Donare salute si può!

Si chiama Banca delle visite, è uno dei progetti di Fondazione Basis, ente no profit costituito per iniziativa di Health Italia s.p.a., della controllata Coopsalute e delle Società di Mutuo Soccorso Mutua Mba, e dona prestazioni sanitarie a chi non può permettersi una visita a pagamento – secondo le stime negli ultimi anni circa 11 milioni di italiani –  o non può attendere le lunghe liste d’attesa del Sistema Sanitario Nazionale.

Il concetto è quello del caffè sospeso applicato alla salute con il contributo finanziario da parte di liberi cittadini ed aziende.

“Health Italia, unico player quotato al mercato AIM di Borsa Italiana che si occupa integralmente della gestione del processo del benessere delle persone – ha spiegato Anzanello – promuove le prestazioni degli Enti di Sanità Integrativa condividendone i valori sociali e mutualistici ed è per questo che si è fatta promotrice di un’esperienza diretta e partecipativa attraverso la Fondazione Basis. L’idea di riprendere una vecchia ma cara consuetudine napoletana come è quella del caffè sospeso, ha determinato la nascita di Banca delle Visite con la “visita sospesa” che sta ottenendo un importante successo in termini di riconoscibilità e di prestazioni erogate”.

Ad oggi sono presenti sul territorio diverse filiali e sportelli con volontari che contribuiscono a far conoscere l’utilità sociale del progetto. L’ultimo sportello è stato presentato qualche giorno fa a Terni e il mese scorso il terzo in Sardegna ad Iglesias con un evento organizzato dalla F.I.D.A.P.A col patrocinio del Comune.

La  Banca delle Visite è un progetto attivo da anni e grazie al contributo di cittadini, aziende, Associazioni e Comuni ha erogato visite specialistiche, quali dermatologiche, ginecologiche, oculistiche, dentistiche, cardiologiche, oncologiche, a chi ne ha avuto bisogno.

“I positivi risultati dell’iniziativa – ha commentato Anzanello – derivano dal fatto che la Banca delle Visite è un modello facilmente comprensibile, diretto, pratico, immediato e di utilità sociale”.

L’obiettivo è quello di una diffusione capillare su tutto il territorio azionale con una maggiore partecipazione dei medici e delle strutture sanitarie. Per i medici aderire all’iniziativa significa migliorare la qualità della vita delle persone più bisognose partendo dal bene primario dalla cura della propria salute. Per diventare un “super dottore” basta entrare nella pagina dedicata del portale www.bancadellevisite.it e cliccare su “contattaci”.

Come funziona il servizio per chi vuole donare una prestazione?

La procedura è semplice e veloce, innanzitutto bisogna collegarsi al sito internet

www.bancadellevisite.it e cliccare su “dona una prestazione” dove si richiede di compilare un breve modulo. Successivamente si può decidere se pagare il corrispettivo, tramite PayPal o carta di credito, oppure donare una somma di denaro libera che concorrerà, assieme ad altre donazioni in denaro, all’acquisto di visite /prestazioni sanitarie. Le prestazioni acquistate vengono “custodite” nella “Banca delle visite”  Un cittadino bisognoso, previa registrazione ed accettazione delle clausole sulla privacy, richiede la prestazione che gli occorre. Le storie di chi riceve le visite sono la conferma di trasparenza e di aiuto concreto a persone che ne hanno bisogno.  La “Banca” contatta il professionista che eroga la prestazione senza oneri a carico del cittadino richiedente. Le attività si svolgono nel rispetto della privacy, ma con elementi di trasparenza e limpidezza che determinano serietà e professionalità del progetto.

Le donazioni andranno direttamente sul conto della Fondazione Basis.

“La Fondazione Basis – ha concluso il Presidente di Health Italia –  è un ente no-profit impegnato nella divulgazione dei principi mutualistici e della solidarietà sociale e promuove  iniziative culturali, educative, formative, di integrazione sociale, di assistenza sanitaria e la diffusione della cultura. Con il modello dell’iniziativa “Un aiuto concreto a portata di click”, la Fondazione ha voluto coadiuvare l’impegno degli enti fondatori che destinano una percentuale dei loro ricavi ai progetti gestiti dalla fondazione stessa, con dei contributi da parte di tutti, utilizzati per gestire iniziative sociali sul territorio individuate con criteri basati sull’equità morale e sul concetto di necessità sociale”.

“La salute è per tutti” questo lo slogan della Banca delle Visite ed una visita sospesa è un importante strumento che consente a chi non può permettersi delle prestazioni sanitarie di godere di questo diritto.

Scopri il libro in download gratuito

Le stime più recenti indicano che nel 2017 quasi 11 milioni di persone nel mondo hanno perso la vita per malattie causate da una dieta inadeguata. Soprattutto a causa di malattie cardiovascolari e, in misura minore, per tumori, diabete e patologie renali. In Italia la percentuale di bambini e adolescenti obesi è quasi triplicata negli ultimi 45 anni: un bambino su 10 è obeso e uno su 5 è in sovrappeso (uno su tre in Europa). Senza dimenticare che più di un terzo degli italiani adulti pesa troppo. Il volume «Alimentazione e salute» (scaricabile gratuitamente nell’area download del sito di Fondazione Umberto Veronesi) informa in modo autorevole sui sani e corretti stili di vita legati alle abitudini alimentari e all’attività fisica. Redatto usando la formula «domande e risposte» fornisce in modo semplice informazioni concrete, sfata falsi miti e credenze e risponde ai quesiti più diffusi.

E pensare che si potrebbero evitare 3 tumori su 10 con una corretta alimentazione

«Sappiamo che esiste una precisa relazione tra dieta e malattie cardiovascolari o tumori. La realizzazione di questo testo mira a informare la società civile in maniera rigorosa basandosi su dati ed evidenze scientifiche – dice Paolo Veronesi, presidente di Fondazione Umberto Veronesi -. Con la giusta alimentazione si può prevenire almeno il 30 per cento delle neoplasie e se in Italia è la dieta mediterranea ad essere un valido strumento a favore di longevità e salute, esistono altri regimi alimentari, nel mondo, che costituiscono un modello nutrizionale altrettanto efficace. Quel che è certo è che non esistono cibi miracolosi, e il libro spiega quali sono le false promesse nascoste dietro abili campagne di marketing, né diete salvavita: l’alimentazione corretta deve essere inserita in una strategia generale sugli stili di vita che includa l’attività fisica e l’abolizione del fumo».

Da secoli la filosofia medita sulla natura del tempo domandandosi se consista in un singolo istante o in una dimensione vera e propria. I fisici cercano di comprendere le ragioni per cui il tempo pare scorrere in una sola direzione, sulla possibilità di viaggiare nel tempo e persino, tout-court, sulla sua effettiva esistenza.

I neuroscienziati e gli psicologi, a loro volta, tentano di capire che cosa si intende quando si parla del ‘percepire’ il passaggio del tempo, in che modo il cervello lo misuri e come mai gli esseri umani possiedano la peculiare capacità di proiettarsi mentalmente nel futuro. Su quest’ultimo punto si sono soffermati i ricercatori della Scuola internazionale superiore di studi avanzati di Trieste che coordinati da Domenica Bueti hanno scovato tra le maglie del cervello dell’uomo le “mappe del tempo”, veri e propri canali che consentono di percepire il trascorrere di minuti, giorni e anni. A generarle è l’area che si chiama “corteccia supplementare motoria” e il meccanismo è descritto per la prima volta sulla rivista “Plos Biology”.
Il team di studiosi ha dimostrato che nella regione del cervello diverse aree sono attivate da stimoli di diversa durata: le zone anteriori per le durate più brevi, le parti posteriori per i periodi più lunghi. “Per la prima volta – commenta Bueti – si è capito, nell’uomo, come il nostro cervello decodifica il passare del tempo”, dal momento che fino a questo studio era noto che la corteccia supplementare motoria fosse coinvolta nella percezione del tempo, ma non si aveva idea di come funzionasse. La percezione del tempo si avvale di due elementi: l’organizzazione della corteccia supplementare motoria, in cui le parti che rispondono a durate simili sono spazialmente vicine, e la selettività.
Alcune porzioni dell’area rispondono solo ad una certa durata. Così quella che reagisce a uno stimolo brevissimo circa 200 millisecondi, si attiva con uno stimolo simile di 400 millisecondi ma non per uno diverso di 3 secondi. In più la qualità delle mappe è correlata alla percezione del tempo: più accurata e precisa è la percezione, migliore è la mappa registrata.
Per arrivare a questo risultato sono stati monitorati con la risonanza magnetica due gruppi di volontari sani, che dovevano selezionare alcune immagini in successione sullo schermo di un computer per diverse durate, e dire quale delle due immagini era stata presentata per più tempo. I ricercatori vogliono ora capire qual è il tempo che hanno mappato, se cioè quello fisico della durata degli stimoli sullo schermo, o quello percepito dal volontario, e anche se la mappa è innata, o è il frutto dell’esperienza e dell’educazione.
I neuroni del tempo. Una scoperta questa che per certi versi si relazione a quella fatta nel 2017 da un’équipe di scienziati del Champalimaud Centre for the Unknown di Lisbona che hanno identificato, per la prima volta al mondo, i circuiti neurali che modulano la percezione dello scorrere del tempo, nel cervello dei topi. Il team inoltre è anche riuscito a manipolare l’attività dei neuroni dopaminergici, responsabili del rilascio di dopamina, uno dei principali “messaggeri” chimici del cervello, in modo tale che gli animali sovrastimassero o sottostimassero la durata di un intervallo di tempo prefissato.

La percezione degli italiani per quanto riguarda la sicurezza delle loro salute si è drasticamente abbassata negli ultimi anni.

Dall’inzio degli anni 60, fino all’alba dei 2.000 l’istituzione di un servizio sanitario nazionale, essendo una svolta storica e democratica, ha portato entusiasmo ed una sensazione di sicurezza che è andata incrementandosi di anno in anno, fino a far sentire davvero sicuri cittadini italiani per un trentennio.

Negli ultimi anni però questo dato è drasticamente calato. Gli italiani hanno la sensazione che la propria salute non sia al sicuro, anzi chiedono allo Stato di intervenire di più in questo ambito. Ben 8 persone su 10 guardano al futuro con preoccupazione, in particolare relativamente all’assistenza per gli anziani e a malattie future. Questo è quanto emerge dall’indagine Ipsos commissionata da Unipol e presentata durante il Welfare Italian Forum 2018 a Roma, lo scorso 11 dicembre. Vediamo, dunque, qual è la percezione che gli italiani hanno del welfare in Italia, non soltanto in relazione alla salute, e cosa si aspettano dallo Stato e dalle aziende.

UN PICCOLO CENNO STORICO

La legge 13 marzo 1958, n. 296 – emanata durante il Governo Zoli – istituì per la prima volta in Italia il Ministero della sanità, scorporando l’ACIS (Alto Commissariato per Igiene e la Salute pubblica) dal Ministero dell’interno. Il primo titolare del dicastero fu il medico tisiologo professor Vincenzo Monaldi. Con la legge 12 febbraio 1968, n. 132 (cosiddetta “legge Mariotti”, dal nome del ministro Luigi Mariotti, esponente del Partito Socialista Italiano), fu riformato il sistema degli ospedali, fino ad allora per lo più gestiti da enti di assistenza e beneficenza, trasformandoli in enti pubblici (“enti ospedalieri”) e disciplinandone l’organizzazione, la classificazione in categorie, le funzioni nell’ambito della programmazione nazionale e regionale ed il finanziamento.

La legge 17 agosto 1974, n. 386 estinse i debiti accumulati dagli enti mutualistici nei confronti degli enti ospedalieri, sciolse i consigli di amministrazione dei primi e ne dispose il commissariamento, trasferendo i compiti in materia di assistenza ospedaliera alle regioni.

WELFARE IN ITALIA: L’INSODDISFAZIONE TOCCA PICCHI DEL 75%

La ricerca svolta da Ispos ha coinvolto un campione di 1.000 con un’età compresa tra i 18 ed i 65 anni. Il risultato che ne consegue è un quadro molto pessimistico riguardo il sistema di welfare italiano. Il 61% degli intervistati valuta come “pessimo” o “scarso” il complesso di servizi alla persona italiano. Queste statistiche precipitano ancor di più andando a sud dello stivale. Se per il Nord Ovest abbiamo un picco “positivo” del 39% di insoddisfazione, nel Centro Italia abbiamo invece un’insoddisfazione pari al 75%, addirittura 3 persone su 4 si dicono quindi mal tutelate.

Seppure spesso la sensazione non combaci necessariamente con l’effettivo disvalore, è pur vero che dati così tragici devono necessariamente far riflettere. Per il 48% degli italiani i servizi devono essere garantiti a tutte le fasce di reddito e sarebbero disposti ad accettare un aumento delle tasse per finanziarie il welfare (lo sarebbero davvero?!). Il 32% invece si dice disposto a pagare per un eventuale servizio più efficiente, ma ritiene corretto negare l’accessibilità ad una parte di popolazione per poterne garantire la qualità.

GLI ITALIANI HANNO UN PIANO DI RISERVA?

Gli italiani pur definendosi fortemente preoccupati per la situazione del welfare in Italia, non sembra che ad oggi abbiano fatto granchè per procurarsi un ombrello in vista della pioggia.

Alquanto allarmante, che su tutto il nucleo intervistato, ben l’86% delle persone, non si è posta il problema di come sostenere un’eventuale disabilità in vecchiaia. Il 54% di loro sostiene bensì che tutti i servizi debbano essere gratuiti oppure low cost solamente per chi supera una determinata soglia di povertà, mentre il resto dei cittadini dovrebbe pagarli. Per il 15% degli intervistati dovrebbe essere necessario un aumento delle risorse destinate al welfare attraverso un aumento delle tasse, mentre il 6% suggerisce un taglio dei servizi e, di conseguenza, anche dei costi.

Insomme le proposte per migliorare la situazione sono molte, ma quando c’è da fare qualcosa di attivo, beh i dati descrivono meglio la situazione di qualsiasi considerazione.

COME POSSO METTERMI AL SICURO?

Un altro dato che emerge dall’indagine presentata al Welfare Italian Forum 2018 è la diffusione ancora limitata nel paese di soluzioni alternative alla sanità pubblica per la tutela della salute. Solo il 22% della popolazione, infatti, ha stipulato una polizza assicurativa sanitaria, ma soprattutto il 61% dichiara di non essere nemmeno interessato a valutarne una. Poco diffusi anche i piani di sanità integrativa, scelti ancora da meno di un italiano su tre (anche se il dato è in netta crescita negli ultimi anni).

Numeri che confermano l’impressione, confermata anche da Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, che ad una profonda preoccupazione per il futuro e ad un giudizio complessivamente negativo sul welfare, non corrisponda nessuna azione correttiva da parte dei cittadini. Commentando il rapporto, Pagnoncelli evidenzia una sostanziale inerzia degli italiani che non sembrano pronti ad essere attori attivi del proprio futuro e della salute.

Alcune alternative a sostegno del welfare, infatti, già esistono e sono a disposizione dei cittadini. La sanità privata ha sicuramente dei costi elevati e non alla portata di tutti, ma esistono soluzioni di sanità integrativache garantiscono servizi di qualità ad un costo contenuto. Inoltre, come evidenziato anche in occasione della presentazione della ricerca Ipsos, anche il welfare aziendale può contribuire a garantire a integrare l’offerta di servizi per i cittadini.

Avevate mai valutato un’opzione del genere pensando al vostro presente e futuro?

In questi giorni al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, noto come MIUR, sono stati siglati dei protocolli per promuovere la diffusione del benessere e dei corretti stili di vita tra gli studenti di qualsiasi età.

Gli obiettivi previsti nei protocolli sono molteplici, scopriamoli:

  • Promuovere la cultura della salute e del benessere nell’ambiente scolastico.
  • Prevenire forme di disagio e di malessere psico-fisico.
  • Avviare azioni di formazione di docenti, genitori e studenti per affrontare in maniera adeguata temi come i corretti stili di vita e la prevenzione di comportamenti a rischio per la salute.
  • Preparare gli insegnanti alla somministrazione di farmaci agli alunni con patologie specifiche.

Il documento è stato firmato, tra gli altri, dal ministro Marco Bussetti che ha dichiarato:

“Abbiamo siglato due importanti collaborazioni per l’educazione e la crescita sana dei ragazzi che vedono coinvolti istituti scolastici, famiglie, territori, esperti. Stiamo costruendo una vera e propria rete di sostegno. Dobbiamo essere soddisfatti: la scuola non è solo il luogo in cui si apprendono conoscenze e si sviluppano competenze. È anche spazio di cittadinanza attiva. In cui si formano giovani consapevoli. I corretti stili di vita, la prevenzione dei rischi e di forme di malessere sono aspetti da curare tanto quanto lo studio dell’Italiano, della Storia e della Matematica. Grazie a chi mette la propria professionalità a servizio dei nostri bambini e ragazzi”.

È stato inoltre presentato un progetto pilota intitolato “Benessere a scuola”. Sarà realizzato in attuazione dei due Protocolli e riguarderà in una prima fase tre Regioni: Liguria, Abruzzo, Calabria. Coinvolgerà 60 scuole (20 per ciascuna delle tre Regioni) primarie e secondarie di I e II grado, circa 31.000 studenti e 3.900 docenti.

Sarà rivolto a studenti, docenti e famigliari e avrà tra gli obiettivi quelli di incrementare l’attenzione dei ragazzi alla cura del proprio corpo, delle proprie abitudini di vita e della propria affettività, migliorare la vivibilità e il clima sociale all’interno delle scuole, costruire collaborazioni costanti e durature con le famiglie, prevenire casi di disagio e di abbandono scolastico, fornire indicazioni socio-sanitarie ai docenti e formarli sulla somministrazione di alcuni farmaci che i giovani potrebbero dover assumere in caso di patologie specifiche (parliamo solamente di medicinali utili per emergenze da allergia, epilessia, asma ecc), dare assistenza medica e primo soccorso per migliorare la sicurezza a scuola.

Oggi, 14 Novembre, si celebra la giornata mondiale del diabete. Una patologia molto comune, che se viene sottovalutata, può portare a risvolti davvero gravi. Le statistiche ci dicono che una persona su 11 nel mondo è affetta da diabete. Più di 400 milioni di persone ne soffrono e le previsioni ne ipotizzano più di 500 milioni nel 2030. Questo perchè appunto, gli stili di vita sempre più frenetici ed alimentazioni poco genuine, portano ad essere molto più predisposti. Nonostante la larga diffusione però, il diabete è poco conosciuto, tanto che ogni giorno girano fake news, con false notizie e metodologie di guarigione alquanto strambe (“per sconfiggere il diabete basta mangiare meno”). Per questo  motivo sin nel 1991 è stata istituita dall’International Diabetes Federation e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, una Giornata Mondiale del diabete che si celebra ogni anno il 14 Novembre. Per la Giornata 2018 dal 5 al 18 novembre saranno è previsto, in tutta Italia, un migliaio di iniziative legate alla conoscenza e alla prevenzione della patologia.

Un problema “di famiglia”

Nel 2017 questa malattia conta quattro milioni di morti in tutto il mondo. In Italia ci sono 3,7 milioni di persone con diabete e una su tre non sa di averlo. «Nel 2018 — dice Concetta Suraci, Presidente di Diabete Italia — il tema è la famiglia: il diabete è una malattia che può essere anche molto invalidante e tutti i familiari devono essere coinvolti nella prevenzione e nella gestione del diabete. L’80% del diabete di tipo 2, una patologia cronica che colpisce indipendentemente dal sesso e la cui incidenza aumenta con l’età, è prevenibile, a differenza del tipo 1, con l’adozione di uno stile di vita sano: buone abitudini alimentari e un’attività fisica adeguata. E il ruolo della famiglia è fondamentale per metterle in atto».

La gestione dei bambini e degli anziani

La gestione della malattia non è affatto semplice. Necessità una serie di controlli, che per bambini ed anziani devono essere necessariamente più frequenti.«Pensiamo ai bambini con diabete — continua Suraci — ma anche agli anziani da portare a visite ed esami. Si stima che 20 miliardi siano i costi diretti e indiretti della malattia: la voce più alta è quella dell’ospedalizzazione (circa 7 miliardi) ma pesano anche le assenze dal lavoro (5 miliardi) e i prepensionamenti (7 miliardi)». «I bambini con diabete – aggiunge Ivana Rabbone, vice presidente Siedp Società italiana endocrinologia e diabetologia pediatrica – soffrono quasi tutti, il 93%, del tipo 1, ovvero quello autoimmune, non prevenibile e curabile con l’insulina. La diagnosi precoce è fondamentale e i genitori devono stare attenti a sintomi ben precisi: se un bambino beve molto, va spesso a urinare e dimagrisce bisogna consultare subito il pediatra, che con una piccola goccia di sangue prelevato dal dito può fare la diagnosi. Il diabete è una patologia che coinvolge tutta la famiglia: è comune fra i genitori dei piccoli pazienti parlare di “diabete di tipo 3”, ovvero quello dei familiari di un bambino affetto da diabete, che vivono la gestione della malattia come fosse la loro».

Le complicanze a livello sessuale

Innumerevoli gli effetti e le malattie correlate al diabete, anche quelle legate alla sfera sessuale. «Il diabete — spiega Nicola Mondaini, Consigliere nazionale della Sia, Società italiana andrologia – ha effetti importantissimi nella disfunzione erettile che anzi nella grande maggioranza casi nelle persone più giovani è proprio un sintomo tipico del diabete. Altri sintomi che potrebbero far pensare al diabete sono l’eiaculazione retrograda e la fimosi del pene. Purtroppo gli uomini sono molto restii a rivolgersi all’andrologo e quindi è anche più tardiva la scoperta della malattia. Pochissimi co fanno una visita in assenza di sintomi e chi ha qualche disturbo aspetta anche fino a tre anni per prenotare una visita specialistica. Quello tra uomo e andrologo è un rapporto che va assolutamente valorizzato e promosso».

Prevenzione

E’ fondamentale eseguire il test per la misurazione dell’emoglobina glicata (HbA1c). Si tratta di un nuovo test che alcuni diabetologi utilizzano per diagnosticare e controllare la patologia. In pratica si considera l’emoglobina presente nei globuli rossi e la quantità di zucchero ad essa collegata. Maggiore è il valore e maggiore è la quantità di zucchero, il che incide sul rischio di soffrire di questa patologia (dopotutto il diabete è un aumento della concentrazione di zuccheri nel sangue). Cercare di prevenire la malattia è l’unica via per scongiurarla, ma per essere tranquilli, è sempre meglio fare un controllo specifico. Un ruolo fondamentale lo svolgono le farmacie: «Le farmacie operano sul territorio — ricorda Venanzio Gizzi, presidente di Assofarm — ed è loro compito anche procedere ad azioni di prevenzione e assistenza alla popolazione, al fine di garantire l’effettiva presa in carico dei cittadini-pazienti, in stretta collaborazione con i medici di base e gli specialisti con un lavoro di rete organizzata. La Giornata mondiale del diabete è una ulteriore occasione per operare in tal senso e per dimostrare, ancora una volta, che il prezioso ruolo del farmacista è indispensabile per garantire i migliori processi di cura ai bisognosi».

Sembra essersi affievolita la polemica intorno ai vaccini. La legge che li ha resi obbligatori per l’accesso alle scuole ha creato non poco rumore, con conseguenti polemiche e persone in piazza protestanti e rivendicando un concetto in particolare: la libertà di scegliere (se vaccinarsi o meno). E’ assolutamente legittimo pretendere di poter scegliere come e se curarsi, quello che spesso si dimentica da parte dei no vax è che la loro scelta può danneggiare il prossimo.

I dati parlano chiaro. I vaccini nel corso della storia hanno debellato ed arginato malattie terribili, ed ancor oggi non hanno smesso di avere numeri altissimi di vantaggi. Dall’inizio del millennio ad oggi, le vaccinazioni contro il morbillo hanno salvato 20,4 milioni di vite: a testimoniare, cifre alla mano, l’importanza assoluta dell’immunizzazione contro questa malattia – i cui effetti vanno ben al di là di uno sfogo cutaneo – è un’analisi dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC) americani.

Nel 2000, morivano di morbillo 550 mila persone ogni anno. Nel 2016, i decessi sono stati 90 mila: un numero ancora troppo alto, ma i progressi sono stati enormi, e dovuti a un programma di eradicazione globale supportato dall’OMS.

Per dimostrare gli effetti della vaccinazione, i CDC hanno calcolato il numero di vittime odierne dell’infezione, e di quelle che ci sarebbero state senza la massiccia campagna vaccinale messa in campo dall’OMS. Senza l’immunizzazione contro il morbillo, nel 2000 la conta annuale di morti per la malattia sarebbe stata di 1,3 milioni di persone. Nel 2016, senza il programma vaccinale, le  vittime sarebbero arrivate a oltre 1,5 milioni all’anno. In totale, secondo le stime dei ricercatori, le vite salvate sono state 20,4 milioni.

Veniamo al bel paese. Solo quest’anno si sono registrati 4.775 casi di cui 4 decessi (dati dell’Epicentro dell’Istituto superiore di sanità aggiornati al 29 ottobre 2017). L’88% dei pazienti contagiati non era vaccinato, e il 6% aveva ricevuto soltanto una dose su due del vaccino.

Ora, ad ognuno la sua libertà, ma leggere un pò di dati non farà di certo male nella “scelta finale”.

Fonte: Focus.it

Gioite signori, gioite, per una volta non siamo nè i primi nè gli unici nella graduatoria di un disservizio ospedaliero. No…in realtà però non c’è (ancora) molto di cui gioire.

Secondo una ricerca condotta in tutta Europa sui tempi di attesa per accedere alle visite mediche, si è evinto che molti dei sistemi sanitari del vecchio continente non hanno saputo trovare i giusti accorgimenti per evolvere le pesanti burocrazie alla loro base. Ci sono però delle mosche bianche come Francia e Portogallo, che hanno saputo evolversi più in fretta, e dalle quali potremmo prendere importanti spunti per migliorare. Andiamo nello specifico a vedere com’è la situazione europea:

Regno Unito

Le procedure cardiologiche hanno visto aumentare i tempi di attesa e un paziente su dieci lamenta l’aumento dei tempi d’attesa per la cura dei tumori. Fino ad un terzo dei pazienti prevede di rivolgersi al settore privato.

Danimarca

Dal 1 ottobre 2007, se il tempo di attesa per il trattamento è superiore ad un mese, i pazienti danesi possono scegliere un ospedale privato in Danimarca o un ospedale all’estero.

Finlandia

Lunghe liste d’attesa per la chirurgia elettiva erano tipiche in Finlandia nel corso degli anni 2000. Una riforma dei tempi di attesa e’ in vigore dal marzo 2005, finalizzato a  garantire la parità di accesso e criteri di assistenza alle cure non-urgenti a tutti i cittadini.

Risultato: la considerazione per i gruppi di intervento chirurgico con lunghi tempi di attesa è stata prioritaria In alcuni gruppi il tempo medio di attesa è diminuito senza un aumento degli interventi. Pertanto, l’aumento del numero di interventi non era l’unico modo per ridurre il tempo di attesa. Il controllo delle liste di attesa e l’utilizzo di criteri più stretti per l’intervento chirurgico riduceva il numero dei pazienti in attesa
diminuendo quindi i tempi medi di attesa.

Austria

La mancanza di un sistema ufficiale di controllo dei tempi di attesa e la riluttanza degli ospedali a consentire l’accesso ai dati del paziente ha reso, in partenza l’ argomento molto complicato.

C’è troppo poco coordinamento e trasparenza per ottimizzare i tempi di attesa. Ad alcuni pazienti della nostra indagine sono stati offerti tempi di attesa più brevi in cambio di pagamenti informali o visite nello studio privato.

Ci sono grandi differenze nei tempi di attesa rispetto al tipo di operazione (chirurgia della cataratta, sostituzione dell’anca, sostituzione dell’articolazione del ginocchio) tra e all’interno delle regioni. Secondo tutte le aziende ospedaliere, esistono tempi di attesa per le operazioni alla cataratta, per interventi di chirurgia dell’anca e del ginocchio comuni.

Tuttavia, solo le aziende ospedaliere di Stiria e Alta Austria sono state in grado di fornire dati esatti.

Svezia

Le lunghe liste d’attesa sono il risultato più problematico, nel tentativo di contenere i costi. La Svezia ha adottato un nuovo sistema di assistenza sanitaria, che ha permesso la privatizzazione della sanità, consentendo ai medici e agli ospedali di avere più controllo sulle decisioni mediche, e garantire ai pazienti la possibilità di scegliere il proprio medico.

Attraverso la libera concorrenza di mercato, la Svezia sperava di diminuire le liste di attesa, pur contenendo i costi. I primi risultati sono stati positivi, le liste di attesa erano diminuite e la spesa teneva. Tuttavia, il libero mercato nel lungo periodo non ha funzionato in modo efficiente. Le liste d’attesa, insieme ai costi, hanno ricominciato a salire, riducendo la qualità delle cure che i pazienti potevano ricevere.

Secondo una legge sanitaria entrata in vigore nel luglio 2010, gli svedesi dovrebbero essere in grado:

  • di vedere un medico entro sette giorni in una clinica finanziata con mezzi pubblici;
  • non dovrebbero attendere più di 90 giorni per vedere uno specialista;
  • qualsiasi trattamento prescritto dovrebbe essere fissato entro 90 giorni dopo la
    visita dello specialista.

Spagna

E’ stato approvato in Parlamento un regio decreto che stabilisce che nessun paziente deve attendere più di 6 mesi per un intervento chirurgico.

Le operazioni specificamente menzionate nel decreto sono le procedure cardio-vascolari, cataratta, protesi d’anca e di ginocchio, che hanno tradizionalmente tempi più lunghi di attesa

Portogallo

Liste di attesa assenti.

Francia

Attualmente non esiste il problema delle liste d’attesa (ad eccezione degli interventi oftalmici). Il 70% degli interventi chirurgici e’ effettuato in strutture private. Il 90% dei cittadini e’ coperto da un’assicurazione privata.

Germania

Il Paese ha più del doppio di ospedali per 1000 abitanti degli USA. Le strutture sanitarie tedesche trattano ciascuna quasi il doppio dei pazienti degli ospedali degli USA.

Negli ospedali tedeschi per acuti i pazienti con assicurazioni cialis forum private hanno tempi di attesa significativamente più brevi dei pazienti con copertura sanitaria pubblica.

Dato che vi e’ poca trasparenza, non sappiamo se la discriminazione nei tempi di attesa porta anche a discriminazione nella qualità del trattamento.

Belgio

Non esistono vere e proprie liste d’attesa per un ricovero in Belgio, e questo soprattutto perché molti dei medici hanno un rapporto di lavoro autonomo ed hanno forte voce in capitolo nella gestione dell’ospedale. Il numero dei chirurghi è elevato.

Non c’è un vero e proprio “Sistema Sanitario Nazionale”, ma un Fondo nazionale della previdenza sociale che retribuisce il personale sanitario autonomo e dipendente allo stesso livello e per gli stessi importi. Per ogni atto sanitario il paziente deve pagare una quota di tasca propria corrispondente al 15% della tariffa, ma fino ad un importo
limitato.

Portogallo e Francia i due paesi virtuosi che hanno abbattuto questo fenomeno.

Analizziamo il modello adottato in Portogallo.

Per ridurre i tempi d’attesa negli ospedali, il Portogallo ha adottato un modello che funziona e che trasforma le liste d’attesa in tempi d’attesa con diritto per il malato a un voucher da utilizzare in qualunque struttura pubblica se non viene operato nei termini previsti. In questo modo ci guadagnano sia i pazienti che gli ospedali.

Il Portogallo, come l’Italia non ha molte risorse per finanziare il suo Servizio Sanitario Nazionale (spesa sanitaria pro-capite: €2.150 – €2.446  in Italia).

Negli ultimi decenni sono adottati numerosi provvedimenti, molti dei quali costosi ed inefficaci, con l’obiettivo specifico di ridurre le liste di attesa, nessuno però ha portato ai risultati sperati.

Nel 2004, però nasce una nuova prospettiva: il SIGIC (Sistema Integrado de Gestão de Inscritos para Cirurgia).

Un nuovo approccio che si avvale di un potente sistema informatizzato che raccoglie in maniera trasparente e sicura (in termini di privacy) tutti i dati su tempi di attesa,  volumi di prestazioni e performance degli ospedali pubblici e privati.

Il principio alla base del SIGIC è che se un paziente non è operato entro il tempo prefissato ha diritto ad un voucher con cui può essere trasferito ad un qualsiasi altro ospedale (pubblico o privato del Portogallo) ed essere operato (sempre gratuitamente)  nei tempi prestabiliti.

Il vantaggio per i pazienti è evidente: una volta raggiunto il 70% del tempo massimo di attesa per il loro intervento nel loro ospedale di riferimento, possono chiedere di essere trasferiti ad un’altra struttura pubblica o privata ed essere operati immediatamente.

Ma cosa ci guadagnano gli ospedali ad essere efficienti aldilà di una buona reputazione? 

La risposta è semplice: se un ospedale opera un paziente di sua pertinenza, questo viene rimborsato in base al DRG corrispondente.

Se un paziente non è operato entro un tempo prestabilito (che varia a seconda della procedura e delle condizioni del paziente), ha diritto a spostarsi e scegliere attraverso il sistema informatico un qualsiasi altro ospedale che ha una buona performance ed un tempo di attesa inferiore.

L’ospedale che accoglie il paziente trasferito guadagna i soldi del rimborso che non andranno più all’ospedale di pertinenza ma al nuovo ospedale in cui il paziente è stato operato.

I soldi “viaggiano” con il paziente trasferito che costituisce una fonte di guadagno extra per gli ospedali più efficienti e clinicamente efficaci.

Dal 2012, è stata introdotta una penale del 10% del rimborso per gli ospedali che non riescono a rispettare i “tempi giusti”, che diventa un incentivo in più per migliorare e “trattenere” i loro pazienti.

Un sistema che ha azzerato le liste d’attesa in Portogallo.

I risultati del SIGIC:

  • in cinque anni il tempo medio di attesa per una operazione chirurgica elettiva si è ridotto del 63%, da una media di otto mesi a soli tre mesi.
  • Il numero di interventi fatti nelle strutture pubbliche e private è aumentato del 40% senza conseguenze per la qualità della performance.
  • Nonostante un iniziale scetticismo nei confronti delle strutture pubbliche, si è osservato che non c’è mai stato, neanche agli inizi del programma, un esodo di massa dal pubblico al privato per i pazienti che avevano sforato i tempi di attesa.
  • Tutte le strutture sia pubbliche che private hanno risposto al SIGIC aumentando la produttività per i pazienti di pertinenza durante l’orario lavorativo regolare ed in più hanno accresciuto la capacità produttiva aumentando le ore extra di lavoro per i pazienti trasferiti (intra moenia).
  • Il privato ha assorbito il restante della domanda in eccesso.

Il cambiamento è alla portata e non di difficile realizzazione anche in Italia. Auspichiamo che anche da noi si possa assistere a questa svolta.

 

Fonte

Nursetime.it

 

Secondo degli studi condotti presso la University College di Londra esiste già un farmaco, l’ Exenatide, attualmente utilizzato per combattere il diabete di tipo 2, che potrebbe riuscire a debellare definitivamente anche il morbo di Parkinson. Questo farmaco serve a regolare la glicemia e ha come bersaglio d’azione un recettore che si chiama ”glucagone di tipo peptide-1” (GLP-1). Questo tipo di recettore si trova anche nel cervello, motivo per cui il farmaco potrebbe avere un effetto terapeutico nel Parkinson (nonchè su altre malattie neurodegenerative come l’Alzheimer), anche se al momento il meccanismo d’azione resta sconosciuto.

Pur essendo una malattia ben nota e da molto studiata, ad oggi non esiste una vera e propria cura farmacologica che riesca a debellare definitivamente il decorso di questa malattia. Fino ad ora i medicinali riescono solamente a tenere a bada alcuni sintomi del Parkinson, ma difficilmente ad avere anche minimi miglioramenti. Gli esperti hanno testato il farmaco su metà dei pazienti, dando all’altra metà una pillola di placebo. Dopo 48 settimane di terapia i pazienti che avevano assunto exenatide hanno mostrato di aver mantenuto un quadro clinico stabile, mentre coloro che avevano assunto il placebo erano peggiorati nel tempo come purtroppo avviene in questa malattia.  

Ovviamente siamo ben lontani da poter asserire con certezza che questo farmaco potrà avere efficacia anche nel lungo termine contro la progressione del Parkinson. Serviranno studi molto approfonditi ed un range temporale molto più ampio da analizzare se è realmente in grado di bloccare la morte dei neuroni o se nasconde solamente i sintomi di neurodegenerazione.

Quel che è certo, è che è una novità molto interessante, che riuscirà comunque a fornire spunti importanti contro la lotta di questa malattia tanto temuta e (fino ad ora) implacabile.

Si celebra oggi, venerdì 28 aprile, la Giornata mondiale per la sicurezza e salute sul lavoro, promossa dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) con lo scopo di migliorare la prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. Secondo in dati Eurostat sugli infortuni mortali al lavoro (rilevazione anno 2014), i tassi di incidenza minori tra i Paesi dell’Unione Europea, si sono registrati nei Paesi Bassi (1,0 ogni 100 mila abitanti), in Grecia (1,2), in Finlandia (1,2), Germania (1,4) e Svezia (1,5). Mentre i più alti tassi di infortuni sul lavoro si sono rilevati in Romania (7,1), Lettonia (6,0), Lituania (5,6) e Bulgaria (5,4). A metà classifica si colloca l’Italia con tre morti sul lavoro ogni 100 mila abitanti.  Peggio dell’Italia vanno Spagna, Francia e Irlanda.

Secondo l’INAIL, i costi totali degli infortuni e delle malattie sul lavoro vengono spesso sottostimati perché alcuni costi sono esterni rispetto all’impresa, e perché alcuni costi interni sono difficili da quantificare o da riconoscere, come le ore perse, la perdita di produzione, la riduzione della capacità lavorativa e la diminuzione del tasso di attività. Si stima che i costi indiretti degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali possono essere da quattro a dieci volte superiori ai costi diretti. Secondo le stime dell’ILO, le ore di lavoro perse, il risarcimento dei lavoratori, l’interruzione della produzione e le spese mediche costano complessivamente il quattro percento del PIL globale (circa 2.800 miliardi di dollari). Di conseguenza, i costi umani e finanziari di questi incidenti quotidiani sono importanti e mettono in risalto il peso economico rappresento dall’inadeguatezza delle prassi relative alla salute e alla sicurezza sul lavoro.

Sono ancora tantissimi i casi di morte che riguardano il mondo del lavoro e uno tra i settori più colpiti, è senza dubbio quello agricolo. Una delle cause principali di questi incidenti, che spesso provocano la morte, va ricercata nel ribaltamento dei mezzi agricoli. L’investimento, la caduta dal trattore e l’accensione da terra, invece, hanno un’ incidenza meno alta, ma sempre importante. Di non secondaria importanza è l’inadeguatezza dei mezzi agricoli, spesso troppo vecchi e privi della giusta manutenzione.

In occasione del Workers’ Memorial Day, si tengono in tutte le piazze italiane e in molte scuole, iniziative dedicate al tema della prevenzione e della salute sui luoghi di lavoro.