergono dopo la visione di una pellicola sono nella maggioranza dei casi, caotiche e disorganizzate, un pò come i colori fondamentali sulla tavolozza di un pittore.

Utilizzare la sala cinematografica a scopo ludico o di intrattenimento, se da una parte permette a queste emozioni di emergere, dall’altra non fornisce alcuna metodologia pratica per utilizzarle efficacemente. Questa metodologia è invece necessaria per coloro che desiderano analizzare, organizzare, sintetizzare, questi ‘colori base’ al fine di realizzare una ‘composizione pittorica’ complessa, articolata e con una funzione che non sia semplicemente liberatoria. Potremmo dire che mentre il Cinema ha una principalmente una funzione ludica, talvolta riflessiva o al massimo catartica, la Cinema-terapia ha una funzione di aiuto e di sostegno per coloro che intendono realizzare un percorso evolutivo e di crescita personale. Vi è quindi un’importante differenza tra la ‘Visione cinematografica’ – tipica dell’uso da intrattenimento – e una ‘Visione a fini trasformativi’, tipica della Cinema-terapia. Se è sicuramente possibile individuare nella ‘Visione Cinematografica’ un effetto consolatorio, umorale ed empatico di identificazione, immedesimazione, catarsi e liberazione (come già diceva Aristotele a proposito della Tragedia greca e propria di tutte le Arti), la ‘Visione a fini trasformativi’ non si limita agli aspetti pulsionali ‘idraulici’, ma tende a promuovere un lavoro su se stessi e un percorso che vanno al di là della visione di un singolo film.

La Cinema-terapia si avvale del potente effetto evocativo, simbolico e allegorico delle immagini filmiche (analogamente a quanto facevano e fanno ancora le favole, i miti, le leggende, i sogni notturni, ecc.) per comporre ed elaborare le emozioni grezze in processi complessi che hanno la finalità stimolare nell’individuo lo sviluppo di nuove competenze, la realizzazione dei propri progetti profondi e agevolare il suo cammino esistenziale.

La Cinema-terapia è una specifica metodologia messa a punto dall’Istituto Solaris in due decenni di lavoro sui film, a partire dalla fine degli anni ’70, sull’esperienza maturata all’interno dei Laboratori di Cosmo-Art della Sophia University of Rome.

La Cinema-terapia si poggia sullo ‘strumento’ Cinema: ma così come non è il pennello a dipingere (ma il pittore) o il bisturi ad operare (ma il chirurgo), non è una pellicola che può realizzare quell’ originale percorso interiore di autoconoscenza che è la Cinema-terapia.

Una volta chiarito che la Cinema-terapia non si occupa di ‘cura’ nè in senso medico nè in senso psicologico, ma bensì di ‘trasformazione e crescita personale’, possiamo immaginare una sorta di percorso ideale.
L’itinerario terapeutico può essere sintetizzato lungo 6 tappe principali:

Accoglienza di Sè e dell’Altro;
Sostegno dell’Io;
Esplorazione di Sè con lAltro;
Rinforzo delle potenzialità;
Dispersione graduale delle difese obsolete;
Crescita e cambiamento.

Fonte: Cinematerapia.it

Gli occhiali da sole, soprattutto quelli delle marche più alla moda, spesso raggiungono prezzi altissimi. Per questo quando troviamo un modello simile da una bancarella a poco prezzo ci diciamo: “ma si, che male può fare?” Sicuramente il portafoglio ringrazia, ma i nostri occhi?

Senza un’adeguata protezione, alla luce del sole il foro pupillare si restringe e diminuisce la quantità di radiazione luminosa (composta dall’innocua porzione visibile assieme alla porzione ultravioletta, invisibile ma dannosa) che arriva alla retina. Un occhiale da sole non aderente ai certificati di conformità fa ricevere al foro pupillare meno luce visibile, cosicché quest’ultimo non si restringe e la quantità di ultravioletto arriva fino in fondo all’occhio; invece che diminuire, aumenta!

Il danno provocato dal sole, come dicono le nonne: “non lo noti subito, ma tra qualche anno”.

Una caratteristica da tener d’occhio è la polarizzazione, che non scherma dai raggi UV ma porta assoluti benefici.

Essa riduce il riverbero causato dal riflesso della luce del sole. In generale, la polarizzazione degli occhiali è funzionale quando si svolgono attività o si pratica sport nei pressi dell’acqua o sulla neve.

Valutare se le lenti bloccano i raggi UV a casa propria è possibile, ma è un’operazione che richiede un equipaggiamento particolare. Al contrario, controllare in modo autonomo il livello di polarizzazione degli occhiali è molto semplice.

Vi basta avere il vostro bel paio di occhiali nuovi e lo schermo di un computer. I moderni monitor dei PC e le lenti polarizzate utilizzano la stessa tecnologia per ridurre il riverbero. Lo schermo LCD del vostro computer, dunque, è certamente polarizzato.

Tenete gli occhiali davanti allo schermo acceso e girateli di 60 gradi. Se è stata effettuata la polarizzazione degli occhiali, essi presenteranno delle lenti nere. Questo test è, inoltre, l’unico che funziona anche con le lenti polarizzate di colore giallo.

L’utilizzo di occhiali da sole con filtri di qualità è particolarmente importante in vacanza, dove l’elevata luminosità delle superfici orizzontali (in estate la sabbia della spiaggia, in inverno la neve delle piste da sci) trasmette alte dosi di raggi UV e luce blu verso l’occhio.

Gli Occhiali da sole costituiscono un dispositivo di protezione individuale, destinato a salvaguardare l’apparato visivo di una persona dai possibili rischi causati dalle radiazioni solari intense. Anche se nel nostro utilizzo quotidiano la valenza maggiore la diamo alla parte estetica. Sono inoltre considerati dispositivi di protezione individuali di prima categoria, in base al decreto legislativo 475/1992 e successive modificazioni. In quanto tali, gli occhiali da sole sono regolamentati dalle normative europee 89/686/CEE, 93/68/CEE, 93/95/CEE e 96/58/CE, recepite in Italia dal suddetto D.Lgs. 475/1992 e dal decreto legge 10/1997. Tutte queste normative sono state armonizzate nella norma EN 1836:1997, recepita in Italia come norma UNI EN 1836:2006, ed in seguito ad alcune modifiche come UNI EN 1836:2008. La normativa prevede che ad ogni occhiale debbano essere allegate le seguenti informazioni:

Identificazione del fabbricante o distributore

Categoria dei filtri impiegati

Numero ed anno della norma

Avvertenza in forma di simbolo o in testo per eventuali non idoneità alla guida.

 

 

Esistono ospedali che credono nel valore terapeutico delle bellezza. Certo, non potranno aiutarci a sconfiggere mali incurabili o alleviare le pene di una lunga e difficile degenza, ma almeno ci donano una speranza e risollevano il nostro umore dai turbamenti della malattia.

Negli ultimi anni le corsie di molti ospedali italiani si sono trasformate in piccoli musei e gallerie d’arte dove esporre opere creative e regalare una parentesi di bellezza ai pazienti ricoverati. E’ il caso, per esempio, dell’Ospedale Maggiore di Parma,  che ha inaugurato pochi giorni fa “Arte Hospitale” che raccoglie preziosi dipinti della collezione dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria tra cui una “Madonna col Bambino”, stucco policromo della bottega di Antonio Rossellino.

Oppure ci sono artisti che allestiscono mostre personali come Luciano Tumiet, artista di Isola della Scala, con la propria Personale “Equilibri cromatici” nella Sala Mostre del Polo Confortini nell’ambito della fortunata rassegna L’Arte in Ospedale, che durerà fino al 14 maggio.

Anche all’Ospedale di Biella è stata allestita nei giorni scorsi una mostra intitolata Due ruote e una vetta e curata dal Team Dahu e dal Cai, che intende sottolineare il potere terapeutico della montagna e dell’esercizio fisico.

Infine, altro magnifico colpo d’occhio, è a Salerno nel bunker del reparto di Radioterapia Pediatrica presso l’azienda ospedaliera-universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno. Qui è stato dipinto un acquario realizzato con il preciso scopo di regalare, almeno, una bella visione ai piccoli pazienti in terapia. Il grande murale a tema marino ricopre tutti i 200 mq del bunker ed è stato realizzato dall’artista Silvio Irilli.

Perchè gli ospedali non siano più luoghi infelici e bui, ma colorati e creativi, per donare speranza ai suoi abitanti.

Oggi un europeo su tre risulta esposto a livelli sonori dannosi per la salute. Secondo l’OMS l’inquinamento acustico è tra i fattori ambientali il problema più grave per la salute umana dopo lo smog. Ed è stato scientificamente dimostrato che l’esposizione prolungata a rumore da traffico può arrivare non solo a disturbare il sonno, ma anche ad alterare le funzioni degli organi interni e contribuire a malattie cardiovascolari.

Il traffico stradale è una fonte primaria di rumore nelle città, dato che ogni giorno espone quasi 70 milioni di europeia livelli che superano i 55 decibel. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, un’esposizione prolungata a tali livelli può aumentare la pressione sanguigna ed essere causa di infarto. 

Circa 50 milioni di persone che vivono nelle aree urbane sono esposte a livelli eccessivamente elevati di rumore nelle ore notturne. Per 20 milioni il rumore dovuto al traffico notturno ha effettivamente un effetto nocivo sulla salute. Il problema più importante è la perdita del sonno. Per un sonno ristoratore, l’OMS raccomanda un rumore di fondo inferiore ai 30 decibel, con singoli rumori che non superano i 45 decibel.

L’Italia detiene ancora un volta un record negativo, uno di quelli di cui non andare fieri: tra tutte le città d’Europa è nel nostro Paese che si trovano le città con maggior inquinamento acustico, causato principalmente da motori di auto, scooter, mezzi pubblici, sirene e un uso sconsiderato dei clacson. Tutti fattori che possono incidere significativamente sulla qualità della vita di una città, al punte che uno studio ha dimostrato che il rumore del traffico genera stress e fa anche ingrassare.

Secondo quanto riferisce una rilevazione condotta da Amplifon, e pubblcata sul sito Datamanager, la maglia nera del rumore spetta a Palermo, con un picco massimo di 92,6 decibel: un livello talmente elevato da risultare quasi assordante.

Secondo i rilievi il rumore a cui siamo esposti parte da 82,2 decibel (49,4% contro una media del 42,9% di altri paesi europei). In cima alla classifica, accanto a Palermo, ci sono Firenze con 88,6 dB e Torino (86,8), seguite da Milano (86,4), Roma (86), Bologna (85) e Napoli (84,7). L’anno scorso a guadagnarsi un terzo posto nella classifica mondiale delle città più rumorose era Napoli, con un livello di inquinamento acustico inferiore solo a New York e Los Angeles.

Il record italiano è conteso solo dalla Francia (49,1% di esposti), mentre i più virtuosi risultano i Paesi Bassi (33,7%), forse anche perché da sempre prediligono come mezzo di trasporto la bicicletta. In Italia le strade più silenziose sono invece quelle di Catanzaro (75 dB), Bari (75,2) e Potenza (75,6).

Sobria, rispettosa e giusta. Sono questi i tre aggettivi che qualificano la mission di una rete di persone con esperienze e culture diverse, che hanno operato ed operano all’interno del mondo delle cure per la salute e che negli ultimi trent’anni hanno prodotto pensiero e ricerca sul sistema sanitario dal punto di vista organizzativo, strutturale, metodologico, economico, comunicativo.

Slow Medicine è un movimento fondato a Torino da professionisti ed operatori sanitari fedeli ad un’idea di cura basata sulla sostenibilità, sull’equità, sull’attenzione alla persona e all’ambiente. 

E i fondatori descrivono questo movimento così: “Slow Medicine ha l’obiettivo di coinvolgere professionisti sanitari, associazioni di professionisti, cittadini, associazioni di pazienti e di familiari in un laboratorio in progress di progettazione di buone pratiche di aiuto e di cura. In questo senso definiamo Slow Medicine una rete di idee in movimento, che si avvale della prospettiva sistemica, del counselling, della medicina narrativa, dei principi del design, dell’educazione degli adulti e degli strumenti per la qualità per attivare momenti di confronto, partecipazione e progettazione collaborativi fra operatori e cittadini interessati alla propria salute, e per realizzare in concreto una modalità di cura più sobria, più rispettosa, più giusta”.

Il prof. Marco Bobbio, cardiologo e autore del libro “Troppa Medicina” (Einaudi), si domanda: “Quanta medicina ci serve?”. E intervistato da Corrado Augias nella trasmissione Quante Storie (Rai Tre), spiega che “non ci sono terapie universali valide per tutti i pazienti, ma un buon medico deve mettersi in ascolto del paziente e scegliere la terapia più ideonea per la sua sensibilità, ansia, patologie…senza esagerare con la prescrizione di farmaci ed esami perchè possono far male”.

“Il rischio con gli esami – aggiunge il prof. Bobbio – è che ci si lasci prendere la mano e avviluppare nella cosiddetta Sindrome di Ulisse, e si comincia a navigare e navigare prima di arrivare ad Itaca e sentirsi sani”.

L’evidenza clinica dimostra che la mitologia del check up, del controllo costante dei parametri della salute media oltre i quali inizia il patologico, ingenera ansia, alimenta l’angoscia circa il proprio reale stato di salute, produce rischi materiali e infine, determina quella progressiva erosione della fiducia nella medicina e nella diagnostica che ci porta a consultare diversi specialisti e a fare esami su esami.

Come ha commentato la giornalista Daniela Ranieri recensendo il libro del prof. Bobbio sul Fatto Quotidiano: “Abbiamo creato una società medicalizzata e ospedalizzata in cui, mentre i servizi viagra pas cher esenziali urgenti sono sempre più scadenti, si diffonde una specia di caccia al tesoro di sintomi di malattie che non sono tali ma costituiscono variazioni naturali rispetto alla norma”.

 

 

 

 

Che ne sarà di mio figlio autistico quando non sarò più al suo fianco?“. Questa è la domanda che si pongono tanti genitori di ragazzi autistici e disabili in generale, preoccupati proprio come Gianluca Nicoletti, giornalista e scrittore, padre di un simpatico e riccioluto ragazzone di nome Tommy.

Sull’autismo in Italia non ci sono numeri ufficiali: “Quelli che possiamo registrare derivano dai dati raccolti da alcune Regioni, e si parla del 3-4 per mille” – riferisce Serafino Corti, ricercatore e membro del Comitato scientifico della Fondazione italiana per l’autismo.

Mancano i soldi, gli investimenti nella formazione degli insegnanti, il sostegno alle famiglie, i centri nel Sud Italia, le possibilità di lavoro: l’80% degli adulti autistici non ha un’occupazione. Non ci sono nemmeno dei dati precisi in merito alle diagnosi. Mamme e papà dei figli autistici devono affrontare anche il problema del lavoro. All’estero il 40% di queste persone lavora. In Italia è diverso.

Il giornalista Gianluca Nicoletti ha scritto due libri (Una notte ho sognato che parlavi e Alla fine qualcosa ci inventeremo) e prodotto un docufilm su questo argomento, “Tommy e gli altri“, un progetto ambizioso prodotto in crowdfunding, in arrivo prossimamente nelle sale cinematografiche. #tommyeglialtrifilm

Vogliamo che il nostro racconto sia veramente uno sguardo realistico sui cittadini  italiani autistici e sulle loro famiglie.ha spiegato Nicoletti – Il film dovrà rappresentare luci e ombre di una realtà che fino a pochissimo tempo fa era assolutamente indicibile“.

Tommy e gli altri” è un film in progress, come il sito Pernoiautistici, ma anche un film collettivo, perché saranno le famiglie a girarlo, offrendo la “soggettiva” del proprio ragazzo autistico e contribuendo così a svelare il suo mondo.

Quello di Nicoletti è un film necessario, perchè, oltre che portare le storie di umanità, gioia e sofferenza delle famiglie di questi figli “stralunati”, intende lanciare un progetto, Insettopia, per dare un tetto e spazi di lavoro e condivisione ai ragazzi autistici, che gli permetta di crescere con maggiore autonomia. Perchè la loro vita continui felice anche dopo la morte dei propri familiari.

Il 2 aprile si celebra la “Giornata mondiale di consapevolezza sull’autismo“, istituita nel 2007  dalle Nazioni Unite, con numerose iniziative e dibattiti in tutta Italia, piazze e monumenti che si colorano simbolicamente di blu.

La spesa media pubblica per ogni disabile in Italia è di 8 euro al giorno, siamo in fondo alla classifica in Europa per fondi destinati alle disabilità. E soprattutto mancano politiche nazionali capaci di uniformare i servizi e l’assistenza, le risorse cambiano da Regione a regione e a volte, da Asl a Asl. E così finisce che a farsi carico della presenza, l’assistenza, le cure siano sempre e soltanto le famiglie. E quanto spendono davvero gli italiani con parenti disabili? Solo i familiari alle prese con malattie degenerative come l’Alzheimer, 8 miliardi l’anno.