I numeri dello sport parlano chiaro: le iscrizioni a svariate attività sportive risultano essere in aumento rispetto agli anni precedenti. Lo conferma il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) che, insieme all’Istituto nazionale di statistica (Istat), ha portato a termine uno studio riguardante la pratica sportiva in Italia.

Prendendo come metro di paragone un arco temporale 2017-2018, la ricerca evidenzia che, con riferimento alle affiliazioni e ai tesseramenti si contano 4 milioni e 703 mila atleti tesserati, il numero più alto mai registrato con un incremento del 2,7%, maggiore infatti a confronto dell’anno scorso.

Molteplici sono i fattori che hanno trainato positivamente nel 2017 lo sviluppo delle pratiche sportive, agonistiche ma non solo. La continua introduzione di nuove discipline emergenti ha influenzato, per esempio, di molto tale crescita.

Tuttavia, non bisogna dimenticare che praticare esercizi fisici costanti genera numerosi benefici per il nostro corpo e la nostra mente.

“Mens sana in corpore sano”, disse il poeta e retore romano Giovenale. Ed è proprio così perché è stato dimostrato che svolgere attività fisica è un ottimo modo per prendersi cura di sé, mantenersi attivi e valorizzare il proprio corpo, rigenerandosi e sfogando in modo positivo le piccole tensioni che inevitabilmente sopraggiungono ogni giorno.

Una camminata giornaliera di venti minuti, prendere le scale, il nuoto, la pallanuoto… Qualsiasi tipo di movimento che apportiamo al nostro corpo si traduce in un forte beneficio per la nostra salute. Ma non solo.

La rivista scientifica Biological Psychiatry ha pubblicato recentemente uno studio che ha dimostrato una forte correlazione tra la partecipazione a qualsiasi tipo di sport di squadra ad una minore probabilità di depressione nei teenager e a modificazioni nella struttura del loro cervello.

In particolare, i ricercatori della Washington University hanno analizzato un campione di 4.191 bambini di 9 e 11 anni, i cui genitori hanno fornito indicazioni essenziali sulla partecipazione dei loro figli ad attività sportive e su eventuali sintomi depressivi. Successivamente sono state svolte delle scansioni cerebrali a questi bambini con dati sul volume del loro ippocampo, area del cervello importante per la memoria e l’umore.

Lo studio ha scoperto che il coinvolgimento in particolari sport è correlato ad un aumento del volume dell’ippocampo e alla riduzione della depressione nei giovanissimi. Le relazioni, inoltre, erano forti soprattutto in coloro che facevano parte di squadre scolastiche e associazioni sportive rispetto a chi aveva un impegno più informale nelle attività fisiche.

Ciò si è riscontrato, e si riscontra tutt’ora, sicuramente anche grazie alla maggiore interazione sociale e regolarità che comporta il lavoro in team.

Non è comunque ancora chiaro se il partecipare agli sport porti ad una totale e concreta diminuzione della depressione. Ad ogni modo, i risultati della ricerca stimolano nuovi lavori sulla prevenzione ed il trattamento di una condizione grave nei bambini.

La depressione è una brutta malattia che, secondo i dati Istat, in Italia colpisce 2,8 milioni di persone, e i valori raddoppiano se si parla di bambini, specialmente alunni disabili il cui numero aggirerebbe intorno ai 170mila.

Un altro sondaggio internazionale condotto da Sodexo, società che si occupa di servizi finalizzati a migliorare la qualità della vita, dimostra che su oltre 4 mila studenti universitari i giovani italiani sono i più insoddisfatti della propria vita. Tra le principali preoccupazioni dei giovani ci sono il carico di lavoro e i troppi impegni.

Bisognerebbe incitare, pertanto, le strutture scolastiche ed universitarie ad incrementare maggiormente nel loro piano di studi attività extracurriculari comprendenti lo sport. Alcune lo stanno già facendo ormai da tempo, come le università LUISS Guido Carli, la Sapienza e Bocconi.

Fonte Health Online

“Come te la spiego la paura di essere felici. Quando non l’hanno capita nemmeno i miei amici”. Inizia così la canzone di Martina Attili, 17 anni, romana, un grande talento espresso in toto nel suo ultimo brano Cherofobia, ispirato ad una forma di ansia che implica la paura  di essere felici.

Uno stato d’animo di cui molti ne soffrono, ma pochi ne parlano, perché ormai in tutto il mondo l’obiettivo ultimo è il raggiungimento di una felicità quasi apparente. Sono nate negli ultimi anni, ad esempio, organizzazioni pro-felicità, come Action for Happiness, che mira a formare persone capaci, poi, di agire per una società più felice e attenta a creare benessere nelle proprie case, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e comunità locali.

Tuttavia, il Journal of Happiness and Well-Being ha pubblicato di recente uno studio che parla della cherofobia non come un vero e proprio problema. Molte persone, anche nelle culture occidentali, attenuano deliberatamente i loro stati d’animo positivi e, in diverse nazioni, tra cui l’Iran e la Nuova Zelanda, si pensa che la gioia è seguita dalla tristezza.

L’avversione alla felicità, infatti, rappresenta un atteggiamento con il quale gli individui schivano intenzionalmente tutte quelle esperienze in grado di evocare emozioni positive o di estrema gioia. Tali persone sono convinte, in particolar modo, che potrebbe accadere loro qualcosa di terribile se dovessero andare incontro a momenti di gioia.

Sono state rilevate varie ragioni che causano un tale stato d’animo. Tra queste, vi sono le convinzioni che la felicità:

  • Porti a risultati negativi, molto forte nelle culture dell’Asia orientale influenzata dal taoismo il quale cita che “le cose tendono a tornare al loro contrario”. Una ricerca britannica di qualche fa chiese ai partecipanti di scegliere tra una serie di grafici sul corso della vita. I cinesi, a differenza degli americani, scelsero maggiormente quelli che mostravano periodi di tristezza.
  • Ti rende una persona peggiore, un pensiero radicato in alcune interpretazioni dell’Islam secondo cui la gioia ti distrae da Dio.
  • Rende più creativi. Il pittore norvegese Edvard Munch disse “Le sofferenze emotive sono parte di me e della mia arte. Sono indistinguibili da me e per questo voglio mantenere quelle sofferenze. “
  • Può danneggiare gli altri rendendoli, per esempio, eccessivamente invidiosi. Nella cultura Ifaluk, in Micronesia, la contentezza viene associata a ostentazione, sovraeccitazione e insuccesso nello svolgere i propri doveri.

Pertanto, si evince che la ricerca della felicità è ritenuta da molte culture e filosofie dannosa per se stessi e gli altri. Un testo buddista afferma: “E con ogni desiderio di felicità, per illusione essi distruggono il loro stesso benessere come se fosse il loro nemico.” Nel pensiero occidentale, fin dai tempi di Epicuro, si è ritenuto che la ricerca diretta della felicità può ritorcersi contro di noi e danneggiare chi ci circonda attraverso un eccessivo interesse personale. Inoltre, è stato affermato che la gioia può rendere gli oppressi deboli e meno inclini a combattere l’ingiustizia.

Dietro la parola felicità quindi, si nasconde una complessità senza confini. Soprattutto al giorno d’oggi dove, fin dall’infanzia, agli esseri umani viene imposto come scopo principale il conseguimento di una felicità materiale, di spirito… Poco importa, basta che si è felici. È vero, un sorriso al giorno toglie il medico di torno. Ma queste affermazioni, come quelle sopra citate, sicuramente veritiere che aiutano l’anima e l’apparato gastrointestinale evitando gastriti ed ulcere, si dimenticano di un importante dettaglio: tutti i tipi di gioie (affettive, sentimentali, lavorative, ecc.) spesso vengono raggiunte completamente e realmente a seguito di un dolore che può infliggere la nostra vita inaspettatamente, ma senza il quale oggi non saremo le persone che siamo.

Bisognerebbe, quindi, capovolgere il pensiero di base perché non è alla fine di un percorso di gioia che si arriva al dolore ma viceversa.

“È tempo che la psicologia occidentale riconosca in molti individui, e persino intere culture, la voglia di accettare il dolore per raggiungere la felicità”, evidenzia la The British Psychological Society. Come darle torto?

Fonte Health Online

Donare salute si può!

Si chiama Banca delle visite, è uno dei progetti di Fondazione Basis, ente no profit costituito per iniziativa di Health Italia s.p.a., della controllata Coopsalute e delle Società di Mutuo Soccorso Mutua Mba, e dona prestazioni sanitarie a chi non può permettersi una visita a pagamento – secondo le stime negli ultimi anni circa 11 milioni di italiani –  o non può attendere le lunghe liste d’attesa del Sistema Sanitario Nazionale.

Il concetto è quello del caffè sospeso applicato alla salute con il contributo finanziario da parte di liberi cittadini ed aziende.

“Health Italia, unico player quotato al mercato AIM di Borsa Italiana che si occupa integralmente della gestione del processo del benessere delle persone – ha spiegato Anzanello – promuove le prestazioni degli Enti di Sanità Integrativa condividendone i valori sociali e mutualistici ed è per questo che si è fatta promotrice di un’esperienza diretta e partecipativa attraverso la Fondazione Basis. L’idea di riprendere una vecchia ma cara consuetudine napoletana come è quella del caffè sospeso, ha determinato la nascita di Banca delle Visite con la “visita sospesa” che sta ottenendo un importante successo in termini di riconoscibilità e di prestazioni erogate”.

Ad oggi sono presenti sul territorio diverse filiali e sportelli con volontari che contribuiscono a far conoscere l’utilità sociale del progetto. L’ultimo sportello è stato presentato qualche giorno fa a Terni e il mese scorso il terzo in Sardegna ad Iglesias con un evento organizzato dalla F.I.D.A.P.A col patrocinio del Comune.

La  Banca delle Visite è un progetto attivo da anni e grazie al contributo di cittadini, aziende, Associazioni e Comuni ha erogato visite specialistiche, quali dermatologiche, ginecologiche, oculistiche, dentistiche, cardiologiche, oncologiche, a chi ne ha avuto bisogno.

“I positivi risultati dell’iniziativa – ha commentato Anzanello – derivano dal fatto che la Banca delle Visite è un modello facilmente comprensibile, diretto, pratico, immediato e di utilità sociale”.

L’obiettivo è quello di una diffusione capillare su tutto il territorio azionale con una maggiore partecipazione dei medici e delle strutture sanitarie. Per i medici aderire all’iniziativa significa migliorare la qualità della vita delle persone più bisognose partendo dal bene primario dalla cura della propria salute. Per diventare un “super dottore” basta entrare nella pagina dedicata del portale www.bancadellevisite.it e cliccare su “contattaci”.

Come funziona il servizio per chi vuole donare una prestazione?

La procedura è semplice e veloce, innanzitutto bisogna collegarsi al sito internet

www.bancadellevisite.it e cliccare su “dona una prestazione” dove si richiede di compilare un breve modulo. Successivamente si può decidere se pagare il corrispettivo, tramite PayPal o carta di credito, oppure donare una somma di denaro libera che concorrerà, assieme ad altre donazioni in denaro, all’acquisto di visite /prestazioni sanitarie. Le prestazioni acquistate vengono “custodite” nella “Banca delle visite”  Un cittadino bisognoso, previa registrazione ed accettazione delle clausole sulla privacy, richiede la prestazione che gli occorre. Le storie di chi riceve le visite sono la conferma di trasparenza e di aiuto concreto a persone che ne hanno bisogno.  La “Banca” contatta il professionista che eroga la prestazione senza oneri a carico del cittadino richiedente. Le attività si svolgono nel rispetto della privacy, ma con elementi di trasparenza e limpidezza che determinano serietà e professionalità del progetto.

Le donazioni andranno direttamente sul conto della Fondazione Basis.

“La Fondazione Basis – ha concluso il Presidente di Health Italia –  è un ente no-profit impegnato nella divulgazione dei principi mutualistici e della solidarietà sociale e promuove  iniziative culturali, educative, formative, di integrazione sociale, di assistenza sanitaria e la diffusione della cultura. Con il modello dell’iniziativa “Un aiuto concreto a portata di click”, la Fondazione ha voluto coadiuvare l’impegno degli enti fondatori che destinano una percentuale dei loro ricavi ai progetti gestiti dalla fondazione stessa, con dei contributi da parte di tutti, utilizzati per gestire iniziative sociali sul territorio individuate con criteri basati sull’equità morale e sul concetto di necessità sociale”.

“La salute è per tutti” questo lo slogan della Banca delle Visite ed una visita sospesa è un importante strumento che consente a chi non può permettersi delle prestazioni sanitarie di godere di questo diritto.

In Italia, due milioni di individui dichiarano di portare le lenti a contatto ma, tanti di questi e specialmente tra i giovani, rischiano di perdere la vista. Lo hanno sottolineato alcuni specialisti della Società Italiana Trapianto di Cornea (Sitrac). Le lacerazioni della cornea e le infezioni, che possono portare frequentemente alla perdita della vista e alla necessità di ricorrere ad un trapianto non facile, sono sempre di più in aumento.

Un quadro clinico così grave si verifica in quanto, ogni giorno, almeno un italiano su cinque perde la vista a causa del cattivo o errato uso delle lenti a contatto.

In particolare, le cause principali sono da ricondurre soprattutto alla mancanza di igiene, all’uso improprio delle lenti morbide, principalmente quelle mensili o settimanali, e allo scambio di lenti, pratica diffusa tra i giovani che usano quelle cosmetiche non più come un presidio sanitario, ma seguendo la moda del momento.

In tanti si rivolgono al pronto soccorso o a degli oculisti specializzati, ma spesso troppo tardi visto che le lenti a contatto in commercio sono ben tollerate dall’occhio e difficilmente mettono in allarme i portatori.

Per di più, le infezioni hanno un esordio ambiguo e sono difficili da diagnosticare e da trattare in tempistiche relativamente brevi. A questa situazione seguono ricoveri e degenze anche lunghe.

Quando è necessario il trapianto, poi, il decorso post-operatorio nei casi di infezione è complicato, dato l’elevato rischio di rigetti e la compromissione della situazione immunitaria.

Tra coloro che usano le lenti a contatto, l’85% fa uso di quelle morbide, dalle giornaliere alle mensili.

Fino a trenta portatori su dieci mila patiscono, però, degenerazioni gravi della cornea e la gran parte di questi risultano essere donne con un’età media intorno ai trenta anni, usano proprio lenti morbide mensili.

Le persone maggiormente a rischio, comunque, sono coloro che utilizzano le lenti a contatto senza controllo o in assenza di un difetto da sistemare.

Esiste un decalogo scritto da degli specialisti e che tutti dovrebbero seguire alla lettera:

  1. Controllare sempre scrupolosamente la data di scadenza e il tempo di uso corretto di lenti e liquidi per il loro lavaggio e conservazione.
  • Cambiare ogni 3-6 mesi il contenitore delle lenti.
  • Lavare e asciugare bene sempre le mani prima di mettere e togliere le lenti.
  • Non conservare le lenti in una soluzione salina, ma utilizzare sempre i liquidi indicati.
  • Non utilizzare mai la saliva e/o l’acqua corrente, fonti di infezioni e parassiti.
  • Sciacquare e pulire spesso anche il porta-lenti utilizzando soltanto gli appositi liquidi.
  • Non scambiarsi mai le lenti “cosmetiche” per evitare contagio e trasmissione di infezioni.
  • Non addormentarsi mai con le lenti a contatto.
  • Levare immediatamente le lenti al primo sintomo di fastidio e di lacrimazione, portando sempre con sé un paio di occhiali di scorta.
  1. Fumo, alcol e consumo di droghe (specie cocaina e crack) provocano danni a livello cellulare e alterano la percezione del dolore e del fastidio delle lenti.

In generale, se vengono rispettate queste regolo e utilizzate correttamente, le lenti a contatto risultano essere piuttosto sicure e comode dei classici occhiali da vista.

Giocare con piccoli oggetti, ad esempio palle antistress, sul posto di lavoro può stimolare il pensiero creativo e non solo essere un diversivo o una distrazione. Secondo diversi recenti studi alcuni tipi di movimento della mano infatti hanno un impatto sul funzionamento cognitivo, migliorano la capacità di concentrazione, fanno nascere nuove idee e favoriscono l’apprendimento veloce.

La ricerca dell’Università di New York

In particolare i ricercatori della Polytechnic School of Engineering dell’Università di New York stanno studiando come giocherellare con i gadget da scrivania possa produrre alcuni di questi benefici e come alcune persone che al lavoro si sentono irrequiete o costrette al terminale possano scaricare lo stress con questo semplice metodo. Tali comportamenti possono anche aiutare ad allontanare la sensazione di essere bloccati, annoiati, confusi, distratti o inquieti. Michael Karlesky, uno studente di dottorato, e Katherine Isbister, direttrice del Game Innovation Labdell’Università di New York stanno testando 40 persone sul posto di lavoro e l’uso che fanno dei gadget anche detti “scacciapensieri” constatando che più che “cacciare i pensieri” sono in grado di stimolarne di nuovi e creativi.
Il team di ricerca si è ha attivato anche sui social network invitando gli utenti a postare foto e video di giochi che utilizzano sul posto di lavoro, con la descrizione dei benefici sul sito fidgetwidgets.

shadow carousel
L’interazione mano-cervello

«La mano può funzionare come un direttore d’orchestra per la mente per aiutarla a raggiungere uno stato per cui le persone saranno in grado di ottenere il risultato che vogliono», racconta Frank R. Wilson (un neurologo autore di un libro su come l’interazione tra la mano e la mente stimoli l’intelligenza) al Wall Street Journal. Manipolare una pietra liscia o un filo di perle che sono piacevoli o rilassanti al tatto può evocare “un rituale meditativo” e mettere una barriera agli stimoli esterni, dice il dottor Wilson. Tenere in mano oggetti che suscitano pensieri piacevoli può inoltre alleviare la tensione.

Altri studi

I ricercatori della Princeton University e dell’University of California, a Los Angeles, hanno dedotto in base a tre diversi studi su 327 studenti pubblicati lo scorso anno su Psychological Science che prendere appunti a mano piuttosto che su un computer portatile, faceva loro comprendere i testi più a fondo e aiutava i ragazzi a dare migliori risposte a domande concettuali.
Una ricerca del 2011 su 22 persone pubblicata da Frontiers in Psychology ha inoltre scoperto che contare sulle dita migliora le prestazioni su problemi di aritmetica anche negli adulti. E infine i bambini che giocano spesso con blocchi o puzzle raggiungono risultati migliori nei test di ragionamento spaziale, secondo un’analisi su 847 soggetti pubblicata di recente suPsychological Science.

Fonte: Corriere Salute

La stanchezza ha manifestazioni ben visibili sul nostro corpo: occhiaie, occhi lucidi, sbadigli e spesse volte lentezza di pensiero. Ma la stanchezza non è una problematica da sottovalutare, può avere risvolti anche molto gravi e patologici. Eccovi in elenco di 6 risvolti della stanchezza sul nostro corpo:

Il peso

Numerosi studi hanno dimostrato che la mancanza di sonno può influenzare i livelli di glucosio, diminuire la leptina e aumentare la grelina, due ormoni che alterano negativamente il metabolismo e aumentano la fame», commenta infatti al sito Cosmopolitan UK la dottoressa Nagete Boukhezra della London Doctors Clinic, suggerendo di consumare pasti regolari, fare esercizio fisico e dormire il giusto per dare una sferzata al metabolismo.

L’umore

Quando si è stanchi, è normale essere più umorali e irritabili. «Le ricerche hanno evidenziato che la mancanza di sonno ha un impatto significativo sull’umore aumentando stress, rabbia, tristezza e sfinimento mentale», spiega ancora la dottoressa, consigliando di recuperare il prima possibile ogni eventuale ora di sonno perduta, così da evitare un accumulo di stanchezza.

La memoria

Non è un caso che, quando si è molto stanchi, si faccia più fatica a ricordare i nomi delle persone o persino delle parole specifiche. «Uno studio ha dimostrato che coloro che soffrono di sindrome da stanchezza cronica hanno performance ridotte nello svolgimento di compiti impegnativi che richiedano il ricorso alla memoria», avverte la Boukhezra, che suggerisce di ricorrere alle bevande a base di caffeina per aumentare all’istante i livelli di energia, pur ricordando che sul lungo termine possono incidere negativamente sulla qualità del sonno.

La pelle

La mancanza di sonno impedisce alla pelle di ripararsi durante la notte, accelerandone così l’invecchiamento. «Studi recenti hanno evidenziato il legame fra la privazione del sonno e una generale infiammazione del corpo, questo perché la mancanza di riposo influisce sui livelli di cortisolo, che è l’ormone che aumenta l’infiammazione e che può quindi causare problemi cutanei quali acne ed eczema», sottolinea la dottoressa, che raccomanda i benefici di una buona notte di sonno per evitare occhi gonfi e occhiaie.

La salute mentale

Una buona notte di sonno non risolve automaticamente qualunque cosa, ma può contribuire a migliorare la salute mentale. «Una ricerca cinese del 2015 ha rivelato che la mancanza di sonno sul breve e lungo periodo era significativamente associata a un maggiore rischio di depressione negli adulti, sebbene la relazione fra salute mentale e sonno resti molto complessa, poiché la stanchezza può essere tanto la causa dei problemi di salute mentale quanto la conseguenza», ribadisce Boukhezra.

L’appetito

Oltre a influire su emozioni, pelle e mente, la stanchezza eccessiva può rovinare anche l’appetito. «I carboidrati sono il modo più veloce per aumentare rapidamente i livelli di energia, ecco perché quando si è particolarmente stanchi si tende a desiderare cibi ricchi di zuccheri e calorie», commenta la dottoressa che, in caso si stanchezza, consiglia invece di preferire carboidrati sani, grassi buoni e proteine.

Fonte: Corriere della Sera

La DAT (Dolphin Assisted Therapy = Terapia Assistita con i Delfini) è frutto di un approccio ancora “giovane” dal punto di vista scientifico.
Dell’amicizia tra uomini e delfini si parla sin dall’antichità classica. Diversi autori, come Eolide, Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane, descrivono amicizie tra ragazzi e delfini e salvataggi di persone in procinto di affogare. La vita sociale dei delfini, infatti, è improntata a una grande solidarietà : ad esempio, se un compagno è malato o ferito, essi lo sostengono in superficie, per aiutarlo a respirare.
David Nathanson e Betsy Smith , entrambi docenti presso la Florida International University di Miami, possono considerarsi i pionieri nel campo della terapia assistita dai delfini, cui si dedicano fin dalla fine degli anni ’70.
I delfini sono mammiferi, e questo di per sè li rende simili all’uomo più di ogni altra creatura acquatica. Ma esistono anche altre considerazioni che possono spiegare la straordinaria sensazione di “comunicazione“, che percepisce chiunque li avvicini. L’intelligenzadi cui sono dotati, per esempio, li avvicina all’uomo più della maggior parte delle specie animali. Infatti gli studi hanno dimostrato che è pari, se non superiore, a quella delle scimmie antropomorfe che tanto somigliano ai nostri antenati. Ed è questa intelligenza che permette loro di analizzare e coordinare le informazioni ricevute dall’ambiente e di elaborare strategie di risposta adeguate anche in situazioni non comuni, come quella dell’incontro con l’uomo.
Questa capacità dei delfini di interpretare dati nuovi e di agire di conseguenza, può spiegare l’impressione che essi capiscano l’umore delle persone con cui entrano in rapporto. Chi si è immerso con loro, infatti, li descrive capaci di stare “sulla stessa lunghezza d’onda”: timidi e distanti con chi ha timore, giocosi con chi è più attivo, tranquilli con chi è rilassato.

L’immersione nell’acqua è una esperienza particolare, per il legame concreto e simbolico che ha con le origini stesse della vita. Inoltre l’acqua salata aiuta a sciogliere alcune rigidezze corporee che spesso corrispondono a blocchi emotivi, fornisce un sostegno che facilita l’equilibrio, la fluidità del movimento e le sensazioni di rilassamento che ne derivano, il flusso dell’acqua, infine, offre una stimolazione tattile che migliora la percezione del proprio corpo.
La presenza dei delfini sembra moltiplicare gli effetti positivi del contatto con l’acqua. Tutte le testimonianze raccolte indicano che l’incontro con queste creature è un’esperienza eccezionale, profondamente coinvolgente a livello psichico, forse anche a motivo della componente archetipica che ha dato origine a tanti racconti mitologici.
Con il suo aspetto sorridente“, i suoi movimenti fluidi, il suo istintivo rispetto per lo spazio interpersonale (che fa sì che non si avvicini mai troppo a chi mostra timore) il delfino viene costantemente percepito amichevole e meno minaccioso o giudicante degli esseri umani. Nello stesso tempo offre gratificanti opportunità di scambio, basate sul gioco e sul contatto fisico, che portano la comunicazione a un livello accettabile anche per le persone più chiuse in se stesse. Il gioco con un delfino, inoltre, non è mai monotono o ripetitivo, la grande intelligenza di questi animali li rende capaci di inventare “trucchi” sempre nuovi e, a quanto pare, adeguati alle circostanze, tanto da riuscire a volte a spezzare anche le stereotipie di persone, come quelle autistiche, che sembrano imprigionate in una gabbia di comportamenti ripetitivi.
Sembra quindi che i delfini siano in grado in qualche modo di rompere l’isolamento presente nell’autismo e, in minor misura, nella depressione. Queste sono perciò le patologie prevalentemente trattate sia in Italia che all’estero.

In Italia abbiamo un’eccellenza di questa speciale terapia in Emilia-Romagna, nello specifico a Rimini. Nel delfinario della città è dal 1993 che esistono i primi “esperimenti” di delfino terapia, tutt’oggi presenti e sempre più utilizzati nei processi riabilitativi di grandi e piccini.

In questi giorni al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, noto come MIUR, sono stati siglati dei protocolli per promuovere la diffusione del benessere e dei corretti stili di vita tra gli studenti di qualsiasi età.

Gli obiettivi previsti nei protocolli sono molteplici, scopriamoli:

  • Promuovere la cultura della salute e del benessere nell’ambiente scolastico.
  • Prevenire forme di disagio e di malessere psico-fisico.
  • Avviare azioni di formazione di docenti, genitori e studenti per affrontare in maniera adeguata temi come i corretti stili di vita e la prevenzione di comportamenti a rischio per la salute.
  • Preparare gli insegnanti alla somministrazione di farmaci agli alunni con patologie specifiche.

Il documento è stato firmato, tra gli altri, dal ministro Marco Bussetti che ha dichiarato:

“Abbiamo siglato due importanti collaborazioni per l’educazione e la crescita sana dei ragazzi che vedono coinvolti istituti scolastici, famiglie, territori, esperti. Stiamo costruendo una vera e propria rete di sostegno. Dobbiamo essere soddisfatti: la scuola non è solo il luogo in cui si apprendono conoscenze e si sviluppano competenze. È anche spazio di cittadinanza attiva. In cui si formano giovani consapevoli. I corretti stili di vita, la prevenzione dei rischi e di forme di malessere sono aspetti da curare tanto quanto lo studio dell’Italiano, della Storia e della Matematica. Grazie a chi mette la propria professionalità a servizio dei nostri bambini e ragazzi”.

È stato inoltre presentato un progetto pilota intitolato “Benessere a scuola”. Sarà realizzato in attuazione dei due Protocolli e riguarderà in una prima fase tre Regioni: Liguria, Abruzzo, Calabria. Coinvolgerà 60 scuole (20 per ciascuna delle tre Regioni) primarie e secondarie di I e II grado, circa 31.000 studenti e 3.900 docenti.

Sarà rivolto a studenti, docenti e famigliari e avrà tra gli obiettivi quelli di incrementare l’attenzione dei ragazzi alla cura del proprio corpo, delle proprie abitudini di vita e della propria affettività, migliorare la vivibilità e il clima sociale all’interno delle scuole, costruire collaborazioni costanti e durature con le famiglie, prevenire casi di disagio e di abbandono scolastico, fornire indicazioni socio-sanitarie ai docenti e formarli sulla somministrazione di alcuni farmaci che i giovani potrebbero dover assumere in caso di patologie specifiche (parliamo solamente di medicinali utili per emergenze da allergia, epilessia, asma ecc), dare assistenza medica e primo soccorso per migliorare la sicurezza a scuola.

Le piaghe dell’umanità si potrebbero riassumere tranquillamente in 3 categorie: guerre, carestie e persone che russano. L’ultima pur essendo probabilmente la più diabolica di tutte, per fortuna è di molto più semplice risoluzione. Noi di ScegliereSalute vogliamo aiutarvi a conoscere meglio questo fenomeno, sfatare qualche falso mito e proporvi delle semplici soluzioni per debellarlo.

Perchè si russa?

Il russamento, in poche parole, potremmo riassumerlo con delle “mini apnee respiratorie”. Quando si russa, si manifesta una difficoltà nel far passare l’aria in fase di inspirazione, legata al restringimento parziale delle prime vie aeree. Quando appunto questo restringimento diventa completo, parliamo di apnea. Il russamento non è altro che il preludio di tale apnea. Questo evento può dipendere da diverse nature, sempre legate alle vie aeree: problematiche nella gola, o nel tratto oro-faringeo. L’aria, non defluendo liberamente, fa vibrare i tessuti, provocando il famoso rumore tanto odiato.

Ma chi russa?

Il russare è una problematica prevalentemente vissuta dagli uomini e quindi passivamente dalle donne. Fino ai 55 anni infatti è molto difficile che una donna possa soffrire di questa problematica. Dopo la menopausa però i cambiamenti ormoniali portano le percentuali molto vicine ai livelli degli uomini. Con l’arrivo della menopausa la donna non ha più la protezione degli ormoni femminili che da una parte stimolano l’attività respiratoria e dall’altra le impediscono di “mettere ciccia” dove in genere lo fa l’uomo e cioè sul collo. Dopo i 55 anni il russare è così diffuso, da arrivare ad interessare una persona su 5, quindi il 20% della popolazione.

Quali rischi per la salute?

Quando si russa molto profondamente, come abbiamo già detto, si cade in vere e proprie apnee respiratorie. Il reiterarsi di questo evento può portare a malattie cardiovascolari ed aumentare addirittura il rischio di infarto, visto che il sangue viene ossigenato più scarsamente. Anche in questo caso sono gli uomini ad avere la peggio, visto che nelle donne risultano apnee molto più leggere e meno prollungate.

Oltre ai problemi cardiovascolari, una forte attività di russamento può portare anche problematiche nella qualità del sonno notturno. In genere si dice che la sindrome di apnee ostruttive e il russamento sono causa di sonnolenza diurna.  L’associazione apnee e sonno durante il giorno è molto vera per gli uomini. Le donne che russano tendono invece a soffrire di insonnia.

Inoltre il russamento può portare ad altre problematiche non sospette come: la nicturia (cioè svegliarsi spesso di notte a fare pipì: questo è frequente in entrambi i sessi); cefalea mattutina (molto più frequente per le donne).

Si può smettere di russare?

Si, ci sono sia dei metodi clinici per agevolare le vie respiratorie, che dei piccoli trucchetti per migliorare la situazione.

Seguire una dieta corretta è sempre una panacea per tutti i mali, compreso il russare. L’accumulo di grasso già di per sè grava sulle notre capacità respiratorie. Ancor più se pensiamo che dopo i 50 anni, questo si deposita per il 10% nella zona del collo, dalla quale come facilmente possiamo immaginare, passano gran parte delle nostre vie respiratorie, che quindi possono essere occluse.

Dormire su un fianco. Per non russare va evitata la posizione supina perché questa postura tende ad abbassare i tessuti molli nella parte posteriore della gola impedendo il passaggio dell’aria. Girandosi su un fianco il problema si attenua e si riduce il rischio di russare.

Un altro trick molto utile è sollevare la testa. Certo non vi proponiamo di dormire in piedi come i cavalli, però dormire con un doppio cuscino o alzando lo schienale del letto di una decina di centimetri riduce il rischio di russamento perché in questo modo non si ostacola la trachea e si evita che le vie aeree superiori si restringano.

La tecnologia, come in tutti i campi, ci viene anche qui incontro. Sono in commercio infatti, dei bite (da apporre come un apparrecchio sui denti) che vengono utilizzati quando il russare è provocato da una particolare conformazione della mandibola: questo apparecchio sposta in avanti la mandibola facilitando così il passaggio dell’aria.

Non bere alcolici e non fumare L’alcol rilassa il corpo favorendo il russamento notturno perché i muscoli della gola si distendono e perdono tonicità. Mentre il fumo sappiamo bene che pregiudica le nostre capacità respiratorie e…..fate 1 + 1 dai.

Insomma, debellare il russamento si può, magari non si eliminerà del tutto, ma possiamo imparare a fare del bene a noi e a chi ci dorme vicino.

 

 

Nutraceutica è un neologismo nato negli ultimi anni ’80 dall’unione di: “nutrizione” e “farmaceutica” coniato da Stephen de Felice

I nutraceutici sono quei principi nutrienti contenuti negli alimenti che hanno effetti benefici sulla salute. Si trovano in natura, ma la trasformazione industriale tende ad azzerarli. I nutraceutici possono essere estratti, sintetizzati e utilizzati per gli integratori alimentari, oppure addizionati negli alimenti. Più raro è trovarli negli alimenti in maniera naturale e in quantità sufficienti ad ottenere dei benefici.

Gli alimenti nutraceutici vengono comunemente anche definiti alimenti funzionali, alicamenti, pharma food o farmalimenti.

Dallo Yogurt alla Curcuma

La nutraceutica è una disciplina emergente che studia i principi attivi contenuti nei cibi e nelle piante e che associa la nutrizione a un approccio farmacologico. Il cibo non è più solo visto come alimento, ma come una vera e propria “medicina”. Alimenti naturali come cacao, curcuma, olio extravergine d’oliva, broccoli, pesce azzurro ecc contengono principi attivi, che mixati insieme possono essere un vero toccasana per la nostra salute.

I nutraceutici possono essere assunti sia sotto forma di alimento naturale, sia come “alimento arricchito” di uno specifico principio attivo (esempio il latte addizionato con vitamina D) o in forma di integratori alimentari in compresse. Gli esperti però insistono sul fatto che si debba dare una maggior attenzione a partire dalla filiera alimentare che poi porta il prodotto sulla nostra tavola. Sarebbe sempre meglio conoscere le sostanze di ogni singolo alimento, per poter calibrare al meglio la nostra alimentazione e quindi la nostra salute. Gli integratori possono essere un buon compromesso, ma non posso sostituirsi ad un’alimentazione corretta, ma al massimo…appunto…integrarla.

Come posso iniziare una dieta nutraceutica?

Per arrivare a un invecchiamento di successo i ricercatori stanno raccogliendo informazioni sugli stili di vita dei centenari in alcune zone blu come le comunità sulle Madonie o i monti Sicani in Sicilia, alcune zone del Cilento, o le più conosciute Sardegna e isola di Okinawa in Giappone.

Ad oggi però costruirsi su misura una dieta nutraceutica non è semplice come farci un piatto di pasta. Ancor oggi non si conoscono nel dettaglio tutte le sostanze contenute in un alimenti, soprattuto i più complessi. Sappiamo sicuramente che il pesce contiene omega-3 utile per tenere a bada il colesterolo nel sangue e per la protezione del cuore. Ma è pur vero che il pesce non è un portatore naturale di questa sostanza, bensì, li assume dalle alghe che abbondano di questo antiossidante.

 La curcuma, ad esempio, è un potente antinfiammatorio, ma è evidente che nella nostra dieta non abbondiamo di curcumina come succede in altre zone del mondo. Le alghe marine sono ricche di omega-3, rappresentano il 20% dell’alimentazione della popolazione di Okinawa dove sono usate come un’insalata: non sono certo una raffinatezza culinaria, sono considerate un cibo povero (ricco però di sostanze che ci fanno stare meglio) e non fanno parte della nostra dieta. Il nostro problema è che oggi la dieta mediterranea sembra legata soprattutto al marketing e vengono trascurati i valori nutrizionali degli alimenti che forse andrebbero meglio evidenziati in etichetta.

Cosa fare per migliorare l’alimentazione?

Il trucco è quindi informarsi il più possibile sulle qualità di ogni singolo alimento, e se non si ha tempo modo di farlo, farsi aiutare da professionisti del settore che sanno come meglio comportarsi a tavola. Per il momento la nutraceutica è una disciplina in forte crescita che presto potrà dare i suoi frutti, portandoci ad una vera e propria ottimizzazione della nostra dieta. Ad oggi il consiglio è, mangiate sano ed alla larga dalle mode del momento, che spesso in poco tempo vengono smentite.